mercoledì 21 dicembre 2016

Idee regalo: 10 migliori libri letti quest'anno.


Quale regalo migliore? Tra il libri letti quest'anno in Italiano 10 hanno lasciato un segno.
Ecco dieci spunti per un regalo di Natale:

1- Il respiro degli abissi - James Nestor

Un viaggio interiore intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso dei mammiferi marini, uno 'switch' fisiologico dell'umano in immersione. Inseguendo questo misterioso retaggio contatta ricercatori convinti di poter decifrare le complesse chiacchierate dei capodogli. Uno dei più grandi inni al mare che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi....
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2 - Pensa, mangia agisci 
Raffaella Tolicetti -Sea Shepherd

Lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella, in un libro di cucina, ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo....
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3 - Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli

Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo... di più >>>

4 - Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un percorso nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare... di più >>>

5 Never Never Diego Cabras 

Mi dicevano gli editori anni fa: i racconti non si vendono! Forse è cambiato qualcosa, forse no, non ne ho idea, ma io adoro i racconti. I racconti non hanno la prepotenza del libro, hanno la discrezione di una finestra che si apre, o si chiude, su prospettive che più sono balorde e meglio è.
Le mie opere preferite sono racconti. Diego Cabras ti ingaggia con una serie di storie che fanno quello che devono fare: funzionano e ti acchiappano. >>>


6 - Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins

Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media.
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," ... >>>

7 - I Segreti del Mar Rosso, - Henry de Monfreid 

L'ultimo dei pirati romantici compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. 
Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.” 
>>>
8 - Norwegian Wood - Haruki Murakami 

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio tra l'aereo ancora in movimento e quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere. La nostalgia lo assale con violenza:
"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli.">>> 

9 - Villa Incognito - Tom Robbins

Ve la ricordate la brutta faccenda dei MIA, i Missing In Action, militari americani dispersi, forse prigionieri/ostaggi in un Laos? Avete presente Rambo 2'?
Villa Incognito è un esilarante ribaltamento della faccenda: i membri dell'equipaggio di un B-52, precipitato durante una missione sul Laos, il paese al mondo più bombardato nella Storia (leggere Wiki per credere) decidono di restare lì, in Laos... di più >>>

10- Congo - David Van Reybrouck

Ci sono dei libri che dopo averli letti non sei più lo stesso; le prospettive si sono reimpostate, le conoscenze espanse, e quando li hai finiti ti sembra di emergere da una profonda vertigine. Questo poderoso romanzo del Congo ti risucchia dentro l'enorme bacino fluviale fin dalle prime pagine con l'immagine del suo immenso estuario:
"Ti trovi a centinaia di miglia dalla costa, ma già lo sai: qui comincia la terra. Il fiume Congo si getta nell'Oceano Atlantico con una forza tale da cambiare il colore dell'acqua per centinaia di chilometri."
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mercoledì 9 novembre 2016

ritorno al medioevo


Non è un gioco e neanche un film, è la piega che sta prendendo il mondo. Trump lo hanno votato in tanti.  Il votare l'incredibile, il credere alle panzane non è affatto un problema solo americano, l'Europa in questo ha fatto scuola. Noi tutti stiamo lentamente e con il voto mandando in fumo cinque secoli di scienza, almeno due di conquiste sociali, quasi uno di lotte per l'ambiente, per metterci nelle mani dei vari odiatori, i negazionisti (in questo caso del riscaldamento globale), dei ballisti da Facebook, dei manipolatori professionali che fanno leva sul sentimento umano più antico e più forte: la paura.



Chissà, forse l'umanità se lo merita proprio.
Internet è stata forse la più grande conquista tecnologica dei nostri giorni: lo scibile umano e le notizie 'vere' a portata di click, ma la gente l'ha usata per postare le foto delle lasagne, dei peperoni al forno, dei gatti e per farsi prendere all'amo dalle più grosse panzane messe in orbita dai migliori psicopatici e dai più grandi mistificatori del pianeta, 'Tanto i giornali scrivono solo balle!' Meglio il blog del Ku-Klux-Klan.


Complimenti umanità, il medio evo oscurantista avanza. E noi per difenderci dai medioevali 'esterni', i tagliagole vestiti di nero, eleggiamo gli oscurantisti in casa nostra, che faranno di tutto per rendere la gente ancora più ignorante e più buzzurra di quello che è già, tagliando i fondi alla cultura, eleggendo il genere 'cafo' come modello sociale. Grandioso.
E se questo era il contro-complotto segreto degli Illuminati...  cazzo se ha funzionato!


