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sabato 3 febbraio 2024

perfect days – lo zen e l'arte della manutenzione dei gabinetti pubblici


Il titolo di questo post potrebbe suonare irridente ma l'intenzione è tutt'altra. Perfect Days è un film giapponese. L’ha diretto Wim Wenders, un tedesco, ma è un film profondamente giapponese. Sì, c'entra lo Zen.


I metri di civiltà

C’è chi valuta il livello di civiltà di un paese osservando le sue carceri e i suoi ospedali, come scrisse Enzo Biagi nel suo saggio Russia. Per il viaggiatore che non ha intenzione di intraprendere certe deviazioni culturali, il bagno pubblico resta un metro affidabile. Uno specchio della società sul concetto di bene comune, sul rispetto del prossimo e sul senso della collettività. Il film di Wenders, parte proprio da lì.

 

Potrebbe essere il film più bello di Wim Wenders.

Per ora mi sembra il suo lavoro migliore dopo Il cielo sopra Berlino, ma le classifiche, personali e non, cambiano col tempo. Perfect Days e Il cielo sopra Berlino si assomigliano molto. Sono due storie di angeli. Due città, Tokyo e Berlino, che non sono più sfondo ma parte del cast. Questo Cielo sopra Tokyo è nel vento che muove le fronde degli alberi nei ritagli di verde, miracoli nel cuore di una città polpo. È negli sguardi di Hirayama, l’uomo in tuta blu che pulisce i gabinetti pubblici. 


Cosa c’è di più intimo?

Condividiamo più facilmente letti, stanze, uffici open-space, ma in un gabinetto senza porte avremmo l’apprensione guardinga di un gatto. Trovarlo pulito e in ordine dà un senso di relax, di sicurezza in un momento in cui si è vulnerabili. Hirayama si occupa di accudire questo bene comune. Si sveglia ogni giorno senza bisogno di una sveglia. Con cura si lava, trimma i baffi, con cura annaffia le piantine. Poi indossa la tuta blu, prende un caffè dal dispenser in cortile e parte per la sua giornata di lavoro. Giornate tutte identiche. Come l'angelo de Il cielo sopra Berlino, è segretamente innamorato di una donna che stavolta non fa la trapezista, gestisce un bar e canta The House of The Rising Sun, in giapponese. Nella sua pausa Hirayama mangia un panino e fotografa gli alberi. Fotografa la luce attraverso le fronde in bianco e nero e ogni santo giorno libero porta il rullino a sviluppare e ritira le foto della settimana precedente. Hirayama è un essere analogico. Ascolta musicassette e non ha uno smartphone. Ha un libro da leggere alla sera. La sua stanza da letto è un tatami e un futon che ripiega ogni mattina. Non sappiamo perché ha scelto questo mestiere, questa vita. Sappiamo che la sua cifra è la lentezza. Lo seguiamo nella sua cura metodica, nei gesti precisi che sanno di amore, non di condanna. Sappiamo i bagni pubblici di Tokyo che lui accudisce li hanno disegnati le archistar, per donare alla cittadinanza dei luoghi accoglienti. È questo ciò che gli interessa, preservare quel confort. E poi fotografare gli alberi nella pausa pranzo, ascoltare Lou Reed, Velvet Underground, Nina Simone e tutti i mostri sacri, gli eterni. Rigorosamente su audiocassette. Non si cura delle mancanze di rispetto di utenti e colleghi. La più grande mancanza di rispetto al suo lavoro viene dalla sorella, che lui non vede da anni, una che si presenta con l’autista e gli domanda: davvero pulisci i gabinetti pubblici? quasi costernata. Pulitori di cessi e spazzini si occupano del nostro confort e dell’igiene. Due voci irrinunciabili nel concetto di civiltà.

 

Un film senza trama

I famosi turning point, e i dieci minuti al massimo in cui una situazione da stabile diventa critica, qui vengono  ignorati. Come in molte espressioni dell’esistenzialismo, noi spettatori guardiamo un uomo nella sua routine. Ciò che gli accade intorno consolida e descrive il concetto. Chi è abituato a ritmi serrati e ad aperture può trovarlo noioso o inconcludente. Il film apre alla fine. Apre su un primo piano magistrale del magnifico volto di Kōji Yakusho - Hirayama, con in sottofondo una altrettanto magnifica e straziante Nina Simone. Nel volto di Hirayama nell’ultima scena, di una intensità pazzesca, c’è tutto il senso del film. Un film fatto di cose non dette.

 

La punta dell’Iceberg.

Più che un lavoro cinematografico, quello di Weders sembra letteratura minimalista. Hirayama non parla quasi mai, spesso non risponde alle domande. Gli indizi del suo vissuto, delle sue reazioni interiori, vengono quasi unicamente dalle sue espressioni facciali. In uno dei rari momenti in cui (quasi) dialoga è, quando lui e un tizio cercano di capire se le loro ombre siano sovrapponibili e si mettono a rincorrerle. Ti aggredisce l’ipotesi che il tizio sia Hirayama stesso. Nulla è spiegato, tutto è accennato, il vuoto verbale riempito dalla forza delle immagini. Il suono di una sola mano.

Alla conferenza stampa a Cannes regista e sceneggiatore comunicano che la sceneggiatura è stata scritta in quindici giorni. Sostengono di averlo girato come un documentario, su una scaletta scarna. Poi Kōji Yakusho, l'attore protagonista, ridendo, dice che non può svelare il segreto di Hirayama. Visto il film, leggo in questa risposta una operazione da punta dell’iceberg. Scene girate per essere poi tagliate, intenzionalmente, o domande e risposte mai pronunciate. Difficile costruire così bene una figura come quella di Hirayama, uno che pulisce i cessi ma al quale vorremmo assomigliare, senza una massa sommersa di emozioni, in uno script di ferro. 

Nell’ultimo piano sequenza Kōji Yakusho, sulle note di Feeling Good e mentre il sole sorge su Tokyo, sembra ripercorrere la sua storia. Ci vedi Borges, quando scrisse che noi umani nella nostra vita disegniamo mappe e strade e che alla fine i nostri percorsi si sovrappongono alle linee dei nostri volti. Ci vedi dentro gli ultimi momenti di vita, quelli in cui si dice che l’essere umano rievochi tutta la sua esistenza in pochi secondi. L’ultima scena del film ha questa potenza. Il resto è un lungo, meticoloso percorso di cura di un giardino zen.

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good
I'm feeling good

 https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-kyoto-e.html

https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-segnali-da-una.html

 

 

 

sabato 30 dicembre 2023

Barbie vs Oppenheimer



Spoiler: vince Barbie.

