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sabato 3 febbraio 2024

perfect days – lo zen e l'arte della manutenzione dei gabinetti pubblici


Il titolo di questo post potrebbe suonare irridente ma l'intenzione è tutt'altra. Perfect Days è un film giapponese. L’ha diretto Wim Wenders, un tedesco, ma è un film profondamente giapponese. Sì, c'entra lo Zen.


I metri di civiltà

C’è chi valuta il livello di civiltà di un paese osservando le sue carceri e i suoi ospedali, come scrisse Enzo Biagi nel suo saggio Russia. Per il viaggiatore che non ha intenzione di intraprendere certe deviazioni culturali, il bagno pubblico resta un metro affidabile. Uno specchio della società sul concetto di bene comune, sul rispetto del prossimo e sul senso della collettività. Il film di Wenders, parte proprio da lì.

 

Potrebbe essere il film più bello di Wim Wenders.

Per ora mi sembra il suo lavoro migliore dopo Il cielo sopra Berlino, ma le classifiche, personali e non, cambiano col tempo. Perfect Days e Il cielo sopra Berlino si assomigliano molto. Sono due storie di angeli. Due città, Tokyo e Berlino, che non sono più sfondo ma parte del cast. Questo Cielo sopra Tokyo è nel vento che muove le fronde degli alberi nei ritagli di verde, miracoli nel cuore di una città polpo. È negli sguardi di Hirayama, l’uomo in tuta blu che pulisce i gabinetti pubblici. 


Cosa c’è di più intimo?

Condividiamo più facilmente letti, stanze, uffici open-space, ma in un gabinetto senza porte avremmo l’apprensione guardinga di un gatto. Trovarlo pulito e in ordine dà un senso di relax, di sicurezza in un momento in cui si è vulnerabili. Hirayama si occupa di accudire questo bene comune. Si sveglia ogni giorno senza bisogno di una sveglia. Con cura si lava, trimma i baffi, con cura annaffia le piantine. Poi indossa la tuta blu, prende un caffè dal dispenser in cortile e parte per la sua giornata di lavoro. Giornate tutte identiche. Come l'angelo de Il cielo sopra Berlino, è segretamente innamorato di una donna che stavolta non fa la trapezista, gestisce un bar e canta The House of The Rising Sun, in giapponese. Nella sua pausa Hirayama mangia un panino e fotografa gli alberi. Fotografa la luce attraverso le fronde in bianco e nero e ogni santo giorno libero porta il rullino a sviluppare e ritira le foto della settimana precedente. Hirayama è un essere analogico. Ascolta musicassette e non ha uno smartphone. Ha un libro da leggere alla sera. La sua stanza da letto è un tatami e un futon che ripiega ogni mattina. Non sappiamo perché ha scelto questo mestiere, questa vita. Sappiamo che la sua cifra è la lentezza. Lo seguiamo nella sua cura metodica, nei gesti precisi che sanno di amore, non di condanna. Sappiamo i bagni pubblici di Tokyo che lui accudisce li hanno disegnati le archistar, per donare alla cittadinanza dei luoghi accoglienti. È questo ciò che gli interessa, preservare quel confort. E poi fotografare gli alberi nella pausa pranzo, ascoltare Lou Reed, Velvet Underground, Nina Simone e tutti i mostri sacri, gli eterni. Rigorosamente su audiocassette. Non si cura delle mancanze di rispetto di utenti e colleghi. La più grande mancanza di rispetto al suo lavoro viene dalla sorella, che lui non vede da anni, una che si presenta con l’autista e gli domanda: davvero pulisci i gabinetti pubblici? quasi costernata. Pulitori di cessi e spazzini si occupano del nostro confort e dell’igiene. Due voci irrinunciabili nel concetto di civiltà.

 

Un film senza trama

I famosi turning point, e i dieci minuti al massimo in cui una situazione da stabile diventa critica, qui vengono  ignorati. Come in molte espressioni dell’esistenzialismo, noi spettatori guardiamo un uomo nella sua routine. Ciò che gli accade intorno consolida e descrive il concetto. Chi è abituato a ritmi serrati e ad aperture può trovarlo noioso o inconcludente. Il film apre alla fine. Apre su un primo piano magistrale del magnifico volto di Kōji Yakusho - Hirayama, con in sottofondo una altrettanto magnifica e straziante Nina Simone. Nel volto di Hirayama nell’ultima scena, di una intensità pazzesca, c’è tutto il senso del film. Un film fatto di cose non dette.

