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sabato 3 febbraio 2024

perfect days – lo zen e l'arte della manutenzione dei gabinetti pubblici


Il titolo di questo post potrebbe suonare irridente ma l'intenzione è tutt'altra. Perfect Days è un film giapponese. L’ha diretto Wim Wenders, un tedesco, ma è un film profondamente giapponese. Sì, c'entra lo Zen.


I metri di civiltà

C’è chi valuta il livello di civiltà di un paese osservando le sue carceri e i suoi ospedali, come scrisse Enzo Biagi nel suo saggio Russia. Per il viaggiatore che non ha intenzione di intraprendere certe deviazioni culturali, il bagno pubblico resta un metro affidabile. Uno specchio della società sul concetto di bene comune, sul rispetto del prossimo e sul senso della collettività. Il film di Wenders, parte proprio da lì.

 

Potrebbe essere il film più bello di Wim Wenders.

Per ora mi sembra il suo lavoro migliore dopo Il cielo sopra Berlino, ma le classifiche, personali e non, cambiano col tempo. Perfect Days e Il cielo sopra Berlino si assomigliano molto. Sono due storie di angeli. Due città, Tokyo e Berlino, che non sono più sfondo ma parte del cast. Questo Cielo sopra Tokyo è nel vento che muove le fronde degli alberi nei ritagli di verde, miracoli nel cuore di una città polpo. È negli sguardi di Hirayama, l’uomo in tuta blu che pulisce i gabinetti pubblici. 


Cosa c’è di più intimo?

Condividiamo più facilmente letti, stanze, uffici open-space, ma in un gabinetto senza porte avremmo l’apprensione guardinga di un gatto. Trovarlo pulito e in ordine dà un senso di relax, di sicurezza in un momento in cui si è vulnerabili. Hirayama si occupa di accudire questo bene comune. Si sveglia ogni giorno senza bisogno di una sveglia. Con cura si lava, trimma i baffi, con cura annaffia le piantine. Poi indossa la tuta blu, prende un caffè dal dispenser in cortile e parte per la sua giornata di lavoro. Giornate tutte identiche. Come l'angelo de Il cielo sopra Berlino, è segretamente innamorato di una donna che stavolta non fa la trapezista, gestisce un bar e canta The House of The Rising Sun, in giapponese. Nella sua pausa Hirayama mangia un panino e fotografa gli alberi. Fotografa la luce attraverso le fronde in bianco e nero e ogni santo giorno libero porta il rullino a sviluppare e ritira le foto della settimana precedente. Hirayama è un essere analogico. Ascolta musicassette e non ha uno smartphone. Ha un libro da leggere alla sera. La sua stanza da letto è un tatami e un futon che ripiega ogni mattina. Non sappiamo perché ha scelto questo mestiere, questa vita. Sappiamo che la sua cifra è la lentezza. Lo seguiamo nella sua cura metodica, nei gesti precisi che sanno di amore, non di condanna. Sappiamo i bagni pubblici di Tokyo che lui accudisce li hanno disegnati le archistar, per donare alla cittadinanza dei luoghi accoglienti. È questo ciò che gli interessa, preservare quel confort. E poi fotografare gli alberi nella pausa pranzo, ascoltare Lou Reed, Velvet Underground, Nina Simone e tutti i mostri sacri, gli eterni. Rigorosamente su audiocassette. Non si cura delle mancanze di rispetto di utenti e colleghi. La più grande mancanza di rispetto al suo lavoro viene dalla sorella, che lui non vede da anni, una che si presenta con l’autista e gli domanda: davvero pulisci i gabinetti pubblici? quasi costernata. Pulitori di cessi e spazzini si occupano del nostro confort e dell’igiene. Due voci irrinunciabili nel concetto di civiltà.

 

Un film senza trama

I famosi turning point, e i dieci minuti al massimo in cui una situazione da stabile diventa critica, qui vengono  ignorati. Come in molte espressioni dell’esistenzialismo, noi spettatori guardiamo un uomo nella sua routine. Ciò che gli accade intorno consolida e descrive il concetto. Chi è abituato a ritmi serrati e ad aperture può trovarlo noioso o inconcludente. Il film apre alla fine. Apre su un primo piano magistrale del magnifico volto di Kōji Yakusho - Hirayama, con in sottofondo una altrettanto magnifica e straziante Nina Simone. Nel volto di Hirayama nell’ultima scena, di una intensità pazzesca, c’è tutto il senso del film. Un film fatto di cose non dette.

 

La punta dell’Iceberg.

Più che un lavoro cinematografico, quello di Weders sembra letteratura minimalista. Hirayama non parla quasi mai, spesso non risponde alle domande. Gli indizi del suo vissuto, delle sue reazioni interiori, vengono quasi unicamente dalle sue espressioni facciali. In uno dei rari momenti in cui (quasi) dialoga è, quando lui e un tizio cercano di capire se le loro ombre siano sovrapponibili e si mettono a rincorrerle. Ti aggredisce l’ipotesi che il tizio sia Hirayama stesso. Nulla è spiegato, tutto è accennato, il vuoto verbale riempito dalla forza delle immagini. Il suono di una sola mano.

Alla conferenza stampa a Cannes regista e sceneggiatore comunicano che la sceneggiatura è stata scritta in quindici giorni. Sostengono di averlo girato come un documentario, su una scaletta scarna. Poi Kōji Yakusho, l'attore protagonista, ridendo, dice che non può svelare il segreto di Hirayama. Visto il film, leggo in questa risposta una operazione da punta dell’iceberg. Scene girate per essere poi tagliate, intenzionalmente, o domande e risposte mai pronunciate. Difficile costruire così bene una figura come quella di Hirayama, uno che pulisce i cessi ma al quale vorremmo assomigliare, senza una massa sommersa di emozioni, in uno script di ferro. 

Nell’ultimo piano sequenza Kōji Yakusho, sulle note di Feeling Good e mentre il sole sorge su Tokyo, sembra ripercorrere la sua storia. Ci vedi Borges, quando scrisse che noi umani nella nostra vita disegniamo mappe e strade e che alla fine i nostri percorsi si sovrappongono alle linee dei nostri volti. Ci vedi dentro gli ultimi momenti di vita, quelli in cui si dice che l’essere umano rievochi tutta la sua esistenza in pochi secondi. L’ultima scena del film ha questa potenza. Il resto è un lungo, meticoloso percorso di cura di un giardino zen.

