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lunedì 1 giugno 2020

Quale normalità? Il mondo prima del COVID-19 non era per niente normale




Si parla di ritorno alla normalità, ma cosa intendiamo per normalità?
La pandemia ha evidenziato drammaticamente le criticità di un sistema mondiale inadeguato, un sistema mai così vicino al collasso.

L'intero pianeta, salvo pochissime eccezioni, un giorno si è accorto di essere rimasto senza le mascherine perché le fabbriche erano tutte in Cina, e che i posti in terapia intensiva e i letti negli ospedali non erano sufficienti perché in nome dell'austerity si era andati sulla sanità con la scure. Oppure ci si era affidati all'iniziativa privata, che si adegua solo alle leggi della domanda e dell'offerta.

Illuminante Noam Chomsky da una recente intervista sulla crisi COVID-19 :
“Non possiamo aspettarci che le farmaceutiche investano miliardi in un piano di prevenzione delle pandemie, semplicemente perché non rende”.
Volendo controbattere Chomsky si potrebbe obiettare che il ruolo di prevenzione in un sistema liberale basato sull'efficienza del privato spetterebbe alle assicurazioni.
Ci sono riuscite? Anzi: ci hanno mai provato?

La 'normalità' è ancora il mondo del 2008, quello dei Lehmann Brothers, e delle banche che hanno continuato a giocare coi derivati. E' il mondo dei vari Moody’s e Standard & Poors, emeriti privati, che recensiscono il debito pubblico di nazioni, influenzandone le scelte di bilancio.
Questo, non facciamo finta di niente, è il mondo che dovrebbe dare una risposta all'emergenza economica, è il mondo in cui la maggior parte dei paesi non è riuscita, o non ha voluto, dare risposte adeguate all'emergenza sanitaria. 


Non era un mondo normale 

quello che a poco a poco ci ha inculcato diffidenza, se non disprezzo, verso la 'cosa pubblica', un mondo che ha lentamente eroso concetti come 'Stato e Collettività' (chiamatelo come volete questo concetto) per consegnare all'iniziativa privata il destino e la salute dei cittadini. E' il mondo che ha confutato il riscaldamento globale, pagato scienziati per negarlo, incentivato la deforestazione.
E' il mondo che ha scatenato guerre ventennali totalmente inconcludenti (Iraq, Afghanistan, Siria, Libia) intorno al petrolio e agli oleodotti.

Non era un mondo normale quello che ha arricchito a dismisura l’1% della popolazione mondiale a discapito del restante 99% , un mondo che ha sempre favorito l'approvvigionamento energetico da fonti non rinnovabili o altamente inquinanti, con massicci aiuti di stato anche dove convenivano le energie alternative.

Non era un mondo normale quello delle tasse stratosferiche sui combustibili, che hanno reso i governi tossicodipendenti dai fossili abituandoli a introiti fiscali che arrivavano al 5% dell'intero gettito.

Non era un mondo normale quello dove i colossi del web hanno di fatto imposto monopoli, distrutto piccole e medie economie, messo in pericolo l'editoria mondiale (e quindi la libertà di stampa) azzerando mestieri, eludendo tasse e diritti d'autore.

Non era un mondo normale quello che ha ignorato i ripetuti allarmi lanciati dalla scienza su emergenza climatica e su una imminente pandemia.
A Washington, nella tipica narrazione 'binaria' presa in prestito da Hollywood, l'hanno risolta così: il COVID-19 è scappato da un laboratorio. Nella logica semplificata, quella adatta a soggetti affetti da deficit dell'attenzione, deve esserci sempre un nemico.
Rigorosamente straniero.
Oggi fronteggiano una rivolta interna.

Illuminante, per chi l'ha letto o abbia voglia di farlo, è anche il saggio di Jared DiamondArmi acciaio e malattie. Tutte le pandemie della storia umana sono state innescate dalle nostre convivenze con specie animali, selvatiche e/o addomesticate. Nel passato il morbillo, il vaiolo, la peste e gli orecchioni sono stati il prezzo pagato per la domesticazione dei bovini o per la convivenza con i ratti e le loro pulci. Oggi abbiamo AIDS, ebola, SARS, MERS, suina, aviaria… e COVID-19. Non credo ci sia bisogno di elencare le specie serbatoio.


Ma il COVID-19, come ogni crisi, è un banco di prova che porta insegnamenti.

Ci insegna che la produzione e lo stoccaggio di beni fondamentali non può dipendere dalla domanda commerciale del momento, né dalle convenienze economiche della globalizzazione.
Ci insegna che non è possibile superare crisi del genere senza un apparato statale forte, ben organizzato, assistenziale e presente sul territorio.
Ci insegna che l’eroe solitario, tanto caro a quel mito neoliberal che liberamente si ispira a Darwin (sopravvive il più adatto al cambiamento) non è in grado di sconfiggere una pandemia:
solo una società coesa può reggere l'impatto.