 

La punta dell’Iceberg.

Più che un lavoro cinematografico, quello di Weders sembra letteratura minimalista. Hirayama non parla quasi mai, spesso non risponde alle domande. Gli indizi del suo vissuto, delle sue reazioni interiori, vengono quasi unicamente dalle sue espressioni facciali. In uno dei rari momenti in cui (quasi) dialoga è, quando lui e un tizio cercano di capire se le loro ombre siano sovrapponibili e si mettono a rincorrerle. Ti aggredisce l’ipotesi che il tizio sia Hirayama stesso. Nulla è spiegato, tutto è accennato, il vuoto verbale riempito dalla forza delle immagini. Il suono di una sola mano.

Alla conferenza stampa a Cannes regista e sceneggiatore comunicano che la sceneggiatura è stata scritta in quindici giorni. Sostengono di averlo girato come un documentario, su una scaletta scarna. Poi Kōji Yakusho, l'attore protagonista, ridendo, dice che non può svelare il segreto di Hirayama. Visto il film, leggo in questa risposta una operazione da punta dell’iceberg. Scene girate per essere poi tagliate, intenzionalmente, o domande e risposte mai pronunciate. Difficile costruire così bene una figura come quella di Hirayama, uno che pulisce i cessi ma al quale vorremmo assomigliare, senza una massa sommersa di emozioni, in uno script di ferro. 

Nell’ultimo piano sequenza Kōji Yakusho, sulle note di Feeling Good e mentre il sole sorge su Tokyo, sembra ripercorrere la sua storia. Ci vedi Borges, quando scrisse che noi umani nella nostra vita disegniamo mappe e strade e che alla fine i nostri percorsi si sovrappongono alle linee dei nostri volti. Ci vedi dentro gli ultimi momenti di vita, quelli in cui si dice che l’essere umano rievochi tutta la sua esistenza in pochi secondi. L’ultima scena del film ha questa potenza. Il resto è un lungo, meticoloso percorso di cura di un giardino zen.

It's a new dawn
It's a new day
It's a new life
For me
And I'm feeling good
I'm feeling good

 https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-kyoto-e.html

https://nonsoloshamandura.blogspot.com/2016/07/cartoline-dal-giappone-segnali-da-una.html

 

 

 

lunedì 8 ottobre 2018

nakata sulla spiaggia



Avrà avuto tra i sessanta o i settant'anni, ma è difficile indovinare l'età di un giapponese. Non parlava coi gatti, contava in silenzio le uova di tartaruga su una spiaggia di Yakushima. Solo due anni dopo, cioè adesso, ho capito chi era.
Ero rimasto sveglio per tutta la notte. C'era stata la luna piena e le tartarughe avevano risalito faticosamente la spiaggia per depositare le uova davanti al nostro lodge. Avevo azzeccato la luna giusta. All'alba la spiaggia era piena di nidi, di tracce che venivano e tornavano al mare. Il vento era così forte che la sabbia grossa sembrava ferire come mille rasoi attraverso la camicia in poliestere. Il cielo era una coltre grigia e le onde si abbattevano come lenzuoli agitati.




Nakata era lì, in una tutina impermeabile azzurro cielo. Mi apparve nel binocolo quando lo smeriglio smise di minacciare le lenti. Scavava  i nidi a mani nude, pensai che fosse un bracconiere. Indossai la cerata e andai da lui. Quando fui abbastanza vicino vidi che era assorto in un formulario. Era seduto e aveva i capelli bianchi. Anche se c'era vento faceva caldo, il caldo umido di giugno. Immaginai che stesse scoppiando, in quella sottile cerata che lo copriva da capo a piedi. Lo salutai e lui annuì. Continuò a riempire moduli, grattandosi ogni tanto il capo con la penna. Dopo un po' che ero lì con lui capii che era muto. Pensai anche che non si può mai dire, i giapponesi spesso sono molto timidi nel parlare con gli stranieri, pensai. La mia presenza non sembrava infastidirlo, anzi sembrava felice che ci fosse qualcuno lì accanto, come lo sono a volte i gatti anche quando non danno confidenza. Si muoveva con una certa lentezza. Prima di riempire una casella si imbambolava ogni volta, come se ci dovesse pensare su parecchio. Tutto in lui sembrava accadere con un certo ritardo. Prese le uova che aveva appena contato e le mise in un sacco di plastica, poi le rovesciò in un buco più a monte, entro la zona recintata della spiaggia, dove né i turisti né l'erosione potevano minacciarle. Lo aiutai a scavare un altro nido. a un certo punto prese delle uova e me le mise in mano. Me le affidò come si affidano i propri piccoli. Erano grandi come palline da golf e altrettanto pesanti. Quando furono tutte in superficie le divise in piccoli mucchi per contarle. Le contò più volte, poi con estrema attenzione scrisse il numero per me sulla sabbia, una cifra per volta.