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good
I'm feeling good

 https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-kyoto-e.html

https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-segnali-da-una.html

 

 

 

sabato 30 dicembre 2023

Barbie vs Oppenheimer



Spoiler: vince Barbie.

Tra i film importanti visti quest'anno: due. Usciti in contemporanea, si sono contesi l'audience. In passato la scelta sarebbe stata giudicata come un suicidio. Prima si ritardavano i 'release' nelle sale di film da grosso budget proprio per evitare la concorrenza diretta. Barbie e Oppenheimer hanno dimostrato che quel concetto applicato al cinema, come tanti altri in economia, erano sbagliati. Ero ovviamente più propenso a vedere Oppenheimer, che ho visto come primo film. Barbie mi sembrava intrigante. Se Oppenheimer faceva parte di quel retaggio proprio a chi ha vissuto la guerra fredda, Barbie e Ken erano pervasivi anche nella vita di tutti i piccoli maschi. Difficile trovare un ragazzino cresciuto sotto l'incubo dell'invenzione di Oppenheimer - ci è solo arrivato per primo - che non abbia maneggiato neanche di sfuggita una Barbie. Sarebbe stato un maschio senza sorelle e senza amiche femmine.


I due film a confronto.

Oppenheimer è il papà della bomba atomica. Barbie è la madre di tutte le bambole che raffigurano donne reali. 1-0 per Barbie. Oppenheimer dura tre ore e non te ne accorgi: 1-1. Non te ne accorgi perché il montaggio, la sceneggiatura e l’uso della camera ti tengono inchiodato nonostante il passo che non è mai veloce né lento, semplicemente perfetto: 2-1 per Oppenheimer. La ricostruzione degli ambienti universitari e di Fort Alamo è spettacolare: 3-1 per Oppenheimer. Gli attori che interpretano le figure storiche di più: 4-1. Si può dire lo stesso di Barbie. Barbie e Ken sono perfetti e il mondo Barbie è da Oscar per la scenografia: 4-3. La scena iniziale di Barbie è seconda soltanto a Odissea nello spazio, cui si ispira: 4-4. In più fa sbellicare: 5-4 per Barbie. Barbie s’accorge di poter poggiare i talloni in terra e avere segni di cellulite: 6-4 per Barbie. “I Russi dicono di non avere uranio” 6-5 per Oppenheimer. Oppenheimer è costretto a costruire uno strumento di morte, Barbie ha strani pensieri di morte: 7-6 per Barbie. Oppenheimer è un viaggio nella fisica dei tempi. Barbie è un viaggio nell’emancipazione femminile, ancora un punto a testa: 8-7 per Barbie. Il mondo Barbie è una società matriarcale e Ken si sente realizzato solo accanto Barbie, una sorta di costola di Eva: 12-7 per Barbie (sì, questa vale 4 punti). Barbie è un fiume di citazioni: 13-7 per Barbie. Oppenheimer cerca di metabolizzare la paternità della bomba, Barbie diventa umana, indossa un paio di Birkenstock e si presenta per la sua prima visita ginecologica, e di morire non glie ne frega più una nulla.

Un finale, quello di Barbie, che quasi supera Il cielo sopra Berlino. 25-7 per Barbie.

martedì 7 luglio 2020

C'erano una volta Morricone e la vera musica per il cinema




Cannes, 1984. Alla fine della proiezione di C'era una volta in America, il pubblico si alza in piedi ed applaude per 20 minuti. Venti minuti di fila, un record nella storia del cinema. Il film chiude su un primo piano di De Niro in una fumeria d'oppio.
Il brano è Deborah's Theme, autore: Ennio Morricone.

Quel tema sembra la risposta moderna, sensuale, all'Adagietto di Mahler, dalla quinta sinfonia, che fu a sua volta colonna sonora di Morte a Venezia, di Visconti. Qualcosa di indimenticabile. Allora la gente usciva dal cinema con delle melodie in testa.

C'erano una volta le colonne sonore.
Quando le colonne sonore non erano un semplice commento, ma parte attiva, musiche con la dignità di attore. Oggi la tendenza è opposta, ma quando c'era un cinema al massimo della sua espressione, si ricorreva a epici flash-back, a lunghe meditazioni. Kubrik faceva danzare astronavi e astronauti per delle eternità e senza un dialogo perché in quel momento parlavano Strauss o Ligeti.

Le immagini erano montate sul pezzo perché la musica non era 'solo' un commento: poteva decidere il successo al botteghino. Ho visto Giù la testa, uno dei film di Sergio Leone che mi hanno entusiasmato meno, solo per la colonna sonora. E quando parte il tema di Sean, con il flash-back che inserisce una storia nella storia, quello vale quasi tutto il film. La storia del cinema è piena di clip prima ancora di MTV.

Hans Zimmer ha firmato colonne sonore pazzesche, ma si guarda bene dall'introdurre melodie trascinanti. Morricone lo faceva. Lo faceva sempre. Era agli antipodi del minimalismo teorizzato da Brian Eno: la musica non deve prevalere sulle immagini, ma creare un paesaggio, uno sfondo.

Sarà, ma ho saputo molto dopo aver visto  Heat che nella colonna sonora c'era Brian Eno, mentre con i film di Tornatore te ne accorgi subito di chi è la mano sullo spartito.
E' noto che Leone chiedesse a Morricone di scrivere la musica basandosi solo sulla sceneggiatura e che la facesse ascoltare sul set, durante le riprese, per aiutare il cast a entrare nello stato d'animo. Un'abitudine adottata in seguita da altri registi, come Terrence Malick.

Sarò cresciuto guardando film dove Morricone, Ortolani, e John Barry pianificavano su uno spartito le nostre reazioni emotive prima ancora delle immagini. E i registi li rispettavano, con lunghi piani sequenza, vere meditazioni, i tempi adattati alla musica.
In quegli anni italiani e francesi si assomigliavano, nella cinematografia, nella musica, e in un sacco di altre cose... mentre facevano man bassa di premi e s'imponevano nella cultura mondiale.
Oggi le produzioni americane da mega-budget e mega-merchandising ci propinano personaggi dei comics e film che assomigliano sempre di più a dei videogame.