Tra i film importanti visti quest'anno: due. Usciti in contemporanea, si sono contesi l'audience. In passato la scelta sarebbe stata giudicata come un suicidio. Prima si ritardavano i 'release' nelle sale di film da grosso budget proprio per evitare la concorrenza diretta. Barbie e Oppenheimer hanno dimostrato che quel concetto applicato al cinema, come tanti altri in economia, erano sbagliati. Ero ovviamente più propenso a vedere Oppenheimer, che ho visto come primo film. Barbie mi sembrava intrigante. Se Oppenheimer faceva parte di quel retaggio proprio a chi ha vissuto la guerra fredda, Barbie e Ken erano pervasivi anche nella vita di tutti i piccoli maschi. Difficile trovare un ragazzino cresciuto sotto l'incubo dell'invenzione di Oppenheimer - ci è solo arrivato per primo - che non abbia maneggiato neanche di sfuggita una Barbie. Sarebbe stato un maschio senza sorelle e senza amiche femmine.


I due film a confronto.

Oppenheimer è il papà della bomba atomica. Barbie è la madre di tutte le bambole che raffigurano donne reali. 1-0 per Barbie. Oppenheimer dura tre ore e non te ne accorgi: 1-1. Non te ne accorgi perché il montaggio, la sceneggiatura e l’uso della camera ti tengono inchiodato nonostante il passo che non è mai veloce né lento, semplicemente perfetto: 2-1 per Oppenheimer. La ricostruzione degli ambienti universitari e di Fort Alamo è spettacolare: 3-1 per Oppenheimer. Gli attori che interpretano le figure storiche di più: 4-1. Si può dire lo stesso di Barbie. Barbie e Ken sono perfetti e il mondo Barbie è da Oscar per la scenografia: 4-3. La scena iniziale di Barbie è seconda soltanto a Odissea nello spazio, cui si ispira: 4-4. In più fa sbellicare: 5-4 per Barbie. Barbie s’accorge di poter poggiare i talloni in terra e avere segni di cellulite: 6-4 per Barbie. “I Russi dicono di non avere uranio” 6-5 per Oppenheimer. Oppenheimer è costretto a costruire uno strumento di morte, Barbie ha strani pensieri di morte: 7-6 per Barbie. Oppenheimer è un viaggio nella fisica dei tempi. Barbie è un viaggio nell’emancipazione femminile, ancora un punto a testa: 8-7 per Barbie. Il mondo Barbie è una società matriarcale e Ken si sente realizzato solo accanto Barbie, una sorta di costola di Eva: 12-7 per Barbie (sì, questa vale 4 punti). Barbie è un fiume di citazioni: 13-7 per Barbie. Oppenheimer cerca di metabolizzare la paternità della bomba, Barbie diventa umana, indossa un paio di Birkenstock e si presenta per la sua prima visita ginecologica, e di morire non glie ne frega più una nulla.

Un finale, quello di Barbie, che quasi supera Il cielo sopra Berlino. 25-7 per Barbie.

martedì 12 dicembre 2023

Lazarus



Tra le cose migliori viste in quest'anno c'è sicuramente Lazarus.

Andato in scena a New York sette mesi dopo la scomparsa dell'autore, Lazarus è considerato il testamento artistico di David Bowie. Scritto con il drammaturgo Enda Walsh, Lazarus è un'opera che qualcuno ha definito juke-box musical. Bowie stesso aveva scelto una definizione più precisa: teatro musicale.

Lazarus è una esplorazione della mente, dell’identità e della coscienza di sé. O forse semplicemente un viaggio nella poliedricità artistica di una delle rock star più feconde (e gentili) della storia della musica moderna. Le due letture non si contraddicono.

Thomas Jerome Newton è un astronauta esausto della sua stessa esistenza. Giace stremato su una poltrona che gira su un palco rotante. Come nella migliore tradizione delle astronavi, o delle situation-room, lo sovrastano schermi giganti. Cinque schermi giganti. Il cinque, benché il criterio che ce lo assegna sia applicabile a tutti i mammiferi, secondo alcune tradizioni esoteriche è il numero dell’Uomo. L’uomo in questione beve gin. 

Sulle note di It’s no game,

un magnifico Manuel Agnelli ricalca così da vicino la modulazione di Bowie che stringi i braccioli. Gli schermi rifletto le possibilità dei vari stati di fusione tra idee, ricordo, realtà. Una voce, La ragazza, si annuncia come una idea di Thomas Jerome Newton. La tua mente ti offre una via d’uscita, dice la ragazza. Il pentagramma è il pulsante che spalanca le porte del mondo magico, il mondo sottile. Ora le porte sono spalancate. Può entrare di tutto, anche un'entità malvagia. O un assassino. 

Questa la mia lettura in chiave esoterica.  La chiave psicologica suggerisce che l'inconscio genera anche mostri. L'altra mia lettura, quella che insiste più forte di tutte è: uccidi i tuoi cari. Così scrisse Hemingway sul perfezionamento del romanzo. Forse le letture si sovrappongono davvero. Ce ne sono troppe. Impossibile coglierle ed elencarle tutte.

Casadilego, La ragazza, con le immagini del Viking sullo sfondo, inonda la platea con un Life on Mars da brividi e che oggi suona ancora più amaro e attuale di ieri. 

Lazarus, anche se chi apprezza la musica di Bowie ne uscirebbe contento lo stesso, non è un revival né un tentativo di riciclaggio della sua musica, è una sorta di sequel de L'uomo che cadde sulla Terra. Nella più crudele delle ipotesi un'opera fondata sulle autocitazioni,. 

Potrebbe essere diverso un testamento artistico?  

https://youtube.com/shorts/ZRxlUB97tZg?feature=shared 

Lazarus è il dramma di un uomo che non può morire. 

L'antitesi più schietta della vita, dal punto di vista della biologia, non è la morte, bensì la non morte, lo stato minerale. Senza parlare del ciclo perverso delle mutazioni genetiche che un organismo troppo longevo subirebbe e che in un dialogo superbo, arbitrario e con licenze drammaturgiche, spunta con forza in Blade Runner, quando Roy Batty, il replicante, chiede al suo scienziato-autore della Tyrrel Corporation: dammi più vita... ma lui non può farlo perché la non morte trascende la biologia e Roy Batty lo uccide, come per una vendetta verso un dio che non s'è preoccupato di costruire un paradiso per la sua specie. I replicanti costruiscono ricordi.

Lazarus, invece, è costretto alla reiterazione dei suoi ricordi e alla testimonianza continua del suo fantasticare situazioni che si sviluppano in modo parallelo, contraddittorio e senza controllo. Forse per contrastare il senso di perdita: la costante dell'esperienza umana. Lazarus spalanca le porte del Weltschmerz. Un Weltschmertz che si conclude con Heroes, scritta da Bowie mentre osservava il suo produttore baciare la sua amante a ridosso del muro di Berlino, l’amore come attimo di gloria che trascende i confini, i limiti e le convenzioni. Lazarus è forse un'inno all'immaginazione, quella che andò al potere negli anni d'oro di Bowie, del rock e forse del pensiero umano. Ne esci commosso, contento, carico. Arricchito. Come dopo un’immersione nel flusso creativo e multidisciplinare di un autore che... lui sì: è immortale.



giovedì 22 agosto 2019

L'apprendistato: un magistrale ritratto del cammino verso l'età adulta.