Ci insegna che l’unica via d’uscita da una crisi come questa sta nell'affetto, nel rispetto tra le persone, e nella solidarietà tra stato e cittadinanza. Ce lo stanno dimostrando tutte le nazioni che lentamente si stanno riprendendo grazie alla forte coesione sociale e a interventi normativi e legislativi mirati alla tutela dei cittadini.
Cito l'Art. 32 della Costituzione. In Italia si sarà anche fatto casino, ma quest'articolo non potrà mai essere eluso:
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti."

Un mondo da rifare.

S'è strillato sull'Europa, da abbandonare o da rifare e non senza ragioni, perché in molti, tra detrattori e stati membri, hanno dimenticato che l'Unione è stata fondata su un unico principio: la solidarietà. Ma nell'euforia del nuovo modello finanziario qualcuno si è dimenticato che solidarietà e neoliberalismo sono in perfetta antitesi. Oggi gli Stati Uniti stanno pagando a caro prezzo la mancanza di solidarietà nel sistema sociale. Stanno pagando a caro prezzo le divisioni razziali, economiche, ideologiche. Il sogno americano s'è rivelato inconsistente.

Starà a noi decidere se puntellare recenti schemi fallimentari ispirati da oltreoceano, o da est, o intraprendere strade che già conosciamo, ma che abbiamo dismesso in fretta, come l’economia Keynesiana e certi modelli socialdemocratici, abbandonati perché imbrigliavano troppo la spettacolare agilità del settore privato. Abbiamo abbandonato il sogno che quel brav'uomo di Bernie Sanders - sistematicamente affondato dai suoi - stava cercando di recuperare. Sarebbe stata una fortuna per il mondo se proprio gli Stati Uniti l'avessero ripristinato per primi.
L'eredità di quel percorso dismesso è ancora visibile: è ciò che ha reso l' Europa centrale e del nord l’unica zona dove il benessere è ancora diffuso, con paesi in cima agli standard di 'felicità interna lorda'. L'unica zona in Europa che non ha subito apocalissi sanitarie, malgrado le alte percentuali di contagi.
Ma per superare quella che si profila come una catastrofe finanziaria ci vorrebbe un punto di ri-partenza innovativo.

Un piccolo genio della lampada ce l'abbiamo. Si chiama  Green Economy.
Come ogni nuova frontiera contiene grandi opportunità di crescita, in termini di profitti e di occupazione. Non è solo un'idea 'bella e pulita': Scientific American l'ha definita: più pertinente che mai. La pandemia ha fermato molte delle nostre attività concedendo un attimo di respiro alla natura.
Chi non ne è stato felice? Perché tornare indietro?

In un momento in cui le industrie 'tradizionali' sono già al collasso è ridicolo continuare a sostenerle se perseverano su vecchi obiettivi tossici e perdenti. Situazioni come questa richiedono un cambio di paradigma, una riconversione che ci metta in armonia col pianeta e abbandoni le vecchie - e tossiche - strategie energetiche.

C'è un grosso problema:

il barile di petrolio a prezzi stracciati non è una buona notizia: rende meno competitive le rinnovabili e taglia le ali all'economia con le maggiori prospettive di crescita.
Capovolgere la situazione basata sul profitto richiede un forte intervento normativo e di investimenti da parte dei governi, richiede la forza di scommettere sulla gallina domani e non sull'uovo oggi.
Starà a noi scegliere se vogliamo un sistema che continua a percorre vecchie strade fallimentari o investire in qualcosa di nuovo e di etico, in società fatte da persone, e non da aziende, da persone che rinunciando alle libertà personali e comportandosi civilmente hanno già dimostrato di poter mettere a bada il coronavirus.

In mare esiste uno strano fenomeno chiamato il paradosso del plancton. Quando certe popolazioni di plancton rischiano di diventare infestanti entrano in gioco diversi fattori di contenimento. Tra questi fattori ci sono i virus

Cominciamo ad attrezzarci da adesso, affinché non ci sia un paradosso del 'Sapiens


Dato che non amo l'avvanvera...


Nature: l’inefficienza dell’Impero Americano  
https://www.nature.com/articles/d41586-020-01068-3
Intervista a Noam Chomsky: pandemia, società, economia.



sabato 24 marzo 2018

povere faccine


“Dumb fucks.” That’s how Mark Zuckerberg described users of Facebook for trusting him with their personal data back in 2004. If the last week is anything to go by, he was right. (The Guardian) 

Ve lo traduco io: 'Poveri coglioni. Così Mark Zuckerberg apostrofava gli utenti di Facebook per avergli affidato i loro dati personali già nel 2004. Da quanto emerge dall’ultima settimana, aveva ragione.' Lo trovo scritto oggi su The Guardian.

 Non troppi mesi fa, a settembre 2017, Internazionale titolava: “Facebook: la merce sei tu”
Lo scandalo di facebook (se è uno scandalo il fatto che qualcuno ti offre un sacco di trappole e di giochini gratis e poi si prende qualcosina da te) ha assunto queste dimensioni perché stavolta ci sono di mezzo le più controverse elezioni del più controverso presidente degli Stati Uniti. Se l’utente finale fosse stato Zara o la Chicco non ci sarebbe stato tutto questo casino.

