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domenica 3 luglio 2016

cartoline dal giappone - kyoto e l'understatement radicale


La luce è quella di Vermeer. I pannelli di carta di riso, complice un cielo di pioggia, spandono una luce indecifrabile. Solitari oggetti d'uso comune abitano stanze impreziosite dal vuoto apparente. Così l'imperatore usava ricevere cavalieri, notabili e vassalli: in un vuoto riempito dalla sua persona. Baldacchini e ceselli soffocanti son roba da mondo barbaro. Il nostro. L'antica Kyoto è il trionfo dell'understatement.
Nella vecchia capitale le residenze degli imperatori furono donate ai monaci che le trasformarono in monasteri Zen. Da queste stanze e da questa pratica (lo Zen è una pratica, non una fede) nasce quello stile minimalista che ancora influenza il Giappone. E il mondo.
Gli interni del Nanzen-ji sembrano disegnati ieri da un architetto svedese, invece i suoi legni hanno almeno cinque secoli, epoca dell'ultimo incendio. La prima pietra fu posata nel 1291.


Qui si insegna lo Zazen, che è qualcosa di diverso dalla meditazione.
La mente è svincolata da ogni forma di pensiero, visione, concettualizzazione, sacra o esaltante che sia, ed è indotta a uno stato di vacuità assoluta, dal quale un giorno potrà percepire da sé la sua vera natura, la natura dell'universo. 
Piove a dirotto e forse è un bene. C'è poca gente lungo la passeggiata dei filosofi, poca gente nei templi immersi nel verde. Il primo giardino Zen mi appare sotto uno scroscio incessante. Un incontro covato da anni. Ora quel giardino è qui, adesso. Non c'è bisogno di pensare nulla, non c'è bisogno di dire nulla. Mi siedo ad ascoltare la poggia.


Sono vietati i flash e i telefonini, come nella maggior parte dei luoghi pubblici in Giappone. Come si può aver bisogno di mandare un uazzapp quando sei qui? Come puoi urlare, qui, 'Amoreeee sono in un giardino Zeeen!'
Ho voglia di ricominciare a mandare cartoline affrancate. Qui anche il 't-clack' vintage della mia reflex mi sembra fuori posto.
Benedetta pioggia, che cancella i pensieri, che cancella i rumori, le voci. Che cancella il tempo. Per il Zazen il ciclo incessante dell'acqua potrebbe essere uno spunto, ma non l'obiettivo.
Vietato rimuginare.
Tutto è qui, adesso.





lunedì 27 luglio 2015

diario d'africa - namibia 2

cape cross, namibia, foto di claudio di manao
"Non puoi regalare l’abbonamento al National Geographic Magazine ad un tredicenne e non aspettarti che da grande vada a cercarseli, quei luoghi..." >>
Claudio di Manao su 'Dimmi del Mare' ImperialBulldog>>

martedì 4 novembre 2014

il selfie egoista

Perché non chiedere ai passanti per strada faccia a faccia di scattarci una foto? paura dmettere un prezioso aifòn nelle mani di uno sconosciuto: nessuna voglia di un brivido esotico?
Non mi sono svegliato adesso coi selfie, è che il selfie ne ha aggiunta un'altra a quello che d'ora in poi chiamerò:
IL GRANDE DISEGNO DELLA GESTIONE DIGITALE - MONOPOLISTICA DELLE TUE RELAZIONI PERSONALI.
- Credo proprio siano l'urlo e il maiuscolo a convincere le masse, quindi ci provo anch'io, ecco fatto -

persi in un deserto nordafricano
senza nessuno in giro
 per poter riprendere
l'angoscia
e l'indicibile sconforto
dipinti sui nostri volti
Cos'hanno hanno aggiunto al loro arsenale di stupidate i selfisti?
Hanno aggiunto un'asta. Un'asta tipo Go-Pro per potersi riprendere a distanza, quella distanza che se chiedi al passante di farti una foto, lui te la fa. Poi magari ti dice anche quale ristorante ancora non ha mandato il cuoco in pausa alle 14, informazione che assume vitale importanza in Svizzera, per esempio.
Ok. La critica più ricorrente ai selfie: sono brutti (e vorrei vedere, a quella distanza!) è stata superata. Adesso siamo tutti fotogenici e pronti a invadere il web a colpi di centesimi d'attenzione.
Povero Andy Warhol, i suoi 15 minuti di celebrità ci sono tutti, ma tocca cronometrarli in scarsevoli presenze di pochi secondi, roba da 150 caratteri destinati ad evaporare velocemente in livelli d'attenzione e memorie degni di un gatto o da demenza senile.