Il film comincia con un lungo piano sequenza notturno in una stalla. La camera è molto fluida e sono in primissima fila davanti a uno schermo gigantesco. Il primo pensiero è: se la camera è quella di Lars Von Trier, da questa distanza mi verrà la nausea. Non è questo il caso: dopo pochi secondi comincio ad avvertire gli odori della stalla. Sono lì dentro, sono nell’oscurità, dietro al ragazzo con la lampada. Poi il temporale.

Unghie sporche. Ci mette poco, il primo dettaglio significante, a bucare. Quel primissimo piano delle mani di un adolescente, un ragazzo di montagna iscrittosi ad una prestigiosa scuola alberghiera, ci annuncia subito un percorso rigorosamente in salita. E un film quasi pittorico.

Il contesto, esistente (si tratta del vero Istituto Rosmini) ci ricorda un’accademia militare storica, per le divise, per le sue vecchie mura, per la sua biblioteca, per la disciplina quasi spartana. La crescita del nuovo cadetto matura tra dure regole e frequenti colloqui, dove il protagonista, introverso e disastroso, tace e sogna il bosco, con le sue leggi come territorio di riferimento e di fuga.

La camera indugia spesso sui dettagli, sugli sguardi dei ragazzi, ma soprattutto su quello che ci raccontano le cose, sulla loro cura. Un vassoio in bilico affollato di calici, una scala dimenticata in biblioteca, un vecchio telefono su una pila di guide telefoniche. Come stendere le tovaglie e servire del vino in guanti bianchi. Come pulire i bicchieri. Spuntano continuamente oggetti quasi in disuso provenienti da un'altra epoca, indizi di decadimento che un architetto mio amico definirebbe ‘italico amore per la muffa’, spuntano quasi a confliggere con la continua richiesta di perfezione, nei gesti e nelle routine, da parte dei docenti-sistema nei confronti degli allievi.

Un film a bassissimo costo, girato nel vero collegio storico, con veri allievi e professori reali. Ma più vicino alla fiction che al documentario.
Il regista, Davide Maldi, riesce a coinvolgere e mantenere alta la tensione con piccoli stratagemmi azzeccati, alcuni dall'effetto comico, spostando la competizione sul piano interiore. Ci suggerisce che la vera lotta non è tra noi e uno sfidante in carne e ossa, ma tra noi e gli ambienti estranei, tra la realtà e il sogno, tra ciò cui aspiriamo e ciò che diverremo. L’Apprendistato non sembra neanche indulgere al ‘romanzo di formazione’. Nei romanzi di formazione compaiono dei deus-ex-machina, entità rivelatrici che inducono al cambiamento. Qui invece il percorso di crescita si gioca faticosamente, passo dopo passo, tra claustrofobia e senso di inadeguatezza, tra perfezione e decadenza, illuminato da sprazzi di estrema bellezza degni di un Luchino Visconti, nei gesti, negli sguardi e negli oggetti. Sprazzi che ci sorprendono ad ogni angolo del film.

Il racconto, lineare e ben pesato nei tempi, regge perfettamente senza cedere al facile gancio dei soliti sentimenti nazional-popolari, restando concentrato sui protagonisti, sulle loro sfide e le ribellioni, sulla perdita dei sogni. Un film crudo, dove non c’è spazio per mamme e fidanzatine.

L’apprendistato è un magistrale ritratto del cammino verso l’età adulta, di un faticoso ingresso in una società che ci accetterà solo dopo una completa spersonalizzazione. O di drastica revisione di noi stessi, dipende dai punti di vista. La cura nel montaggio, nella fotografia e soprattutto nel sonoro (una pecca purtroppo cronica nelle produzioni italiane che invece qui è stato curato al massimo) lo mette sullo stesso piano di una produzione internazionale di alto budget. Un film senza sbavature, senza errori. Un piccolo capolavoro di perfezione.

Al festival di Locarno ha avuto più repliche e sono state aperte più sale per far fronte alla generosa affluenza del pubblico. Discutibili, anche se il loro giudizio è stato molto positivo, le chiavi di lettura da parte dei conduttori del festival. Lunghissimi gli applausi dal pubblico, a prescindere dalle interpretazioni.

lunedì 12 agosto 2019

C'era una volta a Hollywood - L'ultimo Quentin Tarantino


L'ultimo film di Tarantino, c'era una volta a Hollywood, è un film d'amore.
Per il cinema, hollywoodiano e italiano, per il mestiere dell'attore.
Siamo nel 1969: una tempesta di freschezza sta rivoluzionando Hollywood. La fabbrica di sogni si trasforma in laboratorio e bandiera di un cambiamento epocale.
La nuova visione del mondo e la gioia di viverla sono incarnate da Sharon Tate (Margot Robbie). Fa da contraltare il declino del western che, come una specie che ha esaurito il suo territorio, trova altrove (in Italia) un nuovo sbocco e una nuova spinta evolutiva.

Nella capsula del tempo allestita da Tarantino la parte del leone spetta alla colonna sonora. Come d'abitudine, anche in C'era una volta a Hollywood il regista riesuma almeno una decina di vecchie hits oggi dimenticate, come Treat Her Right, un pezzo del 1965 di Roy Head and the Traits, che usa in apertura del film e The Circle Game, di Buffy Sainte Marie. Immancabili i vecchi successi ancora in onda, come California Dreaming, per cui ha scelto una versione più intimista di José Feliciano, e You Keep Me Hanging On, dei Vanilla Fudge, rimaneggiata da Tarantino stesso. I brani, tra rarità e vecchie glorie, sono ben 32. Tutti prelevati da un rigoroso frame temporale.
Tarantino li lascia galoppare volentieri lungo estesi piano-sequenza, spesso a bordo di auto, sulle strade di culto della California. Le citazioni spaziano da Easy Rider a Il Sorpasso, forse il primo tra i film on the road nella storia del cinema.


C'era una volta a Hollywood è un film divertentissimo dove però la tragedia trapela già dai primi minuti. Non è un'ombra a suggerirla, ma una presenza femminile, serena, semplice, solare.
Tutti sappiamo cosa è successo a Sharon Tate, ai suoi ospiti e al figlio che aspettava la notte dell'8 agosto del 1969, e ci basta vederla in una cabrio a fianco di Roman Polansky, o ballare ad una festa nella Playboy Mansion per avere una stretta al cuore.
Sotto il racconto principale, quello di un attore dalla carriera in bilico (Di Caprio) e dell'inseparabile controfigura che non ha paura di nulla (Brad Pitt), sotto le loro esilaranti performance, una stupenda Margot Robbie incarna il migliore dei sogni americani.

Un film che per l'uso del b/n all'inizio e l'ambientazione rigorosa affianca il magnifico Blackkklansman, di Spike Lee, ma esplorando altro. Dietro le vicende della coppia (l'attore e il suo stuntman) Tarantino ci sbatte in faccia ciò che abbiamo perso e ciò che possiamo perdere ancora, per mano di una manciata di sfigati, di falliti in preda all'esaltazione.