E di nuovo l’attenzione verte sulla privacy mentre il problema grave è un altro, è la manipolazione dell'utente, qualcosa che ha stravolto le abitudini dell’umanità, cioè... del povero coglione.
Facebook, grazie ai suoi osannati studi di grande valore sociale per l'umanità (come quelli condotti da Cambridge Analytica per intenderci) ci ha fatto scoprire i sei gradi di separazione quarant'anni dopo Milgram, e si è insinuato non come un link, ma come un filtro tra le vite delle persone. Nelle vostre vite. Non ha mai avuto nessuna intenzione di unire, ma di dividere. Tutti coloro che ci hanno lavorato su per farlo diventare il mostro che è hanno fatto un pubblico mea culpa, sputtanando le sue vere intenzioni manipolatorie.

Facebook ha scientemente distolto l’attenzione del pubblico dall’Informazione degna di questo nome per spartirsi con Google l’80% del mercato pubblicitario, con ricavi sulle inserzioni che vanno oltre l'80%. Cioè, se tu inserzionista paghi per la pubblicità un Euro, quello che la ospita riceve 20 centesimi. Nessuna agenzia pubblicitaria sul pianeta ha mai guadagnato tanto. In un attimo hanno spazzato via tutti i piccoli e medi magazine, i blog, i giornali, insieme a tutto ciò che non raggiunge il milione di click. Ma non solo, ha fatto sparire le altre comunità, come appunto i Forum, che ora languono per mancanza di utenti e di contenuti con introiti pubblicitari ridotti alla loro radice quadra. Con la cultura del gratis si uccide a poco a poco la libertà d'informazione.

L’ho sempre percepito come un buco nero, facebook, un buco nero che fagocita tutto, capace di un’attrazione tale da non far uscire più nulla. Nel buco nero un intero universo si rimpicciolisce e quotidiani come La Repubblica o La Stampa hanno la stessa statura di un Pippo Terrapiatta. E c'è pure chi la chiama democrazia. 

Per anni gli amici esperti di marketing mi hanno rivolto facce allibite, non avrebbero guardato in quel modo neanche un eschimese vegano, neanche Theresa May se gli fosse entrata dalla finestra del bagno in sottana di Swarovsky e tirabaffi. 

“Facebook è un grande strumento, devi solo usarlo” 
Un coro. Come se quel buco nero, frutto di 'studi psicometrici' e arte manipolatoria fosse stato un innocuo aggeggio costruito apposta per me, per noi, da quel compagnone di Zuckerberg che voleva solo vederci tutti contenti a salutare gli amichetti della 1a B. 
Andy Warhol e i suoi 15 minuti di celebrità per tutti ci sorridevano dal cielo.

E intanto l’editoria crollava, collassava insieme all’autorevolezza delle opinioni, della veridicità delle fonti, sommersa dagli strilli, dagli allarmi rettiliani, dalle foto dei cani, dei gatti e dei piatti nel ristorante chic, dalla cultura del gratis, dalle labbra a canotto delle selfiste, dai maschi tatuati con la barba rada, dalla forza organizzata dei troll. Sommersa dalla fuffa. 
L'editoria s'è suicidata entrando nel buco nero per ‘usarlo a suo vantaggio’.

Sull'onda di Facebook i social si sono inseriti come filtro tra noi e il mondo esterno, tutto deve passare attraverso loro. Ora la gente gira immersa in un telefonino. In viaggio nessuno guarda più niente, tutti fotografano. E postano foto. Nessuno legge più niente, tutti scorrono velocemente, ma soprattutto scrivono. Scrivono e mettono faccine. Una volta c’era il bar, o il circolo. C’erano il telefono e le email. E se uno non usava il deodorante lo sapevi da subito.

Ma lo scandalo, a quanto pare, è solo nella gestione dei nostri dati e della nostra privacy. Bello, comunque, vedere le facce di quelli che comprano i vostri dati, guardarli su Channel4 mentre offrono a un giornalista sotto copertura di mettere nel letto degli avversari politici le prostitute, di lanciare campagne a suon di trollate, insulti urlati e dossieraggio. 

Ho detto vostri dati perché in questa settimana, non solo Zuckerberg ha dimostrato di avere ragione, nell’aver considerato i suoi utenti ‘dumb fucks’ poveri coglioni, ma anche io, e tutti quelli come me che su facebook non ci sono e non ci saranno mai. Senza mai aver dato del coglione a quelli che c'erano.

https://www.theguardian.com/technology/2018/mar/24/cambridge-analytica-week-that-shattered-facebook-privacy

http://www.businessinsider.com/well-these-new-zuckerberg-ims-wont-help-facebooks-privacy-problems-2010-5



lunedì 10 ottobre 2016

cyberpunk now - un futuro qui adesso

Dimmi che non è vero.
Dimmi che il cielo sopra il porto non è
'del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.'
No, no... non ci siamo ancora rassegnati:
il pianeta non è ancora un ambiente così ostile ed io non sto vivendo in quello che la mia gatta definirebbe:

'un canile dove piove sempre'.

