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giovedì 27 marzo 2014

martedì 11 marzo 2014

il western desert in mountain bike

«Para mi solo recorrer los caminos que tienen corazon, cualquier camino que tenga corazon. Por ahi yo recorro, y la unica prueba que vale es atravesar todo su largo. Y por ahi yo recorro mirando, mirando, sin aliento.»
Don Juan Matus 

E' settembre inoltrato e con Andrea stiamo esaminando la possibilità di scapicollarci in canoa giù per il Nilo azzurro. Divoriamo libri e mappe, scriviamo ai pazzi che quest' impresa l'hanno portata a termine prima di noi. Poi il lavoro ci risucchia nei nostri rispettivi buchi neri.
Una mail. "Sto organizzando il Western Desert in mountain bike. " scrive Andrea...

Come nel più classico dei  labirinti di Borges, nel deserto è facile entrare, molto meno uscirne.Il Western Desert, detto anche deserto libico, è uno di quei luoghi in cui dallo sguardo all'anima tutto si perde, come nell'Oceano. Secondo i greci era qui che iniziava il regno di Medusa.Ci appoggia nella nostra avventura un nutrito staff di veri saharawi, gente che nel deserto ci sa andare (e si vede) a bordo delle immancabili Toyota.

Procediamo sicuri, ma lungo sentieri mai battuti dalle sottili due ruote. Su ogni scelta di percorso incombe una incognita ubiquitaria, volatile, impalpabile.
"Se c'è qualcosa alla quale tutto ciò che esiste, sia organico o inorganico, sarà ridotto un giorno è la sabbia."  (C. Vivian)

Impariamo subito che sulla sabbia bisogna planare veloci, marcia alta e peso indietro. Le gambe bruciano anche 4000 calorie al giorno e almeno 7 litri d'acqua potabile. Sali e integratori sono irrinunciabili.
E' dura, a volte, ma volare da una lastra di roccia all'altra, scivolare sulla sabbia, frugare il deserto con gli occhi per scegliere in tempo il fondo giusto... non ha prezzo. Impari subito a riconoscere la consistenza della sabbia, le sue caratteristiche fisiche. La sabbia intatta suona sotto le ruote come neve fresca sotto gli sci.


I nostri saharawi sono entusiasti, ci esortano dai fuoristrada, ci salutano mentre arriviamo al campo che hanno allestito per noi. Prestare assistenza logistica alla nostra impresa è per loro una novità assoluta. Siamo i primi bikers da queste parti. A documentare la prova c'è Fred.


Non è ancora pronto un video, per ora c'è solo il back-stage.




Il deserto bianco era un tempo un mare.
Pinnacoli di corallo si ergevano dal fondo fino alla superficie. Ora quei pinnacoli sono dei candidi torrioni di calcare friabile, capaci delle forme più psichedeliche che la natura possa inventare. I fossili sono sparpagliati ovunque. Ad ogni passo temi di frantumarne una manciata.
Procediamo in un paesaggio onirico. Siamo nel centro di in un immenso playground. Difficile distogliere lo sguardo, difficile distogliere l'anima.
Procediamo.
Senza fiato.


Il silenzio del deserto, la sua luce... ti rubano il cuore.


L'energia del deserto - che deve la sua forza alla continua ionizzazione dell'aria - è dappertutto, fortissima, palpabile. La percepisci come una radiazione incessante.


Una energia inesauribile, 
come quella del Khamsin, il vento forte e mutevole, che inizia a soffiare sulla strada verso l'Oasi di Farafra.


«Per me esiste solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io cammino, e l'unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io cammino guardando, guardando, senza fiato.»
Don Juan Matus


foto e testi: claudio di manao

links

ringraziamenti 
andrea, dihab, ramadan, stefano, roberto, stefano, ahmed, waheed, raffaello, elena, paola, fred, gianfranco, francesca, fortunato, francesca. 
il deserto.
grazie

domenica 28 aprile 2013

livingstone



Aeroporto di Edimburgo. Esco fuori e guardo il cielo, le nuvole sembrano stracci che pendono giù, più o meno scuri, forse incerti, e non so perché mi viene da ridere.
C'è che l'aria di quell'isola, soprattutto al nord di quell'isola, punge come il vento volubile d'alta quota. C'è che la vegetazione in riva al mare qui è quella di un passo alpino.
Ecco il fuoristrada. E' lui. Ha la solita aria indaffarata-outdoor. E' sempre indaffarato, ma sempre outdoor-style, mica in chat con iPhone, iPad, niente passo svelto con 24 ore in mano: ha su un Bergen e un paio di wellie's incrostati di fango. E va di fretta.