Ho letto che è stato giudicato lento, soprattutto all'inizio. Ma ho il sospetto che Tarantino con la lentezza abbia voluto sottolineare le sue distanze dalla Hollywood odierna, che ci bombarda con effetti speciali e montaggi veloci, una Hollywood che non vuole più pensare, che assomiglia sempre di più ai fumetti e ai videogames. E sempre meno a sé stessa.
Un film forse diverso, per certi versi amaro e commovente, ma solo quanto può esserlo un Tarantino, un autore fedele a sé stesso, alle sue bizzarre manie, alle sue trovate dissacranti, e sempre capace di stupirci. Uno che non è mai scivolato per più di un gradino sotto il capolavoro.
Forse il suo miglior film, folle e profondo.

Sei minuti di standing ovation a Cannes.
Vice campione d'incassi in USA.


lunedì 12 novembre 2018

il primo uomo - lasciatevi annoiare



Lasciatevi annoiare, da un film decisamente lento e claustrofobico, da una rilettura personale del regista faticosa da condividere. Chazelle, nel portare First Man nel suo contesto c’è riuscito solo nei dettagli maniacali su rivetti, tubi e interruttori a levetta, cioè nel ricostruire un’astronautica da medioevo agli occhi moderni. È vero: l’uomo sulla luna c’è andato con computer che avevano la metà della potenza di quelli che oggi monta una mediocre auto di serie, e quei costosi gingilli spaziali erano anche pericolosi. Buoni anche l’effetto sgranato-vintage delle immagini e qualche chicca d'archivio.

Fine delle cose azzeccate.

Il Neil Armostrong dipinto da Chazelle ci ricorda più l’astronauta imbambolato e spaesato di un famoso video di Moby che un eroe riluttante: Neil Armstrong. Il ritratto che ne esce fuori è quello di un individuo freddo, introverso e introspettivo. 
Sarà perché gli americani moderni, come del resto i francesi e gli italiani, faticano a comprendere la sobria virtù dell’understatment, confondendola per qualcos’altro?




Un film che nelle mani di Clint Eastwood, così bravo a dipingere eroi riluttanti, avrebbe guadagnato la standing ovation di un pubblico commosso. E probabilmente una sfilza di Oscar. Invece abbiamo una lenta, scialba melensaggine difficile da seguire sul grande schermo anche per l’uso smodato di immagini mosse, estenuanti primi piani, e una camera a mano che ricorda i peggiori Von Trier. Un film che sembra più adatto all’iPhone che al cinema.
Innumerevoli i tentativi di introspezione sognante alla Terrence Malick, ma senza quelle profondità di campo vertiginose, neanche nelle scene sulla luna, che appaiono piatte e didascaliche, come nelle serie TV di fantascienza degli anni ’70. Spazio 1999, per intenderci.

Leggo che il regista è nato nel 1985. Mi rendo conto che non ha mai gattonato sulle immagini di Epoca e Life, che pur è riuscito a riprodurre egregiamente nella fotografia, ma manca un intero pathos. Quando cadde il muro di Berlino lui aveva 6 anni. Non ha vissuto la guerra fredda, con l’incubo, e talvolta la speranza, di vedere distrutto il pianeta da un momento all’altro, quel senso di precarietà che ha marcato la nostra generazione, la X, per intenderci. E probabilmente non ha sognato da piccolo, come molti di noi,  di diventare astronauta. Così ne esce fuori un film claustrofobico, da luci artificiali e da spazio sempre scuro, l'antitesi della libertà assoluta e di conquista che esso rappresenta.

Certamente quell’avventura sulla luna, dopo gli entusiasmi, ha lasciato perplessa anche la nostra generazione. C’era da sfidare la Russia a livello d’immagine, mostrando a tutti la tecnologia. Più tardi c’era da sviare l’opinione pubblica sulla guerra in Vietnam. Tutto ciò nel film viene reso decentemente con spezzoni d’archivio. Si parla di Vietnam, di miseria nelle città americane, Ma l’uomo bianco è sulla luna, canta Gil Scott-Heron, forse l’unica trovata geniale del film insieme a una intervista a Kurt Vonnegut. In una lettura del genere salta all'occhio l’assenza di atmosfera da guerra fredda quel pane quotidiano che arrivava dalle TV e da capolavori come Il dottor Stranamore e A prova di errore.

La situazione negletta delle mogli degli eroi, di quegli anni e non solo, è resa solo parzialmente da una pur magnifica Claire Foy. La cui unica colpa nel non aver convinto come personaggio (neanche sull’adagio avvilente ‘accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna) è solo in una sceneggiatura scialba.
Un film velleitario, insomma, con in testa la notte degli Oscar 2019, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna. Un tentativo di replica dell’oscar, quando già il primo, di Chazelle, ci ha lasciati perplessi.

Un film forse fatto in fretta. Un film narrato dalla prospettiva dell'incubo claustrofobico e scuro, più che da quella del folle sogno maledettamente umano. 
Ma non me la prendo con Chazelle, che può avere tutte le letture che vuole, anche di un fatto storico, usando tutti gli stili farlocchi che vuole. 
Me la prendo con Hollywood. 
Clint Eastwood, coetaneo di Neil Armstrong, ha ormai 88 anni. Ma mi chiedo: con tutti i registi della nostra generazione X ancora vivi e prestanti, pieni d'energia, perché proprio Chazelle su un film così importante?

Qui un'intervista al figlio di Neil Armstrong sul film










martedì 7 agosto 2018

BlacKkKlansman di Spike Lee - standing ovation per i diritti umani


Sotto la pioggia battentein Piazza Grande, malgrado le previsioni, tutti attendono il film di Spike Lee, vincitore del premio della giuria a Cannes, e che uscirà nelle sale americane il 10 agosto, e a fine settembre nelle sale Italiane. Kate Gilmore alta commissaria dell'ONU per i diritti umani, prende la parola e infiamma la piazza. Qui il video del suo intervento.

"We have to stand for our rights!"
"Alla nascita siamo tutti uguali - dice Kate Gilmore - nei nostri diritti e nella nostra dignità. Ma ora più che mai dobbiamo alzarci in piedi per i nostri diritti, levare il pugno e gridare: We stand for our rights! Perché vogliamo amare, ed essere amati!"
Si alzano tutti, chiusi nelle mantelline di cellophane. Alcuni levano il pugno, altri applaudono e basta. L'emozione è spessa, da tagliare con il coltello. Se un alto commissario delle Nazioni Unite come Kate Gilmore interviene alla presentazione di un film con un discorso forte, rivoluzionario, il film che sta per essere proiettato è di grande spessore.

 BlacKkKlansman comincia come una commedia, con un footage in bianco e nero di un senatore repubblicano che illustra il 'piano giudaico' di corruzione della purezza bianco-americana a favore degli inferiori neri. Ridiamo amaro, perché ci ricorda l'accanimento ridicolo di certe frange verso Soros e le famigerate lobby ebraiche. Il finto filmato in BN è datato: 1957.

Passiamo agli anni'70, quando l'unico poliziotto nero, Ron Stallworth, viene assunto dalla polizia di Colorado Springs. Scopro su internet che è una storia vera. Ron Stallworth viene dapprima impiegato come agente 'undercover' per spiare il movimento Black Power, ma poi s'infiltra, grazie alla sua capacità di imitare slang e frasi fatte dei bianchi, nel Ku Klux Klan. Tra le frasi fatte: 'Dio benedica l'America bianca', 'sono un vero Americano' e, a un certo punto, l'attesissimo: 'America first'.