Un dato di fatto:

'alla gente non frega un emerita cippa della natura.'

Ma tutti vivono con serena rassegnazione il fatto di essere spiati e dominati. Eppure... dài, ci sarà qualcuno, qualcuno che conta e che mette un freno!
O no?

Il cyberpunk è genere letterario magnifico, ma dimmi che è ancora una forma di allarme, forse di sadismo, di masochismo! Dimmi che non è la realtà, ma letteratura di fantascienza!

Ma no, non possiamo rassegnarci a combattere in sotterranei virtuali! Quelle sono pippe mentali per chi ha perso tutto, anche l'identità, e noi non l'abbiamo persa! Acquisita, semmai, attraverso i nostri profili facebook!

Multinazionali mafiose.

Multinazionali mafiose padrone dell'universo e il pianeta così inquinato da far vomitare un ratto?
Non è ammissibile.
Gibson ha torto!


Eppure.



venerdì 19 febbraio 2016

come ha fatto il gratis a uccidere cultura e libertà d'informazione?


Una volta a fare gli editori c’erano gli editori, e prima ancora gli editori erano dei librai, gente del mestiere che ci capiva. Oggi ci sono le super-holding, i petrolieri, gli imbonitori on-line, i costruttori. Ma anche i presidenti del consiglio. Il popolo internet s’è schierato tutto contro i contenuti a pagamento, ha fatto una scelta è caduto nella trappola già sperimentata: gratis: che male c'è?
La strategia dello spacciatore sotto tutte le scuole. Tutte tranne la mia. 

Ma che figata una televisione gratis! Ma che figata un magazine gratis! Una figata epocale, roba mai vista prima di Canale 5! Perché pagare per dei contenuti?
Da quando sono nato di gratis per me non c’è mai stato niente: se ti offrono una cosa gratis o sono in vena di beneficenza, o ti stanno veicolando qualcosa. Un prodotto? Un messaggio politico? 

L'editoria gratis e indipendente merita rispetto: c'è Wikipedia, ci sono organizzazioni che si fondano su donazioni, sulla forza dei volontari, su investitori lungimiranti, magazine fatti da gente che si batte per informare in modo indipendente, per fornire un libero accesso alla cultura, all'informazione. Ma quanti credete ce ne siano di così duri e puri? Sopravvivere in questo mondo è da topi, non da giaguari. Quando le regole vacillano, o non ci sono, vincono i balordi. In un attimo sei un centro di riciclaggio, un punto vendita, una rivista di annunci.

Vince sempre la mafia. Vince innalzando di poco il tuo tenore di vita. 
La mafia non ti da grosse cifre, non ti risolve mai il problema in una botta sola - se no ti perde, non ti ha più in pugno - la mafia ti permette di mandare i figli alla scuola dei preti, di comprare l'auto nuova, di accedere al mutuo per una casetta al mare, di diventare una persona rispettabile. Impeccabile. Insospettabile. Ti abitua ad un introito minuscolo, come la pubblicità sporadica, o sui piccoli indici d'ascolto.
La pubblicità è un introito che non potrà mai sostenere il bilancio una Rete di Stato, ma è sufficiente ad infliggerle dei diktat sull'indice di ascolto, sui mi piace, ad imporle di seguire i dogmi della bibbia liberal-darwiniana: per esistere devi essere competitivo. 
Va da sé che questa strategia esclude educazione, cultura e libera informazione in quanto non redditizie, non renderanno mai. La maggior parte della gente vuole tette e culi e complotti, è vero. Ma tra pochi anni chiunque sia interessato ad altro non avrà alternativa.


Barabba o Gesù?
L'indice d'ascolto è il motivo per cui donne nude, decapitazioni, incesti, corna, bambini bruciati, intolleranze alimentari, gatti, UFO e scie chimiche arrivano in prima pagina sui tabloid e sulle testate che tutti cercano di far diventare tabloid, arrivano prima delle notizie vere, quelle che ci servono, quelle che dobbiamo conoscere come cittadini. E ti dicono pure che è colpa tua.
“ Sei tu, omino o donnetta, a digitare queste parole chiave! Noi ci adeguiamo alle tue scelte! Tu hai scelto Barabba!"
Più democrazia di così.

E così, 
quando vedo gratis apparire subito dopo la parola appena digitata su google capisco come la web-democracy nel suo folle sogno buonista abbia fatto un casino.
Fa niente i miei diritti d'autore, posso ancora fare su e giù per i palazzi senza ascensore coi sacchi di cemento (quelli piccoli, farò più viaggi) ma... la libertà? 
Quella è di tutti a meno che non si creda che l’informazione sia instagram, blogspot, facebook and so on. E forse avete ragione voi che guardate solo youtube e leggete solo facebook e qualche blog che vi piace, come il mio, e quelli per cui scrivo. Spero. Io tutto sommato scrivo da una sediola da due lire e mi ritengo ben pagato, anche se è un decimo di quando portavo su e giù il cemento, la metà di quando portavo su e giù i subacquei. Ma va bene così.


