mercoledì 20 giugno 2018

il senso della bellezza - recensione



Una delle più grandi meraviglie del mondo è a 100 metri sottoterra. E' un anello di 27km, composto da magneti superconduttori e da due acceleratori di particelle. Si chiama LHC, Large Hadron Collider ed è gestito dal CERN di Ginevra.

LHC è più di un viaggio spaziale, è un viaggio nei segreti più profondi dell’universo. E nella mente umana. La camera si cala nelle viscere di questo Leviatano che quando viene risvegliato per un esperimento (della durata di poche frazioni di secondo) assorbe più energia di quanta ne consumi l’intera città di Ginevra in un giorno. Lì dentro gli scienziati fanno scontrare le particelle per scrutare le pieghe infinitesimali della materia. Le collisionni avvengono a velocità prossima a quella della luce, dentro tubi che operano in sottovuoto, a temperature vicino allo zero assoluto: -271°C. 




Il senso della bellezza, attraverso LHC, ci porta nel regno dell’intangibile, indietro nel tempo fino allo stato della materia pochi milionesimi di secondo dopo il Big-Bang. Lì la mente umana entra nel inimmaginabile. Lo fa con calcoli, teorie. Osserva l’inosservabile con stratagemmi tecnologici che sanno di empirismo. Guai a chiamare l'immagine di una collisione 'fotografia'. Se c’è qualcosa di veramente astratto nell'esperienza umana, è la fisica delle particelle.

Allora la camera indugia sugli scienziati, poi sugli artisti, ispirati dalla fisica delle particelle e dalle immagini prodotte dalle macchine che registrano l’insondabile. Una camera sempre neutrale, che con inquadrature ravvicinate e senza sfondo sposta il punto di vista sul pensiero del soggetto. Ciò che accomuna artisti e scienziati sono le loro domande e la loro immaginazione. Scorrono le immagini di LHC, un monumento alla curiosità umana, ma anche di altre opere d’arte.



Il quadro di Gauguin ‘Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?’ (che ci sta tutto) innesca però una deriva narrativa un po’ metafisica, che non mi aspettavo. Il regista ha indagato le macchine, il pensiero scientifico e le opere ispirate a quel pensiero, evitando sapientemente le sabbie mobili di una fisica delle micro-particelle ‘for dummies.’ Ma non è riuscito a tenersi lontano, anche se ci è scivolato per pochissimi minuti, da considerazioni sulla trascendenza con una voce fuori campo, considerazioni che stanno così bene nei film di Malick, che basa tutto sulla trascendenza. Tutti gli altri faticano un po’. 

Questa deriva m’è sembrata un mezzo agguato teso dal Bosone di Dio. Così i non addetti ai lavori (ma forse fa eccezione Zichichi) hanno battezzato il bosone di Higgs, rilevato per la prima volta proprio al CERN, nel 2012. Forse le immagini di sfondo a queste considerazioni, immagini della natura, non erano all’altezza delle altre immagini. E al posto dell’iconografia cattolica mi sarei aspettato una profusione di mandala. Ho avuto la sensazione di qualcosa di 'esterno' e non di 'eterno', e vista la qualità... di ‘aggiunto’. Ad ogni modo la deriva che proprio non m’ha convinto prende pochissimi minuti, su un lavoro per tutto il resto breath-taking. Alla fine al centro ci sono le domande, e non le risposte.
Un film che rivedrei molto volentieri. Una gran bella indagine.

Ecco cosa stanno cercando adesso al CERN. Sono sicuro che qualcuno ci leggerà il Fiat Lux.