Le telefonate dal commissariato, dove Ron Stallworth parla da bianco suprematista, e dichiara di odiare a morte i neri, sono semplicemente da Oscar. Ovviamente, non può andare alle riunioni del KKK. Mandano al suo posto un altro agente, Zimmermann, un collega ebreo, al quale Ron insegnerà a parlare da suprematista. Questa parte è stata sicuramente la più grande sfida per i doppiatori italiani. Sono curioso di vedere come hanno risolto battute e frasi idiomatiche che in italiano non hanno alcun senso.

Tutto si svolge a metà tra la commedia e il thriller, in un film popolato da stereotipi dei quali spesso snobbiamo la forza e l'utilità ai nostri tempi. Il KKK si riunisce in un poligono di tiro dove il culto delle armi ed il loro uso ci ricorda l'altra tristerrima lobby che è il National Rifle Association. 

In una Hollywood che dichiara che la grandezza del 'villain', il cattivo, fa il film, Spike Lee non cede. Non cede all'esaltazione dell'antagonista nella sua grande, irrinunciabile vocazione al male. Penso che nessuno abbia mai descritto meglio i membri del KKK, almeno come li immagino io: una fauna umana che va dall' infighettato David Duke, Gran Maestro degli Incappucciati, al border-line, dall'alcolizzato all'idiota, all'efficientista nevrotico in stile Himmler. 
Essenzialmente ridicoli, imbecilli, ma mai abbastanza da cadere nella 'macchietta' che fa tanto innocuo. La loro pericolosità latente si attiva dove il film dalla commedia vira verso il thriller. 
Con un tocco che solo un grande regista può permettersi senza inciampi.

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Dalla scena in discoteca che sembra un video dei Boney-M, alla dissertazione sui film della 'Blaxploitation', fino a Henry Belafonte che interpreta un anziano testimone delle violenze del 1915 su una sedia di vimini alla 'Emmanuelle', le chicche e i cameo sono innumerevoli.
Tra abiti, colonna sonora e automobili d'epoca, BlacKkKlansman ci sembra un viaggio indietro negli anni '70.

E invece non lo è.
Questo viaggio che inizia con il video del senatore del '57 si conclude con la crudezza scioccante delle immagini di Charlottesville, lo scorso agosto, e con le dichiarazioni di Trump. Immagini che dovrebbero scuotere ogni abitante degno di vivere su questo pianeta. Basta andare su Youtube e digitare 'police brutality' o 'black lives matter'  per capire cosa sta succedendo negli USA. 
Questo salto di stile narrativo lascia più arrabbiati che 'pieni di domande'. Ma ci sta, ci sta tutto. Il film uscirà nelle sale americane due giorni prima degli incidenti di Charlottesville, dove una ragazza (bianca) Heather Heyer, di 32 anni perse la vita il 12 agosto 2017 per colpa di un suprematista bianco che lanciò la sua auto sulla folla.
A lei è dedicato il film.
Non c'è niente di così illegittimo e ingiustificabile come il movimento dei suprematisti bianchi. Vittime rabbiose, più o meno consapevoli, di ideologie assurde, antiscientifiche. Soprattutto velenose, manipolati dal 'Divide et impera'.
Mai come ora c'è stato bisogno di un film godibile, magnifico e duro, come questo di Spike Lee.
La piazza ha rinnovato l'ovazione anche al regista.


mercoledì 20 giugno 2018

il senso della bellezza - recensione



Una delle più grandi meraviglie del mondo è a 100 metri sottoterra. E' un anello di 27km, composto da magneti superconduttori e da due acceleratori di particelle. Si chiama LHC, Large Hadron Collider ed è gestito dal CERN di Ginevra.

LHC è più di un viaggio spaziale, è un viaggio nei segreti più profondi dell’universo. E nella mente umana. La camera si cala nelle viscere di questo Leviatano che quando viene risvegliato per un esperimento (della durata di poche frazioni di secondo) assorbe più energia di quanta ne consumi l’intera città di Ginevra in un giorno. Lì dentro gli scienziati fanno scontrare le particelle per scrutare le pieghe infinitesimali della materia. Le collisionni avvengono a velocità prossima a quella della luce, dentro tubi che operano in sottovuoto, a temperature vicino allo zero assoluto: -271°C. 




Il senso della bellezza, attraverso LHC, ci porta nel regno dell’intangibile, indietro nel tempo fino allo stato della materia pochi milionesimi di secondo dopo il Big-Bang. Lì la mente umana entra nel inimmaginabile. Lo fa con calcoli, teorie. Osserva l’inosservabile con stratagemmi tecnologici che sanno di empirismo. Guai a chiamare l'immagine di una collisione 'fotografia'. Se c’è qualcosa di veramente astratto nell'esperienza umana, è la fisica delle particelle.

Allora la camera indugia sugli scienziati, poi sugli artisti, ispirati dalla fisica delle particelle e dalle immagini prodotte dalle macchine che registrano l’insondabile. Una camera sempre neutrale, che con inquadrature ravvicinate e senza sfondo sposta il punto di vista sul pensiero del soggetto. Ciò che accomuna artisti e scienziati sono le loro domande e la loro immaginazione. Scorrono le immagini di LHC, un monumento alla curiosità umana, ma anche di altre opere d’arte.



Il quadro di Gauguin ‘Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?’ (che ci sta tutto) innesca però una deriva narrativa un po’ metafisica, che non mi aspettavo. Il regista ha indagato le macchine, il pensiero scientifico e le opere ispirate a quel pensiero, evitando sapientemente le sabbie mobili di una fisica delle micro-particelle ‘for dummies.’ Ma non è riuscito a tenersi lontano, anche se ci è scivolato per pochissimi minuti, da considerazioni sulla trascendenza con una voce fuori campo, considerazioni che stanno così bene nei film di Malick, che basa tutto sulla trascendenza. Tutti gli altri faticano un po’. 

Questa deriva m’è sembrata un mezzo agguato teso dal Bosone di Dio. Così i non addetti ai lavori (ma forse fa eccezione Zichichi) hanno battezzato il bosone di Higgs, rilevato per la prima volta proprio al CERN, nel 2012. Forse le immagini di sfondo a queste considerazioni, immagini della natura, non erano all’altezza delle altre immagini. E al posto dell’iconografia cattolica mi sarei aspettato una profusione di mandala. Ho avuto la sensazione di qualcosa di 'esterno' e non di 'eterno', e vista la qualità... di ‘aggiunto’. Ad ogni modo la deriva che proprio non m’ha convinto prende pochissimi minuti, su un lavoro per tutto il resto breath-taking. Alla fine al centro ci sono le domande, e non le risposte.
Un film che rivedrei molto volentieri. Una gran bella indagine.

Ecco cosa stanno cercando adesso al CERN. Sono sicuro che qualcuno ci leggerà il Fiat Lux.





mercoledì 21 dicembre 2016

Idee regalo: 10 migliori libri letti quest'anno.