Avete idea di quale miseria pagano una corrispondente di guerra (donna, professionista, coraggiosa, capace) in Siria? Non di quanto costa, ma quanto pagano lei? 
Leggi di mercato, ti rispondono. E' la cultura del gratis, del basso costo, degli sponsor. Testate storiche, autorevoli che chiudono, che non stampano più.
Danni collaterali?
Non vi agitate, sono i governi di tutto il mondo a pensare così: liberalizzare.
Ma poi è meglio salvare le banche che le reti televisive nazionali, no? dove mal che vada sono i partiti e gli incapaci ad esercitare il loro potere (e non le multinazionali, le farmaceutiche o petrolifere che tanto prima o poi decentralizzano in India), danni che si risolvono a un costo che è neanche un millesimo di quello prodotto da banche e compagnie di bandiera che falliscono sempre a carico delle comunità intera. Governi e banche centrali: grazie.



Ogni riferimento a Brazil di Terry Gilliam (e quindi1984 di Orwell), è da considerasi pura citazione artistica: oggi, 2016, siamo messi molto, molto peggio: nell'era dello sponsor riusciamo a bannare le pubblicità divertenti.







domenica 7 dicembre 2014

non aprite quell'icona - social media come buchi neri?

Sarà la scusa degli amici d'infanzia (che non hai mai cercato) ma i social media attirano e chi vi entra non si fa più vivo, neanche con una e-mail, figuriamoci una cartolina. I social sono fatti in modo che chiunque vi entri non ne esca più. Appunto: buchi neri. Sono stati bravi, hanno creato una bella situazione comoda, i gestori, per tenerti lì dentro. Esiste un mondo - addirittura un altro web! - al di fuori, ma il socialholic sembra non accorgersene più: non guarda ciò che ha davanti ma lo fotografa e l'invia, non annusa i fiori ma li racconta e posta, non parla con gli amici al tavolo ma invia il selfie: 'con i miei amici'.
Sembra una vita vissuta per conto terzi.

Quelli che hanno progettato il trappolone hanno capito che in un mondo di apparenze la gente non ascolta ma vuole essere ascoltata, non legge ma vuole essere letta, non guarda ma vuole essere vista, commentata.
E così hanno costruito network a misura del tuo ego, miliardi di piedistalli per altrettanti piccoli ego con un sacco di tools sempre migliori per metterti in mostra con foto, video, messaggi vocali, profili runtastic, cartelle cliniche, analisi delle urine del gatto, minacce di suicidio e sproloqui. E selfie. Tanti selfie. Miliardi e milardi di selfie spesso analfabeti.



Che male c'è? Dovrebbe fregarmene se la gente sta smettendo di provare emozioni per sé stessa in cambio di un palcoscenico e un pubblico spesso immaginario o disattento? Che m'importa se la loro è una comunicazione asettica, senza sguardi, senza mani, senza sfioramenti, senza odori?

Piccole cose:
Mentre c'è chi chiama questa distorsione 'comunicazione', che è come chiamare felicità l'eroina,  i grandi mezzi di comunicazione stanno crollando a uno a uno anche grazie ai social. Più o meno tutti i web user ormai s'aspettano una dimensione internet completamente gratis, a misura di facebook e di youtube. Qualche editore dovrà sicuramente recitare un mea culpa, ma uno dei gravi problemi che hanno generato la crisi viene dal trattamento dei contenuti.
Chi produce informazione e intrattenimento non si fida.
I social media non offrono garanzie sulla protezione dei contenuti e finora si sono dimostrati insensibili alle richieste di ostacolare la pirateria. Loro vivono, anzi: svolazzano in cieli da 170 miliardi di dollari dove tutto può circolare liberamente, mentre a te se ti beccano con photoshop piratato paghi 20.000 euro di multa.
Sostanzialmente si sono presi la totalità dell'audience sul web senza spendere un centesimo in contenuti, senza versare un centesimo di diritti d'autore. Quale sarà la prossima mossa?
Il grande Disegno del Monopolio Elettronico delle tue Relazioni Personali è già partito. E fin qui non ho neanche nominato il problema che tutti segnalano: quello della privacy. Ma quello lo conoscete già tutti, spero.

Ce l'ho con i social media? No, non ancora.
Ma intanto dovremmo preoccuparci del fatto che sono praticamente tutti in mano a un tipo neanche troppo raccomandabile, un giovanottello senza scrupoli che ha già fregato tutti i soci e tutti quelli che poteva fregare.
Guardatelo bene e pensate cosa glie ne importa di voi, di me, della privacy, dei diritti d'autore al tipo qui a sinistra... e pensate anche che ha abbastanza soldi da poter sostenere cause contro chiunque. Diciamo l'umanità intera.
Spero, anzi penso che ci sia ancora tempo di alzare su la testa dopo l'ubriacatura da social.
E spero che non vada a finire come con il riscaldamento globale. C'è solo da rendersi conto che con la supina accettazione completamente acritica che c'è stata fino a oggi 'loro' continueranno a fare ciò che vogliono e i governi rispondono sempre con meno 'prontezza' nel regolamentare le grandi corporate.