Io, come al solito non so perché sono lì. So soltanto che prima o poi scoprirò il motivo profondo della mia visita.
Esattamente 10 anni fa mi consegnava le chiavi di casa sua a Sharm el Sheikh. Io ero appena tornato dall'Indonesia. Fuggivo dalla SARS, o meglio cercavo di anticipare le restrizioni e le quarantene prima che il mondo impazzisse di nuovo, per l'epidemia, per la terza guerra appena scoppiata nel Golfo. Lui partiva per trasferirsi a Edimburgo. Erano passati esattamente 10 anni. Allora, due anni prima c'eravamo spinti ai confini col Sudan. Cheerokee, mappe e GPS. Quella zona adesso tutti i tour operators la chiamano Berenice. Non è Berenice. Berenice è a sud di Ras Banas.

Lui mi chiede dell'Indonesia e mi consegna le chiavi di una casa vuota ma in un stato migliore di come la ricordavo. Era stata la casa di Lars. Poi sua. Adesso è casa mia.

la 'nostra casa' di sharm

Cinque anni dopo ritorna da me con due casse di alluminio al seguito. Il resto l'aveva lasciato su, a guardare il cielo perennemente incerto e straccione dalle finestre al posto suo, ad intristire per la mancanza di sole, ma senza di lui. No, non parlo del sole pallidino che spunta tra gli alberi durante una mezza bella giornata: non ce ne frega niente di chiamare sole quel disco pallido che appare nei cimiteri gotici. Ci piace il sole nucleare, quello da eritema solare, che brucia le retine, quello dei tropici. Il tempo di organizzarsi. Spedizione archeologica ungherese. E sulle tracce del 'paziente' inglese, che inglese non era, sparisce nel Western Desert, cioè su Marte.















Nel 2011 le cose andarono più o meno nello stesso modo. Io dovevo andare in Giappone, ma uno
Tsunami ed un nocciolo d'uranio in crisi isterica m'avevano dirottato su Bali.

"Sembra che vi diate appuntamento, voi due. Lui sarà qui dopodomani, di ritorno da tre mesi di esplorazioni a Papua." mi comunica Raul, il nostro comune amico. Roba da nulla. Solo tre mesi in mezzo agli Asmat. Cannibali che dormono sui teschi degli antenati. Niente, però, in confronto ai due anni in Congo coi pigmei.
No, non cerca il petrolio, cerca i falchi. Al massimo insetti e tassi. Spesso caproni del deserto. A volte cetacei e squali. Stavolta erano i falchi.


Proprio in mezzo al Royal Mile qualcuno sta cercando di farsi male con un ciccione ed un letto di chiodi, chiodi che sembrano coltelli. Ha anche detto che se vogliamo vederlo sanguinare, o crepare, dobbiamo pagare 5 sterline a cranio e che più giù c'è un bancomat. E' scozzese. Noi invece ci siamo quasi. Fa freddo e non c'importa di un pazzo che vuol farsi davvero male per una manciata di sterline. Non ce ne frega niente se il ciccione che camminerà su di lui lo trafiggerà e si trafiggerà i piedi ciccioni a sua volta. Noi andiamo, siamo in missione.
A casa sua mi ha mostrato qualcosa che io non avevo mai osato chiedere. I suoi taccuini. Dentro c'era il resoconto di esplorazioni ed esperienze che pochi uomini al mondo.
"La nostra scorta fornitaci dall'esercito regolare comincia a comportarsi in modo strano: hanno fame, la loro razione di riso è finita, c'è il rischio che uccidano qualche specie protetta..."


C'è un palazzo che sembra una torre, ma anche un elmo medievale. Di quelli con la feritoia per guardare fuori. da quelle parti non si sa mai.
Ci siamo.
Ecco perché sono lì.
Dovevamo esserci tutti e due, è questo l'evento.
Sì.

Entriamo.