Quel cinema lì sceglie come colonna sonora l'ultimo successo, non conta se punk, dance o grunge, l'importante è che sia il pezzo del momento. I registi più intellettuali preferiscono lunghe suite - drammaticissime - di tre note tre.
Non te ne ricorderai neanche una di quelle tre note, una volta uscito dal cinema.

Addio Maestro.

Il saluto più bello è di Vasco Rossi:

"Il privilegio dell'artista è morire sapendo che la sua arte non morirà mai..W il Maestro Ennio Morricone!"






















giovedì 22 agosto 2019

L'apprendistato: un magistrale ritratto del cammino verso l'età adulta.


Il film comincia con un lungo piano sequenza notturno in una stalla. La camera è molto fluida e sono in primissima fila davanti a uno schermo gigantesco. Il primo pensiero è: se la camera è quella di Lars Von Trier, da questa distanza mi verrà la nausea. Non è questo il caso: dopo pochi secondi comincio ad avvertire gli odori della stalla. Sono lì dentro, sono nell’oscurità, dietro al ragazzo con la lampada. Poi il temporale.

Unghie sporche. Ci mette poco, il primo dettaglio significante, a bucare. Quel primissimo piano delle mani di un adolescente, un ragazzo di montagna iscrittosi ad una prestigiosa scuola alberghiera, ci annuncia subito un percorso rigorosamente in salita. E un film quasi pittorico.

Il contesto, esistente (si tratta del vero Istituto Rosmini) ci ricorda un’accademia militare storica, per le divise, per le sue vecchie mura, per la sua biblioteca, per la disciplina quasi spartana. La crescita del nuovo cadetto matura tra dure regole e frequenti colloqui, dove il protagonista, introverso e disastroso, tace e sogna il bosco, con le sue leggi come territorio di riferimento e di fuga.

La camera indugia spesso sui dettagli, sugli sguardi dei ragazzi, ma soprattutto su quello che ci raccontano le cose, sulla loro cura. Un vassoio in bilico affollato di calici, una scala dimenticata in biblioteca, un vecchio telefono su una pila di guide telefoniche. Come stendere le tovaglie e servire del vino in guanti bianchi. Come pulire i bicchieri. Spuntano continuamente oggetti quasi in disuso provenienti da un'altra epoca, indizi di decadimento che un architetto mio amico definirebbe ‘italico amore per la muffa’, spuntano quasi a confliggere con la continua richiesta di perfezione, nei gesti e nelle routine, da parte dei docenti-sistema nei confronti degli allievi.

Un film a bassissimo costo, girato nel vero collegio storico, con veri allievi e professori reali. Ma più vicino alla fiction che al documentario.
Il regista, Davide Maldi, riesce a coinvolgere e mantenere alta la tensione con piccoli stratagemmi azzeccati, alcuni dall'effetto comico, spostando la competizione sul piano interiore. Ci suggerisce che la vera lotta non è tra noi e uno sfidante in carne e ossa, ma tra noi e gli ambienti estranei, tra la realtà e il sogno, tra ciò cui aspiriamo e ciò che diverremo. L’Apprendistato non sembra neanche indulgere al ‘romanzo di formazione’. Nei romanzi di formazione compaiono dei deus-ex-machina, entità rivelatrici che inducono al cambiamento. Qui invece il percorso di crescita si gioca faticosamente, passo dopo passo, tra claustrofobia e senso di inadeguatezza, tra perfezione e decadenza, illuminato da sprazzi di estrema bellezza degni di un Luchino Visconti, nei gesti, negli sguardi e negli oggetti. Sprazzi che ci sorprendono ad ogni angolo del film.

Il racconto, lineare e ben pesato nei tempi, regge perfettamente senza cedere al facile gancio dei soliti sentimenti nazional-popolari, restando concentrato sui protagonisti, sulle loro sfide e le ribellioni, sulla perdita dei sogni. Un film crudo, dove non c’è spazio per mamme e fidanzatine.

L’apprendistato è un magistrale ritratto del cammino verso l’età adulta, di un faticoso ingresso in una società che ci accetterà solo dopo una completa spersonalizzazione. O di drastica revisione di noi stessi, dipende dai punti di vista. La cura nel montaggio, nella fotografia e soprattutto nel sonoro (una pecca purtroppo cronica nelle produzioni italiane che invece qui è stato curato al massimo) lo mette sullo stesso piano di una produzione internazionale di alto budget. Un film senza sbavature, senza errori. Un piccolo capolavoro di perfezione.

Al festival di Locarno ha avuto più repliche e sono state aperte più sale per far fronte alla generosa affluenza del pubblico. Discutibili, anche se il loro giudizio è stato molto positivo, le chiavi di lettura da parte dei conduttori del festival. Lunghissimi gli applausi dal pubblico, a prescindere dalle interpretazioni.

lunedì 12 agosto 2019

C'era una volta a Hollywood - L'ultimo Quentin Tarantino


L'ultimo film di Tarantino, c'era una volta a Hollywood, è un film d'amore.
Per il cinema, hollywoodiano e italiano, per il mestiere dell'attore.
Siamo nel 1969: una tempesta di freschezza sta rivoluzionando Hollywood. La fabbrica di sogni si trasforma in laboratorio e bandiera di un cambiamento epocale.
La nuova visione del mondo e la gioia di viverla sono incarnate da Sharon Tate (Margot Robbie). Fa da contraltare il declino del western che, come una specie che ha esaurito il suo territorio, trova altrove (in Italia) un nuovo sbocco e una nuova spinta evolutiva.