C'è, ovviamente chi pensa che il copyright non dovrebbe esserci, beh, sono quelli che credono che il mio lavoro di free-lance e scrittore non valga un centesimo, come quello di tanti altri, fotografi, artisti, laboratori di ricerca.
Che quindi guardino i video gratis su iutub postati da opinioniste adolescenti in leggings e matita del trucco e si accontentino delle loro opinioni sui social, sul copyright, sul mondo e tutto quanto... anzi: che ci mettano pure un bel 'mi piace'.

- PS anche se non v'è piaciuto lasciate un commento e se ne condividete contenuti e preoccupazioni, diffondetelo.
grazie!

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martedì 4 novembre 2014

il selfie egoista

Perché non chiedere ai passanti per strada faccia a faccia di scattarci una foto? paura dmettere un prezioso aifòn nelle mani di uno sconosciuto: nessuna voglia di un brivido esotico?
Non mi sono svegliato adesso coi selfie, è che il selfie ne ha aggiunta un'altra a quello che d'ora in poi chiamerò:
IL GRANDE DISEGNO DELLA GESTIONE DIGITALE - MONOPOLISTICA DELLE TUE RELAZIONI PERSONALI.
- Credo proprio siano l'urlo e il maiuscolo a convincere le masse, quindi ci provo anch'io, ecco fatto -

persi in un deserto nordafricano
senza nessuno in giro
 per poter riprendere
l'angoscia
e l'indicibile sconforto
dipinti sui nostri volti
Cos'hanno hanno aggiunto al loro arsenale di stupidate i selfisti?
Hanno aggiunto un'asta. Un'asta tipo Go-Pro per potersi riprendere a distanza, quella distanza che se chiedi al passante di farti una foto, lui te la fa. Poi magari ti dice anche quale ristorante ancora non ha mandato il cuoco in pausa alle 14, informazione che assume vitale importanza in Svizzera, per esempio.
Ok. La critica più ricorrente ai selfie: sono brutti (e vorrei vedere, a quella distanza!) è stata superata. Adesso siamo tutti fotogenici e pronti a invadere il web a colpi di centesimi d'attenzione.
Povero Andy Warhol, i suoi 15 minuti di celebrità ci sono tutti, ma tocca cronometrarli in scarsevoli presenze di pochi secondi, roba da 150 caratteri destinati ad evaporare velocemente in livelli d'attenzione e memorie degni di un gatto o da demenza senile.

Selfie sa proprio di quell'altra parola inglese, che vuol dire egoista: Io sono qui, guardatemi!
No peggio. C'è il narcisismo. E' alla base di tutte le psicopatie, roba da serial killer.
Tranquilli, i  cretini abbondano molto più dei serial killer! Aprite il link sotto la foto per tirare un gran bel sospiro di sollievo.



http://www.jta.org/2013/11/21/news-opinion/world/posting-holocaust-selfies

Che dire, io mi ricordo di una rubrica, o forse un magazine, che si chiamava 'Autoscatto'. Era un porno amatoriale in bianco e nero. Lì il selfie aveva un senso: sarebbe stato complicato interagire con un passante.

fine prima parte


mercoledì 17 settembre 2014

REKA - massive sonic work - crowd music -yuval avital, prima mondiale.


Se il narcisismo, negando ogni empatia, è alla base dello scollamento della società e delle più gravi psicopatie che affliggono la modernità, la dispersione dell'Io e l'immedesimazione del Sè con il collettivo è un’esperienza con radici così antiche che noi occidentali ne abbiamo perso ogni memoria. A noi giungono ormai solo eco (lontane) di esotici stratagemmi per creare il vuoto. Un vuoto che si riempie con il ‘Tutto’ (o con la divinità) solo quando è totale.



Ma procediamo con ordine: REKA è un'opera che inizia quando tu entri in sala. Ti accoglie un brusio da giungla, fatto di sussurri, frasi interrotte, cinguettii. Mentre scegli un posto per piazzare il tuo cuscino, REKA ('sfondo', in ebraico) è già iniziata senza i direttori d’orchestra. 
Non c’è orchestra. 
L’unico strumento tradizionale è un pianoforte. Vedi due set di percussioni. L’orchestra è nel pubblico, gli strumenti sono in abito nero lungo, minimalista. Mormorano, bisbigliano. Ti viene da imitarli, di unirti alla polifonia. Gli strumenti guardano l'immagine sullo sfondo, i due podi vuoti. 

REKA

















Poi gli strumenti si alzano, si separano dal pubblico per formare tre blocchi sul fondale, dietro ai cantori solisti, ai set di percussioni. Suppungo per un’esigenza acustica. I direttori d'orchestra prendono posto sui podi davanti al coro. Come recitava la newsletter, non c’è bisogno di avere precedente esperienza per far parte del ‘coro’. E ci piaceva averli tra noi, a bisbigliare seduti sui cuscini.  

