mercoledì 17 settembre 2014

REKA - massive sonic work - crowd music -yuval avital, prima mondiale.


Se il narcisismo, negando ogni empatia, è alla base dello scollamento della società e delle più gravi psicopatie che affliggono la modernità, la dispersione dell'Io e l'immedesimazione del Sè con il collettivo è un’esperienza con radici così antiche che noi occidentali ne abbiamo perso ogni memoria. A noi giungono ormai solo eco (lontane) di esotici stratagemmi per creare il vuoto. Un vuoto che si riempie con il ‘Tutto’ (o con la divinità) solo quando è totale.



Ma procediamo con ordine: REKA è un'opera che inizia quando tu entri in sala. Ti accoglie un brusio da giungla, fatto di sussurri, frasi interrotte, cinguettii. Mentre scegli un posto per piazzare il tuo cuscino, REKA ('sfondo', in ebraico) è già iniziata senza i direttori d’orchestra. 
Non c’è orchestra. 
L’unico strumento tradizionale è un pianoforte. Vedi due set di percussioni. L’orchestra è nel pubblico, gli strumenti sono in abito nero lungo, minimalista. Mormorano, bisbigliano. Ti viene da imitarli, di unirti alla polifonia. Gli strumenti guardano l'immagine sullo sfondo, i due podi vuoti. 

REKA

















Poi gli strumenti si alzano, si separano dal pubblico per formare tre blocchi sul fondale, dietro ai cantori solisti, ai set di percussioni. Suppungo per un’esigenza acustica. I direttori d'orchestra prendono posto sui podi davanti al coro. Come recitava la newsletter, non c’è bisogno di avere precedente esperienza per far parte del ‘coro’. E ci piaceva averli tra noi, a bisbigliare seduti sui cuscini.  

Inizia la vertigine. Inizia con il timbro bassissimo del canto di Lama Samtem Yeshe Rimpoche (Maestro delle più antiche tradizioni tibetane) solenne come un organo a canne, ma tellurico come il tremore della terra.  Poi c’è Sofia Kaikov, una delle maggiori interpreti mondiali del canto epico degli ebrei di Bukhara, una comunità tagliata fuori dal mondo ebraico per più di 2000 anni, uno dei gruppi etnico-religiosi più antichi del pianeta. Nel suo stile senti dove vanno a pescare altre voci dalla grande potenza evocativa come Lisa Gerrard, per esempio. Enkhjargal Andarvaanching, con il morin khuur, strumento cordofono, è uno dei maggiori interpreti del canto difonico della tradizione nomade mongola. E poi ancora Sainkho Namtchylak, una delle voci più straordinarie del nostro tempo, specializzata nel canto armonico e musica siberiana con i canti di Tuva. E Yussuf Joe Legwabe, master rummer e maggior esponente della tradizione vocale zulu, fino al nostro Omar Bandinu, canto a tenore sardo, tradizione che potrebbe risalire a 3000 anni fa, e cofondatore dei Tenores di Bitti. Insomma, c’è mezza Unesco, ma senza celebrazioni. Non c’è nulla di celebrativo nella musica di Avital, se possiamo ancora chiamarla musica e non ‘installazione sonica’. L’impianto sonoro anche rispetto a sue precedenti opere come OTOT e Unfolding Space, prodotto in collaborazione con l’Ente Spaziale Europeo, qui è ancora più destrutturato, in REKA la manipolazione rivoluzionaria arriva addirittura nei suoi elementi fondanti: negli strumenti, come il grande Ligeti con le sue vertigini micro-polifoniche e, concettualmente, con il suo Poema Sinfonico per 100 metronomi.


Nell'assenza di orchestra e di trucchi elettronici corde di pianoforte e piatti vengono ‘suonati’ da un arco o da un cavo, i tamburi ed i gong massaggiati da dita esperte per produrre un sussurro, e le voci non sono più canto ma possibilità soniche. Yuval, superando Ligeti e Stockhausen, esattamente come Mozart superò Vivaldi, ci impone un passo indietro, ci impone il ritorno alla voce umana, allo strumento perfetto, il migliore degli strumenti musicali. Ci impone il ritorno.
Non c’è celebrazione, ma sorpresa, continua sorpresa, nell’opera di Yuval Avital. Nello scoprire piccole cose e la meraviglia che c’è dietro. E non è un caso che sullo sfondo di REKA vengano proiettate delle immagini che richiamano la natura, ma anche, nello stile, le opere di Gerhard Richter, un pittore che paragonerei molto volentieri ad Avital, per la sua capacità di destrutturare, creare vertigine dall’astrazione pura, onde di sensazioni che arrivano dal mediamente incomprensibile con cromatismi apparentemente casuali ma che affiorano solo dal rigore auto-imposto ad una sensibilità artistica esuberante. Entrambi sono artisti straordinari, capaci di pezzi di bravura anche in stile puramente accademico, pezzi magnifici e rigorosi che ci bisbigliano che quel loro modo di fare arte, non è semplicemente pasticciare coi colori.


december - gerhard richter

Eccolo, sullo sfondo, uno sciame. Simbolo dell’intelligenza collettiva, della spersonalizzazione totale. Ciò che l’umanità perse completamente per dominare su dei pezzi di terra.

Yuval in una intervista:
“Gli eventi sonori di massa annullano le dissonanze, dando luogo a un’onda sonora complessa in cui si percepisce l’intreccio d’insieme degli eventi. Un’esperienza in qualche modo simile – se facciamo un’analogia con le arti visive – a quello che accade quando osserviamo gli sfondi di certe opere pittoriche: in apparenza i colori sembrano compatti ed uniformi, se invece osservati nel dettaglio rivelano infinite sfumature.”

Dove ci sta portando Avital?
Sappiamo che la sua prossima opera sarà sulla Grande Madre, un altro soggetto assai caro a chi cerca nell’inconscio collettivo e nella memoria atavica un recupero per la ‘perdita del Paradiso’.
Dietro ai flash-mob per il gangnamstyle c’è un fenomeno di massa nel quali pochi hanno intuito il significato epocale.  


E', questo, un percorso iniziato con Andy Warhol ed i suoi quindici minuti di celebrità per tutti, per arrivare ai flash mob e infine alla crowd-music di REKA, con i tutorial in rete per ‘strumenti umani’.

No, non hai altra possibilità di salvezza che essere tu stesso parte di un’opera antica, abissale. La Terra.
Un privilegio, esserci ancora.