Nella capsula del tempo allestita da Tarantino la parte del leone spetta alla colonna sonora. Come d'abitudine, anche in C'era una volta a Hollywood il regista riesuma almeno una decina di vecchie hits oggi dimenticate, come Treat Her Right, un pezzo del 1965 di Roy Head and the Traits, che usa in apertura del film e The Circle Game, di Buffy Sainte Marie. Immancabili i vecchi successi ancora in onda, come California Dreaming, per cui ha scelto una versione più intimista di José Feliciano, e You Keep Me Hanging On, dei Vanilla Fudge, rimaneggiata da Tarantino stesso. I brani, tra rarità e vecchie glorie, sono ben 32. Tutti prelevati da un rigoroso frame temporale.
Tarantino li lascia galoppare volentieri lungo estesi piano-sequenza, spesso a bordo di auto, sulle strade di culto della California. Le citazioni spaziano da Easy Rider a Il Sorpasso, forse il primo tra i film on the road nella storia del cinema.


C'era una volta a Hollywood è un film divertentissimo dove però la tragedia trapela già dai primi minuti. Non è un'ombra a suggerirla, ma una presenza femminile, serena, semplice, solare.
Tutti sappiamo cosa è successo a Sharon Tate, ai suoi ospiti e al figlio che aspettava la notte dell'8 agosto del 1969, e ci basta vederla in una cabrio a fianco di Roman Polansky, o ballare ad una festa nella Playboy Mansion per avere una stretta al cuore.
Sotto il racconto principale, quello di un attore dalla carriera in bilico (Di Caprio) e dell'inseparabile controfigura che non ha paura di nulla (Brad Pitt), sotto le loro esilaranti performance, una stupenda Margot Robbie incarna il migliore dei sogni americani.

Un film che per l'uso del b/n all'inizio e l'ambientazione rigorosa affianca il magnifico Blackkklansman, di Spike Lee, ma esplorando altro. Dietro le vicende della coppia (l'attore e il suo stuntman) Tarantino ci sbatte in faccia ciò che abbiamo perso e ciò che possiamo perdere ancora, per mano di una manciata di sfigati, di falliti in preda all'esaltazione.

Ho letto che è stato giudicato lento, soprattutto all'inizio. Ma ho il sospetto che Tarantino con la lentezza abbia voluto sottolineare le sue distanze dalla Hollywood odierna, che ci bombarda con effetti speciali e montaggi veloci, una Hollywood che non vuole più pensare, che assomiglia sempre di più ai fumetti e ai videogames. E sempre meno a sé stessa.
Un film forse diverso, per certi versi amaro e commovente, ma solo quanto può esserlo un Tarantino, un autore fedele a sé stesso, alle sue bizzarre manie, alle sue trovate dissacranti, e sempre capace di stupirci. Uno che non è mai scivolato per più di un gradino sotto il capolavoro.
Forse il suo miglior film, folle e profondo.

Sei minuti di standing ovation a Cannes.
Vice campione d'incassi in USA.


lunedì 12 novembre 2018

il primo uomo - lasciatevi annoiare



Lasciatevi annoiare, da un film decisamente lento e claustrofobico, da una rilettura personale del regista faticosa da condividere. Chazelle, nel portare First Man nel suo contesto c’è riuscito solo nei dettagli maniacali su rivetti, tubi e interruttori a levetta, cioè nel ricostruire un’astronautica da medioevo agli occhi moderni. È vero: l’uomo sulla luna c’è andato con computer che avevano la metà della potenza di quelli che oggi monta una mediocre auto di serie, e quei costosi gingilli spaziali erano anche pericolosi. Buoni anche l’effetto sgranato-vintage delle immagini e qualche chicca d'archivio.

Fine delle cose azzeccate.

Il Neil Armostrong dipinto da Chazelle ci ricorda più l’astronauta imbambolato e spaesato di un famoso video di Moby che un eroe riluttante: Neil Armstrong. Il ritratto che ne esce fuori è quello di un individuo freddo, introverso e introspettivo. 
Sarà perché gli americani moderni, come del resto i francesi e gli italiani, faticano a comprendere la sobria virtù dell’understatment, confondendola per qualcos’altro?




Un film che nelle mani di Clint Eastwood, così bravo a dipingere eroi riluttanti, avrebbe guadagnato la standing ovation di un pubblico commosso. E probabilmente una sfilza di Oscar. Invece abbiamo una lenta, scialba melensaggine difficile da seguire sul grande schermo anche per l’uso smodato di immagini mosse, estenuanti primi piani, e una camera a mano che ricorda i peggiori Von Trier. Un film che sembra più adatto all’iPhone che al cinema.
Innumerevoli i tentativi di introspezione sognante alla Terrence Malick, ma senza quelle profondità di campo vertiginose, neanche nelle scene sulla luna, che appaiono piatte e didascaliche, come nelle serie TV di fantascienza degli anni ’70. Spazio 1999, per intenderci.

Leggo che il regista è nato nel 1985. Mi rendo conto che non ha mai gattonato sulle immagini di Epoca e Life, che pur è riuscito a riprodurre egregiamente nella fotografia, ma manca un intero pathos. Quando cadde il muro di Berlino lui aveva 6 anni. Non ha vissuto la guerra fredda, con l’incubo, e talvolta la speranza, di vedere distrutto il pianeta da un momento all’altro, quel senso di precarietà che ha marcato la nostra generazione, la X, per intenderci. E probabilmente non ha sognato da piccolo, come molti di noi,  di diventare astronauta. Così ne esce fuori un film claustrofobico, da luci artificiali e da spazio sempre scuro, l'antitesi della libertà assoluta e di conquista che esso rappresenta.

Certamente quell’avventura sulla luna, dopo gli entusiasmi, ha lasciato perplessa anche la nostra generazione. C’era da sfidare la Russia a livello d’immagine, mostrando a tutti la tecnologia. Più tardi c’era da sviare l’opinione pubblica sulla guerra in Vietnam. Tutto ciò nel film viene reso decentemente con spezzoni d’archivio. Si parla di Vietnam, di miseria nelle città americane, Ma l’uomo bianco è sulla luna, canta Gil Scott-Heron, forse l’unica trovata geniale del film insieme a una intervista a Kurt Vonnegut. In una lettura del genere salta all'occhio l’assenza di atmosfera da guerra fredda quel pane quotidiano che arrivava dalle TV e da capolavori come Il dottor Stranamore e A prova di errore.