Inizia la vertigine. Inizia con il timbro bassissimo del canto di Lama Samtem Yeshe Rimpoche (Maestro delle più antiche tradizioni tibetane) solenne come un organo a canne, ma tellurico come il tremore della terra.  Poi c’è Sofia Kaikov, una delle maggiori interpreti mondiali del canto epico degli ebrei di Bukhara, una comunità tagliata fuori dal mondo ebraico per più di 2000 anni, uno dei gruppi etnico-religiosi più antichi del pianeta. Nel suo stile senti dove vanno a pescare altre voci dalla grande potenza evocativa come Lisa Gerrard, per esempio. Enkhjargal Andarvaanching, con il morin khuur, strumento cordofono, è uno dei maggiori interpreti del canto difonico della tradizione nomade mongola. E poi ancora Sainkho Namtchylak, una delle voci più straordinarie del nostro tempo, specializzata nel canto armonico e musica siberiana con i canti di Tuva. E Yussuf Joe Legwabe, master rummer e maggior esponente della tradizione vocale zulu, fino al nostro Omar Bandinu, canto a tenore sardo, tradizione che potrebbe risalire a 3000 anni fa, e cofondatore dei Tenores di Bitti. Insomma, c’è mezza Unesco, ma senza celebrazioni. Non c’è nulla di celebrativo nella musica di Avital, se possiamo ancora chiamarla musica e non ‘installazione sonica’. L’impianto sonoro anche rispetto a sue precedenti opere come OTOT e Unfolding Space, prodotto in collaborazione con l’Ente Spaziale Europeo, qui è ancora più destrutturato, in REKA la manipolazione rivoluzionaria arriva addirittura nei suoi elementi fondanti: negli strumenti, come il grande Ligeti con le sue vertigini micro-polifoniche e, concettualmente, con il suo Poema Sinfonico per 100 metronomi.


Nell'assenza di orchestra e di trucchi elettronici corde di pianoforte e piatti vengono ‘suonati’ da un arco o da un cavo, i tamburi ed i gong massaggiati da dita esperte per produrre un sussurro, e le voci non sono più canto ma possibilità soniche. Yuval, superando Ligeti e Stockhausen, esattamente come Mozart superò Vivaldi, ci impone un passo indietro, ci impone il ritorno alla voce umana, allo strumento perfetto, il migliore degli strumenti musicali. Ci impone il ritorno.
Non c’è celebrazione, ma sorpresa, continua sorpresa, nell’opera di Yuval Avital. Nello scoprire piccole cose e la meraviglia che c’è dietro. E non è un caso che sullo sfondo di REKA vengano proiettate delle immagini che richiamano la natura, ma anche, nello stile, le opere di Gerhard Richter, un pittore che paragonerei molto volentieri ad Avital, per la sua capacità di destrutturare, creare vertigine dall’astrazione pura, onde di sensazioni che arrivano dal mediamente incomprensibile con cromatismi apparentemente casuali ma che affiorano solo dal rigore auto-imposto ad una sensibilità artistica esuberante. Entrambi sono artisti straordinari, capaci di pezzi di bravura anche in stile puramente accademico, pezzi magnifici e rigorosi che ci bisbigliano che quel loro modo di fare arte, non è semplicemente pasticciare coi colori.


december - gerhard richter

Eccolo, sullo sfondo, uno sciame. Simbolo dell’intelligenza collettiva, della spersonalizzazione totale. Ciò che l’umanità perse completamente per dominare su dei pezzi di terra.

Yuval in una intervista:
“Gli eventi sonori di massa annullano le dissonanze, dando luogo a un’onda sonora complessa in cui si percepisce l’intreccio d’insieme degli eventi. Un’esperienza in qualche modo simile – se facciamo un’analogia con le arti visive – a quello che accade quando osserviamo gli sfondi di certe opere pittoriche: in apparenza i colori sembrano compatti ed uniformi, se invece osservati nel dettaglio rivelano infinite sfumature.”

Dove ci sta portando Avital?
Sappiamo che la sua prossima opera sarà sulla Grande Madre, un altro soggetto assai caro a chi cerca nell’inconscio collettivo e nella memoria atavica un recupero per la ‘perdita del Paradiso’.
Dietro ai flash-mob per il gangnamstyle c’è un fenomeno di massa nel quali pochi hanno intuito il significato epocale.  


E', questo, un percorso iniziato con Andy Warhol ed i suoi quindici minuti di celebrità per tutti, per arrivare ai flash mob e infine alla crowd-music di REKA, con i tutorial in rete per ‘strumenti umani’.

No, non hai altra possibilità di salvezza che essere tu stesso parte di un’opera antica, abissale. La Terra.
Un privilegio, esserci ancora.

lunedì 11 novembre 2013

a cosa servono gli uragani?


Certo, in questo momento gli aiuti sono ben più importanti delle polemiche.
Ma se non mettiamo a fuoco per bene i meccanismi di un uragano (uragani e tifoni sono la stessa cosa) e perché sono sempre più devastanti, o si verificano in zone insolite come New York, non progrediremo di un centimetro.