Sarà che l'America ha una nostalgia da 'replicante' per un medio evo che non ha mai avuto, ma intanto ci stiamo per meritare tutti il Darwin Award per l'auto-estinzione di una specie stupida. Tanto il riscaldamentro globale è una balla... o no?

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/nov/09/donald-trump-us-president-nightmare

http://www.darwinawards.com/

lunedì 10 ottobre 2016

cyberpunk now - un futuro qui adesso

Dimmi che non è vero.
Dimmi che il cielo sopra il porto non è
'del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.'
No, no... non ci siamo ancora rassegnati:
il pianeta non è ancora un ambiente così ostile ed io non sto vivendo in quello che la mia gatta definirebbe:

'un canile dove piove sempre'.

Un dato di fatto:

'alla gente non frega un emerita cippa della natura.'

Ma tutti vivono con serena rassegnazione il fatto di essere spiati e dominati. Eppure... dài, ci sarà qualcuno, qualcuno che conta e che mette un freno!
O no?

Il cyberpunk è genere letterario magnifico, ma dimmi che è ancora una forma di allarme, forse di sadismo, di masochismo! Dimmi che non è la realtà, ma letteratura di fantascienza!

Ma no, non possiamo rassegnarci a combattere in sotterranei virtuali! Quelle sono pippe mentali per chi ha perso tutto, anche l'identità, e noi non l'abbiamo persa! Acquisita, semmai, attraverso i nostri profili facebook!

Multinazionali mafiose.

Multinazionali mafiose padrone dell'universo e il pianeta così inquinato da far vomitare un ratto?
Non è ammissibile.
Gibson ha torto!


Eppure.



mercoledì 10 agosto 2016

miliardari nello spazio


“Ci avevate promesso le auto che volano, ci avevate promesso i viaggi spaziali!” protestava un tizio nero, girandosi continuamente verso il traffico alle sue spalle su un viadotto da incubo. Era una pubblicità tipica da fine millennio.
Quel ‘bro’ ero io. Mi sentivo tradito. Tutta la mia generazione è cresciuta con i viaggi spaziali nella testa. Sognavamo splendide città del futuro ad energia pulita, stazioni spaziali come basi di partenza verso colonie su altri mondi. Le serie TV si postdatavano coerentemente con lo sviluppo: la serie UFO era ambientata nel 1984, e c’era Spazio 1999, con la data nel titolo. Senza parlare dei film. Lo spazio aveva rubato la scena alle immagini subacquee, che negli anni sessanta erano la vera novità cinematografica, il primo palcoscenico a tre dimensioni. Lo spazio te lo ritrovavi dappertutto, nei Lego e nelle patatine...

sabato 23 luglio 2016

cartoline dal giappone - segnali da una civiltà avanzata

Kyoto - Shimogyo Ward
Ti assale subito: in una città d'Oriente, soprattutto se modernissima, la sua stratificazione ti toglie il respiro; una stazione ferroviaria o della metro può avere 15 livelli. La seconda cosa che noti, perché ti perdi, o ti trovi a sorpresa davanti alla stanza degli armadietti dello staff mentre t'aspettavi la lobby di un albergo, è la capillarità caotica. L'interno delle città diventa una struttura organica, viscerale.

Tokyo - Shinjuku Underground Station (la più trafficata del mondo)
Le città canadesi, come Toronto, per esempio, cercano di assomigliare a Tokyo, ma è una battaglia persa: solo le città orientali riescono ad essere labirintiche alla soglia della dimensione onirica.
Più semplice orientarsi nella città vecchia: c'è il fiume, ci sono i ristoranti che si affacciano sul fiume, alle spalle dei ristoranti c'è una strada, spesso un vicolo, parallelo al fiume.
Oppure: c'è un quadrato, costituito dal fossato intorno al castello imperiale. Da lì partono le arterie principali, che restano diritte per un po'.
Nelle stazioni ferroviarie (più grandi, più efficienti e più pulite di qualsiasi nostro aeroporto) trovi l'espressione architettonica forse più intensa del Giappone moderno.
Non a caso.

Kyoto - Stazione
Da quando i giapponesi scoprirono i treni nell'Inghilterra del XIX secolo, essi divennero per loro il simbolo stesso della civiltà moderna. Il Giappone era all'epoca un paese medievale che non conosceva nulla dell'industria, ma con un artigianato spaventosamente evoluto. Soprattutto nella lavorazione dell'acciaio. Poco dopo, nel 1905, vinse la guerra contro la Russia grazie ad una flotta minuscola, ma tecnologicamente efficace.