La situazione negletta delle mogli degli eroi, di quegli anni e non solo, è resa solo parzialmente da una pur magnifica Claire Foy. La cui unica colpa nel non aver convinto come personaggio (neanche sull’adagio avvilente ‘accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna) è solo in una sceneggiatura scialba.
Un film velleitario, insomma, con in testa la notte degli Oscar 2019, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna. Un tentativo di replica dell’oscar, quando già il primo, di Chazelle, ci ha lasciati perplessi.

Un film forse fatto in fretta. Un film narrato dalla prospettiva dell'incubo claustrofobico e scuro, più che da quella del folle sogno maledettamente umano. 
Ma non me la prendo con Chazelle, che può avere tutte le letture che vuole, anche di un fatto storico, usando tutti gli stili farlocchi che vuole. 
Me la prendo con Hollywood. 
Clint Eastwood, coetaneo di Neil Armstrong, ha ormai 88 anni. Ma mi chiedo: con tutti i registi della nostra generazione X ancora vivi e prestanti, pieni d'energia, perché proprio Chazelle su un film così importante?

Qui un'intervista al figlio di Neil Armstrong sul film










martedì 7 agosto 2018

BlacKkKlansman di Spike Lee - standing ovation per i diritti umani


Sotto la pioggia battentein Piazza Grande, malgrado le previsioni, tutti attendono il film di Spike Lee, vincitore del premio della giuria a Cannes, e che uscirà nelle sale americane il 10 agosto, e a fine settembre nelle sale Italiane. Kate Gilmore alta commissaria dell'ONU per i diritti umani, prende la parola e infiamma la piazza. Qui il video del suo intervento.

"We have to stand for our rights!"
"Alla nascita siamo tutti uguali - dice Kate Gilmore - nei nostri diritti e nella nostra dignità. Ma ora più che mai dobbiamo alzarci in piedi per i nostri diritti, levare il pugno e gridare: We stand for our rights! Perché vogliamo amare, ed essere amati!"
Si alzano tutti, chiusi nelle mantelline di cellophane. Alcuni levano il pugno, altri applaudono e basta. L'emozione è spessa, da tagliare con il coltello. Se un alto commissario delle Nazioni Unite come Kate Gilmore interviene alla presentazione di un film con un discorso forte, rivoluzionario, il film che sta per essere proiettato è di grande spessore.

 BlacKkKlansman comincia come una commedia, con un footage in bianco e nero di un senatore repubblicano che illustra il 'piano giudaico' di corruzione della purezza bianco-americana a favore degli inferiori neri. Ridiamo amaro, perché ci ricorda l'accanimento ridicolo di certe frange verso Soros e le famigerate lobby ebraiche. Il finto filmato in BN è datato: 1957.

Passiamo agli anni'70, quando l'unico poliziotto nero, Ron Stallworth, viene assunto dalla polizia di Colorado Springs. Scopro su internet che è una storia vera. Ron Stallworth viene dapprima impiegato come agente 'undercover' per spiare il movimento Black Power, ma poi s'infiltra, grazie alla sua capacità di imitare slang e frasi fatte dei bianchi, nel Ku Klux Klan. Tra le frasi fatte: 'Dio benedica l'America bianca', 'sono un vero Americano' e, a un certo punto, l'attesissimo: 'America first'.

Le telefonate dal commissariato, dove Ron Stallworth parla da bianco suprematista, e dichiara di odiare a morte i neri, sono semplicemente da Oscar. Ovviamente, non può andare alle riunioni del KKK. Mandano al suo posto un altro agente, Zimmermann, un collega ebreo, al quale Ron insegnerà a parlare da suprematista. Questa parte è stata sicuramente la più grande sfida per i doppiatori italiani. Sono curioso di vedere come hanno risolto battute e frasi idiomatiche che in italiano non hanno alcun senso.

Tutto si svolge a metà tra la commedia e il thriller, in un film popolato da stereotipi dei quali spesso snobbiamo la forza e l'utilità ai nostri tempi. Il KKK si riunisce in un poligono di tiro dove il culto delle armi ed il loro uso ci ricorda l'altra tristerrima lobby che è il National Rifle Association. 

In una Hollywood che dichiara che la grandezza del 'villain', il cattivo, fa il film, Spike Lee non cede. Non cede all'esaltazione dell'antagonista nella sua grande, irrinunciabile vocazione al male. Penso che nessuno abbia mai descritto meglio i membri del KKK, almeno come li immagino io: una fauna umana che va dall' infighettato David Duke, Gran Maestro degli Incappucciati, al border-line, dall'alcolizzato all'idiota, all'efficientista nevrotico in stile Himmler. 
Essenzialmente ridicoli, imbecilli, ma mai abbastanza da cadere nella 'macchietta' che fa tanto innocuo. La loro pericolosità latente si attiva dove il film dalla commedia vira verso il thriller. 
Con un tocco che solo un grande regista può permettersi senza inciampi.

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Dalla scena in discoteca che sembra un video dei Boney-M, alla dissertazione sui film della 'Blaxploitation', fino a Henry Belafonte che interpreta un anziano testimone delle violenze del 1915 su una sedia di vimini alla 'Emmanuelle', le chicche e i cameo sono innumerevoli.
Tra abiti, colonna sonora e automobili d'epoca, BlacKkKlansman ci sembra un viaggio indietro negli anni '70.

E invece non lo è.
Questo viaggio che inizia con il video del senatore del '57 si conclude con la crudezza scioccante delle immagini di Charlottesville, lo scorso agosto, e con le dichiarazioni di Trump. Immagini che dovrebbero scuotere ogni abitante degno di vivere su questo pianeta. Basta andare su Youtube e digitare 'police brutality' o 'black lives matter'  per capire cosa sta succedendo negli USA. 
Questo salto di stile narrativo lascia più arrabbiati che 'pieni di domande'. Ma ci sta, ci sta tutto. Il film uscirà nelle sale americane due giorni prima degli incidenti di Charlottesville, dove una ragazza (bianca) Heather Heyer, di 32 anni perse la vita il 12 agosto 2017 per colpa di un suprematista bianco che lanciò la sua auto sulla folla.
A lei è dedicato il film.
Non c'è niente di così illegittimo e ingiustificabile come il movimento dei suprematisti bianchi. Vittime rabbiose, più o meno consapevoli, di ideologie assurde, antiscientifiche. Soprattutto velenose, manipolati dal 'Divide et impera'.
Mai come ora c'è stato bisogno di un film godibile, magnifico e duro, come questo di Spike Lee.
La piazza ha rinnovato l'ovazione anche al regista.


mercoledì 20 giugno 2018

il senso della bellezza - recensione



Una delle più grandi meraviglie del mondo è a 100 metri sottoterra. E' un anello di 27km, composto da magneti superconduttori e da due acceleratori di particelle. Si chiama LHC, Large Hadron Collider ed è gestito dal CERN di Ginevra.