Fino ad allora non avevamo mai incrociato lo sguardo, l'aveva tenuto basso o verso il mare a lungo, per tutto il tempo. Nei suoi occhi c'era una malinconia mite, ma densa. Era chiuso in un mondo innocente, basico, irraggiungibile. Lo salutai pensando che quel lavoro metodico e solitario era forse l'unico che potesse svolgere. Uno dei tanti piani governativi che inseriscono le persone che hanno delle difficoltà. Forse era soltanto muto, ma quello sguardo.




Per circa due anni mi sono chiesto chi fosse davvero. Sentivo solo che era stato un incontro importante, così importante che non puoi approfondire. Sembrava uscito da un sogno dopo la tempesta di sabbia. Per circa due anni ho pensato che nel profondo, avrei voluto essere lui.

Poi è spuntato in un libro di Murakami, Kafka sulla spiaggia.

Era Nakata.





sabato 23 luglio 2016

cartoline dal giappone - segnali da una civiltà avanzata

Kyoto - Shimogyo Ward
Ti assale subito: in una città d'Oriente, soprattutto se modernissima, la sua stratificazione ti toglie il respiro; una stazione ferroviaria o della metro può avere 15 livelli. La seconda cosa che noti, perché ti perdi, o ti trovi a sorpresa davanti alla stanza degli armadietti dello staff mentre t'aspettavi la lobby di un albergo, è la capillarità caotica. L'interno delle città diventa una struttura organica, viscerale.

Tokyo - Shinjuku Underground Station (la più trafficata del mondo)
Le città canadesi, come Toronto, per esempio, cercano di assomigliare a Tokyo, ma è una battaglia persa: solo le città orientali riescono ad essere labirintiche alla soglia della dimensione onirica.
Più semplice orientarsi nella città vecchia: c'è il fiume, ci sono i ristoranti che si affacciano sul fiume, alle spalle dei ristoranti c'è una strada, spesso un vicolo, parallelo al fiume.
Oppure: c'è un quadrato, costituito dal fossato intorno al castello imperiale. Da lì partono le arterie principali, che restano diritte per un po'.
Nelle stazioni ferroviarie (più grandi, più efficienti e più pulite di qualsiasi nostro aeroporto) trovi l'espressione architettonica forse più intensa del Giappone moderno.
Non a caso.

Kyoto - Stazione
Da quando i giapponesi scoprirono i treni nell'Inghilterra del XIX secolo, essi divennero per loro il simbolo stesso della civiltà moderna. Il Giappone era all'epoca un paese medievale che non conosceva nulla dell'industria, ma con un artigianato spaventosamente evoluto. Soprattutto nella lavorazione dell'acciaio. Poco dopo, nel 1905, vinse la guerra contro la Russia grazie ad una flotta minuscola, ma tecnologicamente efficace.

Kagoshima, Chuo Station
Il Giappone è il paese dove ti accorgi che stai fotografando anche i tombini. Di bambù nel giardino Zen, o di ghisa e con dei magnifici draghi stampati insieme ai simboli delle prefetture. Non c'è un dettaglio che non sia quello giusto nel posto giusto. Un po' come la rete dei trasporti, capillare e maniacalmente efficiente, il gusto e il disegno d'insieme nascono dalla cura del dettaglio, e dalla sua valorizzazione.