Gli uragani hanno uno scopo preciso: rimescolare masse d'aria con umidità e temperature molto diverse tra loro per riequilibrare l'intero sistema climatico.
Se non si verificassero sul pianeta avremmo climi estremi nelle varie fasce: zone temperate secche (e quasi gelate) e tropici bollenti ed eccezionalmente umidi.


Di cosa si nutre un uragano?
della differenza di temperatura ed umidità tra le diverse masse d'aria. Un uragano è in sostanza un gigantesco motore termico. Quindi il surriscaldamento globale non solo genererà più uragani, ma soprattutto uragani molto più potenti.

Basteranno decine di migliaia di morti a far venire ai politici il dubbio che forse c'è una relazione tra il bruciare combustibile fossile e la potenza crescente degli uragani? Era una cosa che avrebbero dovuto capire da tempo.

Katrina, 2005 - 1830 morti, 100 miliardi di dollari

Uragano in Germania, 2005

Internazionale.it/news/clima-scienza/2012/11/02/luragano-sandy-e-il-riscaldamento-globale/


Com'è possibile che ci sia gente che ancora sostiene di no?

QUIZ! collega l'utile netto alla compagnia che l'ha generato!
44,880 miliardi di USD (2012) 
28,600 miliardi di USD (2011)
28,895 miliardi di USD (2011)
26,097 miliardi di USD (2011)
44,860 miliardi di USD (2012)
Sono solo gli utili di alcune tra le maggiori società petrolifere
e non ci sono dentro le compagnie minerarie, quelle che estraggono carbone.


leggi anche:
fratello sono stanco
riscaldamento globale fine della farsa?
la tragedia di una scimmia insostenibile
scubazone.it/mag/filippine/

giovedì 8 agosto 2013

riscaldamento globale: fine della farsa?

foto, claudio di manao

C'è chi ancora crede che un inverno più rigido (temperatura osservata più o meno nel comune di residenza) sia una decisiva smentita alle cassandre che urlano al Gobal Warming - riscaldamento globale -

giovedì 13 giugno 2013

indovina dove sei sul pianeta - GeoGuessr

i meta tags di GeoGuessr recitano:
GeoGuessr is a geography game which takes you on a journey around the world and challenges your ability to recognize your surroundings.
  sembra fatto proprio per me, vediamo un po' come funziona.
E ci sono dentro fino al collo.

giovedì 6 giugno 2013

per il tibet


Cose piccole per persone che non contano nulla: i tibetani sono essere umani trascurabili e fare affari con la Cina è meglio che occuparsi di diritti umani e di Tibet.




domenica 26 maggio 2013

la tragedia di una scimmia insostenibile

foto NASA

   "Il pianeta era ricoperto da mari, fiumi e da una fitta vegetazione e la scimmia dalla mano deforme s’accorse del suo dono: il pollice opponibile. Mentre costruiva oggetti percepì lo scorrere del tempo nella sua totalità, capì di poter inventare il futuro, di poterlo plasmare secondo il suo volere. Allora, comincia a modificare l’ambiente, imponendo la sua impronta. Fino a quel momento l’aveva fatto sostanzialmente uccidendo tutti i maschi delle tribù rivali, anche i piccoli, per poi primeggiare a suon di morsi, urla e minacce su quelli della sua tribù, finché non resta in giro un capo solo. Un solo esemplare è degno di trasmettere i suoi cromosomi."

   Il Prof. Mirwais fece una pausa. Gli studenti attesero imbambolati.

venerdì 5 aprile 2013

food culture in uk? non istigare a delinquere



In Scozia le peggiori cose che possono capitarti sono due:
- il cadere in acqua senza protezioni adeguate
- l'essere invitato a cena da amici locali.
Un po' come perdersi in Sardegna. E per deformazione professionale temo molto meno l'acqua.

martedì 27 novembre 2012

il tibet non esiste


QUESTA


è la più grande vegogna del mondo


da LA STAMPA:

Pechino castiga le famiglie dei “bonzi”

ILARIA MARIA SALA

Punizioni sempre più severe per i familiari di chi si autoimmola in Tibet, e perfino per gli interi villaggi da cui provengono coloro che scelgono di darsi fuoco come protesta contro il controllo cinese.

Questi casi, ormai quasi 80, sono descritti dalla propaganda nazionale come «tentativi di destabilizzare e dividere il Paese» orchestrati dal governo tibetano in esilio, nei confronti dei quali Pechino sta rispondendo con ulteriore repressione.

Secondo un documento delle autorità cinesi nella regione tibetana di Malho (Huangnan in cinese) nel Tibet orientale (dove sono avvenute la maggior parte delle autoimmolazioni), che è stato visto da «La Stampa», le punizioni saranno d’ora in poi collettive.
Incolpando senza tentennamenti il «gruppo del Dalai» per tutte le autoimmolazioni, la circolare di Partito richiede la massima attenzione a questi punti: uno, che ogni località, dipartimento e ufficio (della regione) prenda misure immediate per cancellare ogni tipo di beneficio statale ricevuto dai familiari di chi si è autoimmolato - il che include, dice il documento, «i sussidi di disoccupazione, gli aiuti per le catastrofi naturali etc.»,

continua a leggere su LA STAMPA