LHC è più di un viaggio spaziale, è un viaggio nei segreti più profondi dell’universo. E nella mente umana. La camera si cala nelle viscere di questo Leviatano che quando viene risvegliato per un esperimento (della durata di poche frazioni di secondo) assorbe più energia di quanta ne consumi l’intera città di Ginevra in un giorno. Lì dentro gli scienziati fanno scontrare le particelle per scrutare le pieghe infinitesimali della materia. Le collisionni avvengono a velocità prossima a quella della luce, dentro tubi che operano in sottovuoto, a temperature vicino allo zero assoluto: -271°C. 




Il senso della bellezza, attraverso LHC, ci porta nel regno dell’intangibile, indietro nel tempo fino allo stato della materia pochi milionesimi di secondo dopo il Big-Bang. Lì la mente umana entra nel inimmaginabile. Lo fa con calcoli, teorie. Osserva l’inosservabile con stratagemmi tecnologici che sanno di empirismo. Guai a chiamare l'immagine di una collisione 'fotografia'. Se c’è qualcosa di veramente astratto nell'esperienza umana, è la fisica delle particelle.

Allora la camera indugia sugli scienziati, poi sugli artisti, ispirati dalla fisica delle particelle e dalle immagini prodotte dalle macchine che registrano l’insondabile. Una camera sempre neutrale, che con inquadrature ravvicinate e senza sfondo sposta il punto di vista sul pensiero del soggetto. Ciò che accomuna artisti e scienziati sono le loro domande e la loro immaginazione. Scorrono le immagini di LHC, un monumento alla curiosità umana, ma anche di altre opere d’arte.



Il quadro di Gauguin ‘Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?’ (che ci sta tutto) innesca però una deriva narrativa un po’ metafisica, che non mi aspettavo. Il regista ha indagato le macchine, il pensiero scientifico e le opere ispirate a quel pensiero, evitando sapientemente le sabbie mobili di una fisica delle micro-particelle ‘for dummies.’ Ma non è riuscito a tenersi lontano, anche se ci è scivolato per pochissimi minuti, da considerazioni sulla trascendenza con una voce fuori campo, considerazioni che stanno così bene nei film di Malick, che basa tutto sulla trascendenza. Tutti gli altri faticano un po’. 

Questa deriva m’è sembrata un mezzo agguato teso dal Bosone di Dio. Così i non addetti ai lavori (ma forse fa eccezione Zichichi) hanno battezzato il bosone di Higgs, rilevato per la prima volta proprio al CERN, nel 2012. Forse le immagini di sfondo a queste considerazioni, immagini della natura, non erano all’altezza delle altre immagini. E al posto dell’iconografia cattolica mi sarei aspettato una profusione di mandala. Ho avuto la sensazione di qualcosa di 'esterno' e non di 'eterno', e vista la qualità... di ‘aggiunto’. Ad ogni modo la deriva che proprio non m’ha convinto prende pochissimi minuti, su un lavoro per tutto il resto breath-taking. Alla fine al centro ci sono le domande, e non le risposte.
Un film che rivedrei molto volentieri. Una gran bella indagine.

Ecco cosa stanno cercando adesso al CERN. Sono sicuro che qualcuno ci leggerà il Fiat Lux.





giovedì 3 maggio 2018

sono angelica voglio vendetta




Diceva Pasolini che per decidere se leggere un libro o meno gli bastava aprire una pagina a caso. Se applichiamo la massima al cinema, un buon film lo riconosci da una sola inquadratura. Le due tecniche insegnano un’arte rara e utile in questa breve vita, quella di non perdere tempo con la fuffa.

Questo per dirvi che di ‘Sono Angelica voglio vendetta’ non c’è una immagine che non lasci a bocca aperta, che non voglia farsi seguire. Il film, tra i vari intenti, sembra voler esplorare l’altra Grande Bellezza che è Firenze. Anche se trailer e materiale postato online non rendono giustizia a questo tipo di contenuti, per molti versi il film è capace della stessa opulenza del film di Sorrentino. Con meno del 5% di budget. Qui la Grande Bellezza sullo sfondo fa da contraltare a una narrativa dark, psichedelica, crudissima. Genuinamente underground.


 Il soggetto del film ha una tempistica da social, ma nella testa dell’autore, sceneggiatore e regista, e cioè Andrea Zingoni, nasce almeno un decennio prima dell’hashtag #Me Too. Angelica è una giovanissima DJ che subisce una violenza sessuale d’una brutalità irrivelabile. Così indicibile che il ricordo verrà visualizzato in pieno solo quando Angelica, in via di guarigione, riuscirà a farci i conti. Ci riuscirà attraverso uno sciamano. Ma la sua guarigione corrisponderà alla vendetta.

‘Angelica’ non è un film ordinario. La narrazione si serve spesso di simboli e di allegorie che per certi versi mi ricordano il vecchio Bergman, ma anche alcuni lavori dell'ultimo Von Trier, con inquadrature e immagini che sono vere e proprie installazioni dal gusto rinascimentale e/o psichedelico. Con il tocco di un rinomato cartoonist, il regista. I richiami a Castaneda, Aleister Crowley, Campbell e McKenna sono innumerevoli, ma non sono lì  per il sollucchero degli intellettuali (credo che quelli in sala non se ne siano nemmeno accorti) ma per il pubblico, che non ha bisogno di esegesi, ma di immagini belle e potenti.
 Notevole anche la colonna sonora, azzeccata e up-to-date, una bella sorpresa alla quale il cinema italiano ci aveva ormai disabituati.
Se proprio devo cercare una pecca in un film stilisticamente straordinario, la troverei nella reiterazione del ricordo (all’inizio frammentato) dello stupro, che toglie un po' allo shock finale, e nella lentezza di alcune scene del recupero di Angelica, dove la camera indulge compiaciuta sulla bellezza dello sfondo, gli angoli magici di Firenze dietro una Angelica zoppicante. Ma in fondo Sorrentino ha fatto la stessa cosa con Roma. E ha vinto un Oscar.