Selfie sa proprio di quell'altra parola inglese, che vuol dire egoista: Io sono qui, guardatemi!
No peggio. C'è il narcisismo. E' alla base di tutte le psicopatie, roba da serial killer.
Tranquilli, i  cretini abbondano molto più dei serial killer! Aprite il link sotto la foto per tirare un gran bel sospiro di sollievo.



http://www.jta.org/2013/11/21/news-opinion/world/posting-holocaust-selfies

Che dire, io mi ricordo di una rubrica, o forse un magazine, che si chiamava 'Autoscatto'. Era un porno amatoriale in bianco e nero. Lì il selfie aveva un senso: sarebbe stato complicato interagire con un passante.

fine prima parte


mercoledì 2 ottobre 2013

fukushima: e il mare?



LA FATTORIA DEGLI ANIMALI | MARI E SPIAGGE -  26 SET 2013 05:05

Il Pacifico come sta dopo Fukushima?


Fukushima, ironicamente significa “L’isola felice”. Nella memoria collettiva però il suo nome è legato a una evento tutt’altro che felice: il disastro del primo reattore della sua centrale nucleare. Da allora il suo nome è sulla bocca di molti: si parla e si scrive molto e spesso di questo disastro -che avrà sicuramente ripercussioni per molti anni-  ma tra le notizie vere, ne circolano anche molte false, come la recente “bufala” che in internet, con tanto di foto, annunciava degli spiaggiamenti in massa di delfini morti per le radiazioni.  Così abbiamo deciso di vederci più chiaro, anche per quel che riguarda i possibili effetti che questo incidente avrà sugli animali del Pacifico. Claudio di Manao riferisce sul Corriere del Ticino di oggi, di cosa ha trovato. Qui alcuni dei link che ci ha consigliato, per capire anche noi, che non siamo fisici nucleari cosa stia succedendo nelle acque del Pacifico e ai suoi abitanti. Buona lettura.
26.09.2013 - 05:05
B.J. | Aggiornamento: 26 set 2013 07:16

giovedì 29 agosto 2013

la variabile umana: un noir come si deve

In questo noir d’autore indizi e nessi affiorano qua e là opachi e penosi come i sintomi di un cupo malessere. Una Milano livida, piovosa, da vicolo di servizio, da security-cam. 

Un magistrale Silvio Orlando 
ci dà l’immagine perfetta di un uomo depresso, incapace di elaborare un lutto, guidato da etica e routine, sull'orlo della disintegrazione. Ferito da una figlia che lo rifiuta e che si mette - e lo mette - nei guai, l’ispettore è spiazzato dagli eventi e da se stesso. Rifiuta le offerte d’aiuto, delle quali non riesce a capire né a condividere le motivazioni: le vede come una stortura. E' un tragico personaggio conradiano l’ispettore Monaco, che vede l’etica come l'elemento in cui riconoscersi prima di affondare.

giovedì 8 agosto 2013

riscaldamento globale: fine della farsa?

foto, claudio di manao

C'è chi ancora crede che un inverno più rigido (temperatura osservata più o meno nel comune di residenza) sia una decisiva smentita alle cassandre che urlano al Gobal Warming - riscaldamento globale -

giovedì 11 luglio 2013

world war zed - guerra mondiale zombie

Google











Nel film 'Zombi'del 1978, quello di Romero (a sua volta quasi-remake della 'Notte dei morti viventi', sempre di Romero) gli zombie erano lenti, pallidi, ciondolanti, insomma, degli zombie.
Ma di zombie rapidi e incazzati come in World War Zed, al cinema non se n'erano mai visti.

venerdì 5 aprile 2013

food culture in uk? non istigare a delinquere



In Scozia le peggiori cose che possono capitarti sono due:
- il cadere in acqua senza protezioni adeguate
- l'essere invitato a cena da amici locali.
Un po' come perdersi in Sardegna. E per deformazione professionale temo molto meno l'acqua.

martedì 27 novembre 2012

il tibet non esiste


QUESTA


è la più grande vegogna del mondo


da LA STAMPA:

Pechino castiga le famiglie dei “bonzi”

ILARIA MARIA SALA

Punizioni sempre più severe per i familiari di chi si autoimmola in Tibet, e perfino per gli interi villaggi da cui provengono coloro che scelgono di darsi fuoco come protesta contro il controllo cinese.

Questi casi, ormai quasi 80, sono descritti dalla propaganda nazionale come «tentativi di destabilizzare e dividere il Paese» orchestrati dal governo tibetano in esilio, nei confronti dei quali Pechino sta rispondendo con ulteriore repressione.