Lo stile minimalista europeo, a volte reinventato sul monasticismo cristiano quanto sul bassifondismo cementizio (e cocainomane), spesso finisce col contenere qualcosa di punitivo. Il minimalismo giapponese è sì, monastico e spartano, ma fatto di legni, stuoie e carta di riso.

Mi chiedo come sia possibile che questo popolo sia lo stesso del massacro dei delfini di Taiji e della caccia alle balene. C'è una incongruenza di fondo con quello che vedo. Ma immagino che la stessa incongruenza salti all'occhio dei turisti che visitano l'Italia nel notare lo scollamento tra la realtà quotidiana del paese e l'arte che ha prodotto e continua a produrre.
La discrepanza tra l'Italia e gli Italiani è qualcosa sulla quale ho smesso d'interrogarmi.

Kagoshima, Prefettura e Museo Reimeikan


Passeggio da solo per Kyoto nella Shimogyo Ward e non so perché lo faccio. Alla mia età non ne puoi davvero più di strade fitte di Gucci, Prada e Swarowsky... trovo più interessanti i benzinai, dopo un viaggio di diecimila chilometri. Eppure cammino su quella strada come appagato. Quella strada ha delle pensiline su tutt'e due i lati.
E va bene, lo trovo carino, anche perché pioviggina... No, c'è di più, da circa tre minuti sto ascoltando lo stesso brano musicale. Non viene dai negozi, la musica è la stessa per tutto il chilometro fino al fiume. Forse una colonna sonora di Hollywood probabilmente interpretata da James Galway.

Display di una strada di Kagoshima, fine '800 - Museo della Cultura
Cammino tra gli innumerevoli indizi di un amore viscerale per l'Occidente. Forse nessuno al di fuori dell'Occidente (e delle sue periferie) ha amato e ama l'Occidente come il popolo giapponese.

Hiroshima

cartoline-dal-giappone-la-psichedelia-e.html

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domenica 3 luglio 2016

cartoline dal giappone - kyoto e l'understatement radicale


La luce è quella di Vermeer. I pannelli di carta di riso, complice un cielo di pioggia, spandono una luce indecifrabile. Solitari oggetti d'uso comune abitano stanze impreziosite dal vuoto apparente. Così l'imperatore usava ricevere cavalieri, notabili e vassalli: in un vuoto riempito dalla sua persona. Baldacchini e ceselli soffocanti son roba da mondo barbaro. Il nostro. L'antica Kyoto è il trionfo dell'understatement.
Nella vecchia capitale le residenze degli imperatori furono donate ai monaci che le trasformarono in monasteri Zen. Da queste stanze e da questa pratica (lo Zen è una pratica, non una fede) nasce quello stile minimalista che ancora influenza il Giappone. E il mondo.
Gli interni del Nanzen-ji sembrano disegnati ieri da un architetto svedese, invece i suoi legni hanno almeno cinque secoli, epoca dell'ultimo incendio. La prima pietra fu posata nel 1291.


Qui si insegna lo Zazen, che è qualcosa di diverso dalla meditazione.
La mente è svincolata da ogni forma di pensiero, visione, concettualizzazione, sacra o esaltante che sia, ed è indotta a uno stato di vacuità assoluta, dal quale un giorno potrà percepire da sé la sua vera natura, la natura dell'universo. 
Piove a dirotto e forse è un bene. C'è poca gente lungo la passeggiata dei filosofi, poca gente nei templi immersi nel verde. Il primo giardino Zen mi appare sotto uno scroscio incessante. Un incontro covato da anni. Ora quel giardino è qui, adesso. Non c'è bisogno di pensare nulla, non c'è bisogno di dire nulla. Mi siedo ad ascoltare la poggia.


Sono vietati i flash e i telefonini, come nella maggior parte dei luoghi pubblici in Giappone. Come si può aver bisogno di mandare un uazzapp quando sei qui? Come puoi urlare, qui, 'Amoreeee sono in un giardino Zeeen!'
Ho voglia di ricominciare a mandare cartoline affrancate. Qui anche il 't-clack' vintage della mia reflex mi sembra fuori posto.
Benedetta pioggia, che cancella i pensieri, che cancella i rumori, le voci. Che cancella il tempo. Per il Zazen il ciclo incessante dell'acqua potrebbe essere uno spunto, ma non l'obiettivo.
Vietato rimuginare.
Tutto è qui, adesso.