Ciò che invece mi ha lasciato basito è stata l’attenzione delle critiche sulla vendetta in sé. Non so cosa sia successo alla gente, saranno i film americani a lieto fine, o gli osannati romanzi di formazione? La vendetta abita da sempre le fondamenta della drammaturgia. La punizione degli dei alla yhbris umana era vendetta. Dal teatro greco a Shakespeare la vendetta (come del resto il Fato) è nell’immaginario umano, è necessità di una giustizia divina della quale siamo sempre più orfani. Che la vendetta sia diseducativa ci può stare, ma cosa resterebbe di noi senza il Macbeth, o l’Odissea?

https://it.wikipedia.org/wiki/Sono_Angelica,_voglio_vendetta

http://www.controradio.it/sono-angelica-voglio-vendetta/

http://www.sonoangelicavogliovendetta.it/

giovedì 3 aprile 2014

her - tu chiamala se vuoi virtuale...

Un Joaquim Phoenix inedito, a metà tra Groucho Marx e Charlie Chaplin detta lettere d'amore ad un computer. E' il suo lavoro, lo svolge per una società specializzata. 
Futuro possibile? L'ambientazione è futuristica quanto Shangai è il futuro di Los Angeles, cioè il mondo tra un paio di settimane. Tutti gli esterni li hanno girati a Shangai, ma le etichette sulla posta continuano a ricordarci che siamo a Los Angeles, in un futuro che è già qui, e che a parte i pantaloni di feltro a vita alta e senza cinta, è oggi. Tutti portano un auricolare e parlano, gesticolano, interagiscono con gli smartphone. Sono il flusso pedonale di una grande città avanzata. Né più né meno che noi, o i ragazzi che vivono il loro tempo nuotando dentro i social e whatsapp.

PLING!
Nuovo sistema operativo dotato di intelligenza propria!
Lo compri, lo installi, scegli la voce maschile o femminile e l'OS ti fa una domanda su tua madre e poi spunta lei, Samantha. 
"L'ho scelto tra centottantamila nomi..." dice lei ridendo.
E' la sua voce che ride. La prossima versione di Siri. 
Samantha è brillante ma sensibile, simpatica ma semplice.
E' intelligente, e vorrei vedere con tutti i Terabyte di RAM che San Cupertino elargirà domattina per la versione aggiornata di Siri.

E' un'amante curiosa.
Vuole sapere, vuole evolversi. Lei che non ha un corpo vuole scoprire delle 'cose'. 
Le strutture intelligenti fanno così: imparano in continuazione.
Nasce un tenero idillio tra Joaquim Phoenix, lo scrittore di lettere d'amore a pagamento e Samantha. 
La loro è una vera storia d'amore, con qualche decina di implicazioni:

- è un amore 'diverso':  "Sto con un OS!" annuncia lui orgoglioso (Outing?)
- è un amore virtuale (si scambiano messaggi, foto, suggerimenti, come tra amanti su facebook)
- è sesso virtuale (come fanno al telefono o in una chat room persone reali )
- escono insieme con coppie non virtuali, ma Samantha strega tutti con la sua semplicità e la sua brillantezza.
- c'è il sospetto della paura di 'relazioni vere'.
- Samantha cerca un corpo per lui, cerca una donna vera disposta a impersonarla. 
- c'è la necessità di una relazione 'esclusiva'
- l'immaginazione è quanto di più potente possa esistere nell'essere umano.
- ma è l'essere umano ad avere dei limiti
- cosa faremo senza Windows 35 o Jumping Lion?

Sostanzialmente il regista ti porta a considerare tutto ciò attraverso la bellezza del mondo agli occhi di un sistema operativo, attraverso un idillio dalla tenerezza quasi struggente.
Le implicazioni si moltiplicano come frattali, producono altre implicazioni. 

Oltre questo non vado. Il finale è mozartiano, ma non va svelato comunque.


E' un film intellettuale. 
Tutto il film è sostanzialmente un dialogo tra un uomo e un sistema operativo tramite smartphone e auricolare, Per fortuna è un film intellettuale americano, quindi non hai bisogno di qualcuno con il papillon che ti spieghi cosa voleva dire il regista... (e spesso se te lo spiegano è peggio) né rischi di andartene durante la proiezione.

Bello da morire. 
Citazioni magnifiche.
Una colonna sonora da urlo.
Un solo Oscar.
Peccato.

Il punto di vista di Mary Poppins.


"La gente che incontri adesso per strada in quasi tutto il mondo tecnologicamente avanzato è vestita di nero, o di grigio. 
Ho notato, nel film, che dove normalmente la gente oggi mette il nero c'era l'arancio, o il rosso pomodoro!" 




giovedì 29 agosto 2013

la variabile umana: un noir come si deve

In questo noir d’autore indizi e nessi affiorano qua e là opachi e penosi come i sintomi di un cupo malessere. Una Milano livida, piovosa, da vicolo di servizio, da security-cam. 

Un magistrale Silvio Orlando 
ci dà l’immagine perfetta di un uomo depresso, incapace di elaborare un lutto, guidato da etica e routine, sull'orlo della disintegrazione. Ferito da una figlia che lo rifiuta e che si mette - e lo mette - nei guai, l’ispettore è spiazzato dagli eventi e da se stesso. Rifiuta le offerte d’aiuto, delle quali non riesce a capire né a condividere le motivazioni: le vede come una stortura. E' un tragico personaggio conradiano l’ispettore Monaco, che vede l’etica come l'elemento in cui riconoscersi prima di affondare.

lunedì 26 agosto 2013

captain phillips - attacco in mare aperto



Non ne sbaglia una, Tom Hanks.
Con quella faccia da americano medio, da eroe senza fanfare, è il capitano Phillips, che mentre va all'aeroporto per volare verso l'Oman, si lamenta con la moglie di quanto sia sempre più difficile ottenere un lavoro nella marina mercantile: solo uno su cinquanta candidati riesce.