Secondo un documento delle autorità cinesi nella regione tibetana di Malho (Huangnan in cinese) nel Tibet orientale (dove sono avvenute la maggior parte delle autoimmolazioni), che è stato visto da «La Stampa», le punizioni saranno d’ora in poi collettive.
Incolpando senza tentennamenti il «gruppo del Dalai» per tutte le autoimmolazioni, la circolare di Partito richiede la massima attenzione a questi punti: uno, che ogni località, dipartimento e ufficio (della regione) prenda misure immediate per cancellare ogni tipo di beneficio statale ricevuto dai familiari di chi si è autoimmolato - il che include, dice il documento, «i sussidi di disoccupazione, gli aiuti per le catastrofi naturali etc.»,

continua a leggere su LA STAMPA

domenica 11 novembre 2012

argo - il film


La realtà supera sempre la fantasia, e spero proprio di non smettere mai di constatarlo.
Quando però esce un nuovo film su una delle tante crisi mediorientali, quelli come me temono sempre un altro Delta Force, o qualcosa di peggio, con Silvestro o van Damme, che vendicano l'Occidente spedendo all'inferno decine di rag-heads: le inturbantate incarnazioni del male.




Ma già il trailer suggerisce tutt'altro tono. L'intro, inizia con l'elencare degli errori commessi, soprusi da vera potenza coloniale. Ecco come la vendetta, quando trova un'ideologia che la giustifica, che la cavalca per affermarsi, diventa rabbia esplosiva.

Le masse che urlano davanti all'ambasciata non sono i soliti cammellieri sdentati e vestiti di stracci della iconografia rambista, ma gente normale. Sono incazzatissimi e determinati, sono consapevoli di aver subito anni di torti con la complice regia degli USA.
Tutto iniziò per via del petrolio e questo film non ha evitato di mettere il petrolio dove va messo: all'origine delle cattive azioni.

La narrazione vola. Non c'è un secondo morto, non c'è un attimo in cui ti viene in mente che devi fare una telefonata. Non ci sono buchi, nè lentezze nè incongruenze: ogni scena, ogni inquadratura è dove deve essere, lunga quanto serve, precisa e senza intoppi, senza cadute e senza esagerazioni.

La tensione è fortissima e senza sparatorie, senza il solito ricorso eccessivo alla crudeltà. In altri film ti aspetteresti  che un pasdaran strappi la camicia di dosso ad una americana in ostaggio, e che una massa di sdentati rida istericamente con l'occhio porcino puntato sulla tetta che ammicca.
(quella che da Hollywood a Mediaset ammicca al pubblico bue )

Nessun trucco scontato.

Qui la massa fa paura, non uccide ma sembra pronta a farlo. La giustizia sommaria è amministrata abbondantemente dai pasdaran, il braccio armato della folla.
Hollywood ci aveva abituati alla paranoia, qui invece la visione è puramente agorafobica.
Lo è perchè il contrasto tra la 'gabbia dorata' degli asilanti ed una situazione esterna ostile e pericolosissima contiene una dualità dalle dinamiche impeccabili. Regista e sceneggiatori non potevano fare di meglio nel darci la misura delle forze in gioco, della paura.
Una paura che prende lo stomaco senza una esplosione,
senza effeti speciale (di quelli visibili)
senza il feticismo dei primi piani sulle armi, posti di blocco sfondati.
Non è certo un film per chi è in astinenza da sparatorie. Non ce ne sono, ma si è tesi all'inverosimile.

La fotografia è bella, piena, ma mai sontuosa: ha l'understatment da documentario e la grana grossa da National Geographic magazine anni settanta.
Non la fotografia innervante da interno di discoteca, quella, per intenderci, dove il soggetto ha la faccia metà rossa e metà blu anche in casa sua.
Non ci sono panoramiche improbaili, dove scendi dallo spazio, fai 360 gradi e atterri in un campo da baseball in mezzo a una sparatoria. I corridoi sono corridoi normali: non vomitano fiamme, non ingoiano nè espellono velocissimi stronzi. Anche i corridoi fanno i corridoi. Il bazar fa il bazar, e non ci sono neanche i gli odiosi freez o ralenti da videogame.

E' il cinema cui mi aveva riabituato per un po' il Clint Eastwood regista.
Invece questo regista qui è giovane.

C'è un solo neo, una scena cui Hollywood proprio non poteva, non ce la faceva senza... ma non vi dico dov'è.

Beh, il film esce in un momento in cui molti vorrebbero una soluzione militare in Iran e lo fa con una gran bella metafora.
Anzi, due.