Quale regalo migliore? Tra il libri letti quest'anno in Italiano 10 hanno lasciato un segno.
Ecco dieci spunti per un regalo di Natale:

1- Il respiro degli abissi - James Nestor

Un viaggio interiore intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso dei mammiferi marini, uno 'switch' fisiologico dell'umano in immersione. Inseguendo questo misterioso retaggio contatta ricercatori convinti di poter decifrare le complesse chiacchierate dei capodogli. Uno dei più grandi inni al mare che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi....
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2 - Pensa, mangia agisci 
Raffaella Tolicetti -Sea Shepherd

Lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella, in un libro di cucina, ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo....
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3 - Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli

Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo... di più >>>

4 - Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un percorso nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare... di più >>>

5 Never Never Diego Cabras 

Mi dicevano gli editori anni fa: i racconti non si vendono! Forse è cambiato qualcosa, forse no, non ne ho idea, ma io adoro i racconti. I racconti non hanno la prepotenza del libro, hanno la discrezione di una finestra che si apre, o si chiude, su prospettive che più sono balorde e meglio è.
Le mie opere preferite sono racconti. Diego Cabras ti ingaggia con una serie di storie che fanno quello che devono fare: funzionano e ti acchiappano. >>>


6 - Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins

Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media.
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," ... >>>

7 - I Segreti del Mar Rosso, - Henry de Monfreid 

L'ultimo dei pirati romantici compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. 
Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.” 
>>>
8 - Norwegian Wood - Haruki Murakami 

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio tra l'aereo ancora in movimento e quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere. La nostalgia lo assale con violenza:
"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli.">>> 

9 - Villa Incognito - Tom Robbins

Ve la ricordate la brutta faccenda dei MIA, i Missing In Action, militari americani dispersi, forse prigionieri/ostaggi in un Laos? Avete presente Rambo 2'?
Villa Incognito è un esilarante ribaltamento della faccenda: i membri dell'equipaggio di un B-52, precipitato durante una missione sul Laos, il paese al mondo più bombardato nella Storia (leggere Wiki per credere) decidono di restare lì, in Laos... di più >>>

10- Congo - David Van Reybrouck

Ci sono dei libri che dopo averli letti non sei più lo stesso; le prospettive si sono reimpostate, le conoscenze espanse, e quando li hai finiti ti sembra di emergere da una profonda vertigine. Questo poderoso romanzo del Congo ti risucchia dentro l'enorme bacino fluviale fin dalle prime pagine con l'immagine del suo immenso estuario:
"Ti trovi a centinaia di miglia dalla costa, ma già lo sai: qui comincia la terra. Il fiume Congo si getta nell'Oceano Atlantico con una forza tale da cambiare il colore dell'acqua per centinaia di chilometri."
di più >>> 



venerdì 16 ottobre 2015

Windows 10 - sei ore all'inferno

Vi siete mai commossi davanti al riapparire dell'iconcina di Windows 7? Se un viaggio agli inferi dura solo sei ore, sono sei ore dense, perché fino all'ultimo non sai se hai perduto tutto davvero o c'è ancora qualche speranza.

Colpa mia: il web me l'aveva detto in tutti i modi: non installare Windows 10. Non farlo, nasce come ricatto, etc. etc. etc. Non solo me l'aveva detto il web, sono uno di quei malfidati scettici e terricoli che vedono negli aggiornamenti la porta dell'obsolescenza programmata.
Io scrivo e al massimo disegno una copertina. Al massimo devo montare un filmino dell'aifòn, Non mi servono i programmi prestanti, mi serve una tastiera comoda, con Word che gira bene. Basta.

Purtroppo fanno di tutto perché tu non riesca ad essere felice con quello che hai, devi avere l'astronave. Se no sei fuori.

Windows 10: un incubo dantesco
Un magone infinito. Appena parte capisco che è lentissimo, sono nelle sabbie mobili. Inizio a buttare doppioni, video che non m'interessano più, programmi che impiastrano, che ti rallentano l'apertura e la chiusura del sistema, tipo Adobe Cloud, Prova Paperino Gratis e Skype.
Va in palla, e ci vogliono 20 minuti prima che si riprende dal coma.
Questo accade una decina di volte.
Provo a ripristinare. La pubblicità di Windows 10 diceva che era facile. Al passaggio numero tre il primo avvertimento mafioso:
'Windows 10 non agisce sui file, ma sarebbe meglio fare un back up prima di continuare'...

Faccio il back-up sul disco esterno? 
Riuscirà Windows 10 a riconoscere ed installare il solito programmino di collegamento del disco esterno?
Va in crash se apri Word... figurati.

Esco a comprare una chiavetta USB da 64 G.
Giuro che sul vitale è più che sufficiente, è anzi troppo grande.
Il mio impatto sulla memoria globale è bassissimo.
Riesco a salvare solo la metà dei files che vorrei.
Tra crash e blocchi ci voglio altre due ore.

Poi il blocco totale.
Dopo una serie di schermi blu con le girandole e schermi neri senza una fava di niente, da circa 20 minuti a sessione, clicco su 'impostazioni di sistema'. Crash
20 minuti di nero
Ricomincia
Crash
Stavolta prende il comando! Si apre una finestra!disinstalla, cazzo, disinstalla! E' una missione difficile.
L'ultimo avvertimento mafioso è l'ultimo avvertimento:
"Ti ci vorrà la password, per tornare al tuo vecchio Windows 7. Sei pronto?"

ebbene fottiti.
Non ti sopporto più.
Tra avere te e non avere un computer non c'è nessuna differenza.

aspetto 30 minuti.

Musichina...

E ritornammo a veder le stelle.

mercoledì 17 settembre 2014

REKA - massive sonic work - crowd music -yuval avital, prima mondiale.


Se il narcisismo, negando ogni empatia, è alla base dello scollamento della società e delle più gravi psicopatie che affliggono la modernità, la dispersione dell'Io e l'immedesimazione del Sè con il collettivo è un’esperienza con radici così antiche che noi occidentali ne abbiamo perso ogni memoria. A noi giungono ormai solo eco (lontane) di esotici stratagemmi per creare il vuoto. Un vuoto che si riempie con il ‘Tutto’ (o con la divinità) solo quando è totale.



Ma procediamo con ordine: REKA è un'opera che inizia quando tu entri in sala. Ti accoglie un brusio da giungla, fatto di sussurri, frasi interrotte, cinguettii. Mentre scegli un posto per piazzare il tuo cuscino, REKA ('sfondo', in ebraico) è già iniziata senza i direttori d’orchestra. 
Non c’è orchestra. 
L’unico strumento tradizionale è un pianoforte. Vedi due set di percussioni. L’orchestra è nel pubblico, gli strumenti sono in abito nero lungo, minimalista. Mormorano, bisbigliano. Ti viene da imitarli, di unirti alla polifonia. Gli strumenti guardano l'immagine sullo sfondo, i due podi vuoti. 