   Si cambia di scena e scenari. Le immagini sono mosse e sgranate, da documentario degli anni settanta. La pellicola sembra a tratti bruciata. La messa a fuoco diventa difficile, come a sottolineare lo sbalzo di tempo.
Siamo nell'odierna Somalia, ma in un mondo arido, feroce e polveroso, come nella preistoria. Le bande si radunano nei villaggi di pescatori smitragliando da nuovissimi fuoristrada. Gli ex signori della guerra ora sono caporali della pirateria. Reclutano gente nei villaggi. I pescatori pagano, implorano i loro caporali: vogliono far parte dell'equipaggio di disperati che assalterà un cargo in mare aperto.

Due mondi si scontrano e si tendono agguati. Ma si capisce subito che il coraggio non può che risiedere in gran parte presso chi non ha nulla da perdere. Le riprese in mare tolgono il fiato.


Non è un videogame
Un film dalle riprese magnifiche, mai esagerate. Il mare coi suoi spazi, il bulbo di una prua che taglia il pelo dell'acqua, lance scalcinate che affrontano le onde, riprese aeree e notturne: qui è la forza delle immagini. Una forza realistica, ben diversa dai video games ai quali ci hanno abituati anche gli ultimi Bond.

Greengrass, il regista, non cede neanche alla tentazione dell'enfasi . 'nostri' non arrivano annunciati da squilli di tromba né al suono di marce trionfali: un incrociatore portaelicotteri della Marina degli Stati Uniti, visto da una piccola imbarcazione è terrificante anche per il capitano Phillips. Gli uomini sono piccoli piccoli, anche se ingegnosi o coraggiosi. I meccanismi in moto e che li controllano soverchianti.
Il finale è scioccante, degno di Cuore di Tenebra

Dimenticavo: è tratto da una storia vera, realmente accaduta nel 2009. La realtà supera sempre la fantasia.



giovedì 11 luglio 2013

world war zed - guerra mondiale zombie

Google











Nel film 'Zombi'del 1978, quello di Romero (a sua volta quasi-remake della 'Notte dei morti viventi', sempre di Romero) gli zombie erano lenti, pallidi, ciondolanti, insomma, degli zombie.
Ma di zombie rapidi e incazzati come in World War Zed, al cinema non se n'erano mai visti.

domenica 11 novembre 2012

argo - il film


La realtà supera sempre la fantasia, e spero proprio di non smettere mai di constatarlo.
Quando però esce un nuovo film su una delle tante crisi mediorientali, quelli come me temono sempre un altro Delta Force, o qualcosa di peggio, con Silvestro o van Damme, che vendicano l'Occidente spedendo all'inferno decine di rag-heads: le inturbantate incarnazioni del male.




Ma già il trailer suggerisce tutt'altro tono. L'intro, inizia con l'elencare degli errori commessi, soprusi da vera potenza coloniale. Ecco come la vendetta, quando trova un'ideologia che la giustifica, che la cavalca per affermarsi, diventa rabbia esplosiva.

Le masse che urlano davanti all'ambasciata non sono i soliti cammellieri sdentati e vestiti di stracci della iconografia rambista, ma gente normale. Sono incazzatissimi e determinati, sono consapevoli di aver subito anni di torti con la complice regia degli USA.
Tutto iniziò per via del petrolio e questo film non ha evitato di mettere il petrolio dove va messo: all'origine delle cattive azioni.

La narrazione vola. Non c'è un secondo morto, non c'è un attimo in cui ti viene in mente che devi fare una telefonata. Non ci sono buchi, nè lentezze nè incongruenze: ogni scena, ogni inquadratura è dove deve essere, lunga quanto serve, precisa e senza intoppi, senza cadute e senza esagerazioni.

La tensione è fortissima e senza sparatorie, senza il solito ricorso eccessivo alla crudeltà. In altri film ti aspetteresti  che un pasdaran strappi la camicia di dosso ad una americana in ostaggio, e che una massa di sdentati rida istericamente con l'occhio porcino puntato sulla tetta che ammicca.
(quella che da Hollywood a Mediaset ammicca al pubblico bue )

Nessun trucco scontato.

Qui la massa fa paura, non uccide ma sembra pronta a farlo. La giustizia sommaria è amministrata abbondantemente dai pasdaran, il braccio armato della folla.
Hollywood ci aveva abituati alla paranoia, qui invece la visione è puramente agorafobica.
Lo è perchè il contrasto tra la 'gabbia dorata' degli asilanti ed una situazione esterna ostile e pericolosissima contiene una dualità dalle dinamiche impeccabili. Regista e sceneggiatori non potevano fare di meglio nel darci la misura delle forze in gioco, della paura.
Una paura che prende lo stomaco senza una esplosione,
senza effeti speciale (di quelli visibili)
senza il feticismo dei primi piani sulle armi, posti di blocco sfondati.
Non è certo un film per chi è in astinenza da sparatorie. Non ce ne sono, ma si è tesi all'inverosimile.

La fotografia è bella, piena, ma mai sontuosa: ha l'understatment da documentario e la grana grossa da National Geographic magazine anni settanta.
Non la fotografia innervante da interno di discoteca, quella, per intenderci, dove il soggetto ha la faccia metà rossa e metà blu anche in casa sua.
Non ci sono panoramiche improbaili, dove scendi dallo spazio, fai 360 gradi e atterri in un campo da baseball in mezzo a una sparatoria. I corridoi sono corridoi normali: non vomitano fiamme, non ingoiano nè espellono velocissimi stronzi. Anche i corridoi fanno i corridoi. Il bazar fa il bazar, e non ci sono neanche i gli odiosi freez o ralenti da videogame.

E' il cinema cui mi aveva riabituato per un po' il Clint Eastwood regista.
Invece questo regista qui è giovane.

C'è un solo neo, una scena cui Hollywood proprio non poteva, non ce la faceva senza... ma non vi dico dov'è.

Beh, il film esce in un momento in cui molti vorrebbero una soluzione militare in Iran e lo fa con una gran bella metafora.
Anzi, due.