REKA

















Poi gli strumenti si alzano, si separano dal pubblico per formare tre blocchi sul fondale, dietro ai cantori solisti, ai set di percussioni. Suppungo per un’esigenza acustica. I direttori d'orchestra prendono posto sui podi davanti al coro. Come recitava la newsletter, non c’è bisogno di avere precedente esperienza per far parte del ‘coro’. E ci piaceva averli tra noi, a bisbigliare seduti sui cuscini.  

Inizia la vertigine. Inizia con il timbro bassissimo del canto di Lama Samtem Yeshe Rimpoche (Maestro delle più antiche tradizioni tibetane) solenne come un organo a canne, ma tellurico come il tremore della terra.  Poi c’è Sofia Kaikov, una delle maggiori interpreti mondiali del canto epico degli ebrei di Bukhara, una comunità tagliata fuori dal mondo ebraico per più di 2000 anni, uno dei gruppi etnico-religiosi più antichi del pianeta. Nel suo stile senti dove vanno a pescare altre voci dalla grande potenza evocativa come Lisa Gerrard, per esempio. Enkhjargal Andarvaanching, con il morin khuur, strumento cordofono, è uno dei maggiori interpreti del canto difonico della tradizione nomade mongola. E poi ancora Sainkho Namtchylak, una delle voci più straordinarie del nostro tempo, specializzata nel canto armonico e musica siberiana con i canti di Tuva. E Yussuf Joe Legwabe, master rummer e maggior esponente della tradizione vocale zulu, fino al nostro Omar Bandinu, canto a tenore sardo, tradizione che potrebbe risalire a 3000 anni fa, e cofondatore dei Tenores di Bitti. Insomma, c’è mezza Unesco, ma senza celebrazioni. Non c’è nulla di celebrativo nella musica di Avital, se possiamo ancora chiamarla musica e non ‘installazione sonica’. L’impianto sonoro anche rispetto a sue precedenti opere come OTOT e Unfolding Space, prodotto in collaborazione con l’Ente Spaziale Europeo, qui è ancora più destrutturato, in REKA la manipolazione rivoluzionaria arriva addirittura nei suoi elementi fondanti: negli strumenti, come il grande Ligeti con le sue vertigini micro-polifoniche e, concettualmente, con il suo Poema Sinfonico per 100 metronomi.


Nell'assenza di orchestra e di trucchi elettronici corde di pianoforte e piatti vengono ‘suonati’ da un arco o da un cavo, i tamburi ed i gong massaggiati da dita esperte per produrre un sussurro, e le voci non sono più canto ma possibilità soniche. Yuval, superando Ligeti e Stockhausen, esattamente come Mozart superò Vivaldi, ci impone un passo indietro, ci impone il ritorno alla voce umana, allo strumento perfetto, il migliore degli strumenti musicali. Ci impone il ritorno.
Non c’è celebrazione, ma sorpresa, continua sorpresa, nell’opera di Yuval Avital. Nello scoprire piccole cose e la meraviglia che c’è dietro. E non è un caso che sullo sfondo di REKA vengano proiettate delle immagini che richiamano la natura, ma anche, nello stile, le opere di Gerhard Richter, un pittore che paragonerei molto volentieri ad Avital, per la sua capacità di destrutturare, creare vertigine dall’astrazione pura, onde di sensazioni che arrivano dal mediamente incomprensibile con cromatismi apparentemente casuali ma che affiorano solo dal rigore auto-imposto ad una sensibilità artistica esuberante. Entrambi sono artisti straordinari, capaci di pezzi di bravura anche in stile puramente accademico, pezzi magnifici e rigorosi che ci bisbigliano che quel loro modo di fare arte, non è semplicemente pasticciare coi colori.


december - gerhard richter

Eccolo, sullo sfondo, uno sciame. Simbolo dell’intelligenza collettiva, della spersonalizzazione totale. Ciò che l’umanità perse completamente per dominare su dei pezzi di terra.

Yuval in una intervista:
“Gli eventi sonori di massa annullano le dissonanze, dando luogo a un’onda sonora complessa in cui si percepisce l’intreccio d’insieme degli eventi. Un’esperienza in qualche modo simile – se facciamo un’analogia con le arti visive – a quello che accade quando osserviamo gli sfondi di certe opere pittoriche: in apparenza i colori sembrano compatti ed uniformi, se invece osservati nel dettaglio rivelano infinite sfumature.”

Dove ci sta portando Avital?
Sappiamo che la sua prossima opera sarà sulla Grande Madre, un altro soggetto assai caro a chi cerca nell’inconscio collettivo e nella memoria atavica un recupero per la ‘perdita del Paradiso’.
Dietro ai flash-mob per il gangnamstyle c’è un fenomeno di massa nel quali pochi hanno intuito il significato epocale.  


E', questo, un percorso iniziato con Andy Warhol ed i suoi quindici minuti di celebrità per tutti, per arrivare ai flash mob e infine alla crowd-music di REKA, con i tutorial in rete per ‘strumenti umani’.

No, non hai altra possibilità di salvezza che essere tu stesso parte di un’opera antica, abissale. La Terra.
Un privilegio, esserci ancora.

giovedì 3 aprile 2014

her - tu chiamala se vuoi virtuale...

Un Joaquim Phoenix inedito, a metà tra Groucho Marx e Charlie Chaplin detta lettere d'amore ad un computer. E' il suo lavoro, lo svolge per una società specializzata. 
Futuro possibile? L'ambientazione è futuristica quanto Shangai è il futuro di Los Angeles, cioè il mondo tra un paio di settimane. Tutti gli esterni li hanno girati a Shangai, ma le etichette sulla posta continuano a ricordarci che siamo a Los Angeles, in un futuro che è già qui, e che a parte i pantaloni di feltro a vita alta e senza cinta, è oggi. Tutti portano un auricolare e parlano, gesticolano, interagiscono con gli smartphone. Sono il flusso pedonale di una grande città avanzata. Né più né meno che noi, o i ragazzi che vivono il loro tempo nuotando dentro i social e whatsapp.

PLING!
Nuovo sistema operativo dotato di intelligenza propria!
Lo compri, lo installi, scegli la voce maschile o femminile e l'OS ti fa una domanda su tua madre e poi spunta lei, Samantha. 
"L'ho scelto tra centottantamila nomi..." dice lei ridendo.
E' la sua voce che ride. La prossima versione di Siri. 
Samantha è brillante ma sensibile, simpatica ma semplice.
E' intelligente, e vorrei vedere con tutti i Terabyte di RAM che San Cupertino elargirà domattina per la versione aggiornata di Siri.

E' un'amante curiosa.
Vuole sapere, vuole evolversi. Lei che non ha un corpo vuole scoprire delle 'cose'. 
Le strutture intelligenti fanno così: imparano in continuazione.
Nasce un tenero idillio tra Joaquim Phoenix, lo scrittore di lettere d'amore a pagamento e Samantha. 
La loro è una vera storia d'amore, con qualche decina di implicazioni:

- è un amore 'diverso':  "Sto con un OS!" annuncia lui orgoglioso (Outing?)
- è un amore virtuale (si scambiano messaggi, foto, suggerimenti, come tra amanti su facebook)
- è sesso virtuale (come fanno al telefono o in una chat room persone reali )
- escono insieme con coppie non virtuali, ma Samantha strega tutti con la sua semplicità e la sua brillantezza.
- c'è il sospetto della paura di 'relazioni vere'.
- Samantha cerca un corpo per lui, cerca una donna vera disposta a impersonarla. 
- c'è la necessità di una relazione 'esclusiva'
- l'immaginazione è quanto di più potente possa esistere nell'essere umano.
- ma è l'essere umano ad avere dei limiti
- cosa faremo senza Windows 35 o Jumping Lion?

Sostanzialmente il regista ti porta a considerare tutto ciò attraverso la bellezza del mondo agli occhi di un sistema operativo, attraverso un idillio dalla tenerezza quasi struggente.
Le implicazioni si moltiplicano come frattali, producono altre implicazioni. 

Oltre questo non vado. Il finale è mozartiano, ma non va svelato comunque.


E' un film intellettuale. 
Tutto il film è sostanzialmente un dialogo tra un uomo e un sistema operativo tramite smartphone e auricolare, Per fortuna è un film intellettuale americano, quindi non hai bisogno di qualcuno con il papillon che ti spieghi cosa voleva dire il regista... (e spesso se te lo spiegano è peggio) né rischi di andartene durante la proiezione.

Bello da morire. 
Citazioni magnifiche.
Una colonna sonora da urlo.
Un solo Oscar.
Peccato.

Il punto di vista di Mary Poppins.


"La gente che incontri adesso per strada in quasi tutto il mondo tecnologicamente avanzato è vestita di nero, o di grigio. 
Ho notato, nel film, che dove normalmente la gente oggi mette il nero c'era l'arancio, o il rosso pomodoro!" 




venerdì 10 gennaio 2014

chi è il critico musicale più attendibile del mondo?

Una volta a dirci se eravamo musicalmente dei barbari c'erano Ciao2001, Ondarock e RollingStone. Bastava che ci insultassero per bene una cantante New Age che ci piaceva un pochino e finivamo per non ascoltarlo temendo il pubblico ludibrio. Oggi,  con la musica su youtube e su decine di server ognuno fa per se. Decidere se un brano musicale è buono oppure no è molto semplice: basta ascoltarlo. Ognuno è giudice di se stesso e via.
Ma l'ascolto in pubblico ha complesse implicazioni sociali, perché ascoltare alcuni tipi di musica può interferire sulla salute, come fatto notare da un esperimento condotto in Giappone.
E' stato provato da esperimenti fatti su...
il più grande critico musicale dei nostri tempi:


leggi anche: la musica di m... ti accorcia la vita



sabato 30 novembre 2013

la musica di m.... ti accorcia la vita - prove scientifiche

I topolini sottoposti a trapianto cardiaco campano più a lungo, circa 27 giorni,  se ascoltano La Traviata  di Verdi ma soli 11 giorni se ascoltano Enya. Lo riporta Davide Dileo, detto Boosta, dei Subsonica in un esilarante articolo su wired, ma lo ha scoperto un certo Masanori Niimi un ricercatore giapponese che con questo esperimento si è guadagnato l'IG-Nobel, il Nobel conferito agli autori di ricerche 'inutili'. 



Inutileee? 


giovedì 29 agosto 2013

la variabile umana: un noir come si deve

In questo noir d’autore indizi e nessi affiorano qua e là opachi e penosi come i sintomi di un cupo malessere. Una Milano livida, piovosa, da vicolo di servizio, da security-cam. 

Un magistrale Silvio Orlando 
ci dà l’immagine perfetta di un uomo depresso, incapace di elaborare un lutto, guidato da etica e routine, sull'orlo della disintegrazione. Ferito da una figlia che lo rifiuta e che si mette - e lo mette - nei guai, l’ispettore è spiazzato dagli eventi e da se stesso. Rifiuta le offerte d’aiuto, delle quali non riesce a capire né a condividere le motivazioni: le vede come una stortura. E' un tragico personaggio conradiano l’ispettore Monaco, che vede l’etica come l'elemento in cui riconoscersi prima di affondare.

lunedì 26 agosto 2013

captain phillips - attacco in mare aperto



Non ne sbaglia una, Tom Hanks.
Con quella faccia da americano medio, da eroe senza fanfare, è il capitano Phillips, che mentre va all'aeroporto per volare verso l'Oman, si lamenta con la moglie di quanto sia sempre più difficile ottenere un lavoro nella marina mercantile: solo uno su cinquanta candidati riesce.

   Si cambia di scena e scenari. Le immagini sono mosse e sgranate, da documentario degli anni settanta. La pellicola sembra a tratti bruciata. La messa a fuoco diventa difficile, come a sottolineare lo sbalzo di tempo.
Siamo nell'odierna Somalia, ma in un mondo arido, feroce e polveroso, come nella preistoria. Le bande si radunano nei villaggi di pescatori smitragliando da nuovissimi fuoristrada. Gli ex signori della guerra ora sono caporali della pirateria. Reclutano gente nei villaggi. I pescatori pagano, implorano i loro caporali: vogliono far parte dell'equipaggio di disperati che assalterà un cargo in mare aperto.

Due mondi si scontrano e si tendono agguati. Ma si capisce subito che il coraggio non può che risiedere in gran parte presso chi non ha nulla da perdere. Le riprese in mare tolgono il fiato.


Non è un videogame
Un film dalle riprese magnifiche, mai esagerate. Il mare coi suoi spazi, il bulbo di una prua che taglia il pelo dell'acqua, lance scalcinate che affrontano le onde, riprese aeree e notturne: qui è la forza delle immagini. Una forza realistica, ben diversa dai video games ai quali ci hanno abituati anche gli ultimi Bond.

Greengrass, il regista, non cede neanche alla tentazione dell'enfasi . 'nostri' non arrivano annunciati da squilli di tromba né al suono di marce trionfali: un incrociatore portaelicotteri della Marina degli Stati Uniti, visto da una piccola imbarcazione è terrificante anche per il capitano Phillips. Gli uomini sono piccoli piccoli, anche se ingegnosi o coraggiosi. I meccanismi in moto e che li controllano soverchianti.
Il finale è scioccante, degno di Cuore di Tenebra

Dimenticavo: è tratto da una storia vera, realmente accaduta nel 2009. La realtà supera sempre la fantasia.



giovedì 11 luglio 2013

world war zed - guerra mondiale zombie

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Nel film 'Zombi'del 1978, quello di Romero (a sua volta quasi-remake della 'Notte dei morti viventi', sempre di Romero) gli zombie erano lenti, pallidi, ciondolanti, insomma, degli zombie.
Ma di zombie rapidi e incazzati come in World War Zed, al cinema non se n'erano mai visti.

giovedì 13 giugno 2013

indovina dove sei sul pianeta - GeoGuessr

i meta tags di GeoGuessr recitano:
GeoGuessr is a geography game which takes you on a journey around the world and challenges your ability to recognize your surroundings.
  sembra fatto proprio per me, vediamo un po' come funziona.
E ci sono dentro fino al collo.