Kagoshima, Chuo Station
Il Giappone è il paese dove ti accorgi che stai fotografando anche i tombini. Di bambù nel giardino Zen, o di ghisa e con dei magnifici draghi stampati insieme ai simboli delle prefetture. Non c'è un dettaglio che non sia quello giusto nel posto giusto. Un po' come la rete dei trasporti, capillare e maniacalmente efficiente, il gusto e il disegno d'insieme nascono dalla cura del dettaglio, e dalla sua valorizzazione.


Lo stile minimalista europeo, a volte reinventato sul monasticismo cristiano quanto sul bassifondismo cementizio (e cocainomane), spesso finisce col contenere qualcosa di punitivo. Il minimalismo giapponese è sì, monastico e spartano, ma fatto di legni, stuoie e carta di riso.

Mi chiedo come sia possibile che questo popolo sia lo stesso del massacro dei delfini di Taiji e della caccia alle balene. C'è una incongruenza di fondo con quello che vedo. Ma immagino che la stessa incongruenza salti all'occhio dei turisti che visitano l'Italia nel notare lo scollamento tra la realtà quotidiana del paese e l'arte che ha prodotto e continua a produrre.
La discrepanza tra l'Italia e gli Italiani è qualcosa sulla quale ho smesso d'interrogarmi.

Kagoshima, Prefettura e Museo Reimeikan


Passeggio da solo per Kyoto nella Shimogyo Ward e non so perché lo faccio. Alla mia età non ne puoi davvero più di strade fitte di Gucci, Prada e Swarowsky... trovo più interessanti i benzinai, dopo un viaggio di diecimila chilometri. Eppure cammino su quella strada come appagato. Quella strada ha delle pensiline su tutt'e due i lati.
E va bene, lo trovo carino, anche perché pioviggina... No, c'è di più, da circa tre minuti sto ascoltando lo stesso brano musicale. Non viene dai negozi, la musica è la stessa per tutto il chilometro fino al fiume. Forse una colonna sonora di Hollywood probabilmente interpretata da James Galway.

Display di una strada di Kagoshima, fine '800 - Museo della Cultura
Cammino tra gli innumerevoli indizi di un amore viscerale per l'Occidente. Forse nessuno al di fuori dell'Occidente (e delle sue periferie) ha amato e ama l'Occidente come il popolo giapponese.

Hiroshima

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domenica 3 luglio 2016

cartoline dal giappone - kyoto e l'understatement radicale


La luce è quella di Vermeer. I pannelli di carta di riso, complice un cielo di pioggia, spandono una luce tenue. Solitari oggetti d'uso comune abitano stanze dal vuoto apparente, che le impreziosisce. Così l'imperatore usava ricevere cavalieri, notabili e vassalli: in un vuoto riempito dalla sua persona. Baldacchini e preziosismi soffocanti son roba da mondo barbaro. Il nostro. Kyoto è il trionfo dell'understatement.
Nell'antica capitale le residenze degli imperatori furono donate ai monaci e trasformate in monasteri Zen, da queste stanze e da questa pratica (Lo Zen è una pratica, non una fede) nasce quello stile minimalista che ancora influenza il Giappone. E il mondo.
Gli interni del Nanzen-ji sembrano disegnati ieri da un architetto svedese, invece i suoi legni hanno almeno cinque secoli, epoca dell'ultimo incendio. La prima pietra fu posata nel 1291.


Qui si insegna lo Zazen, che è qualcosa di diverso dalla meditazione.
La mente è svincolata da ogni forma di pensiero, visione, concettualizzazione, sacra o esaltante che sia, ed è indotta a uno stato di vacuità assoluta, dal quale un giorno potrà percepire da sé la sua vera natura, la natura dell'universo. 
Piove a dirotto e forse è un bene, c'è poca gente in giro per tutta la passeggiata dei filosofi e per i templi che vi si affacciano immersi nel verde da dietro un filare di case. Il primo giardino Zen mi appare sotto uno scroscio incessante. Un incontro covato da anni. Ora quel giardino è qui, adesso. Non c'è bisogno di pensare nulla, non c'è bisogno di dire nulla. Mi siedo ad ascoltare la poggia.


E' semplicemente fantastico. Sono vietati i flash e i telefonini, come nella maggior parte dei luoghi pubblici in Giappone. Come si può aver bisogno di mandare un uazzapp quando sei qui? Come puoi chiamare qualcuno dall'altra parte del mondo e urlare 'Amoreeee sono in un giardino Zeeen!'
Ho voglia di ricominciare a mandare cartoline affrancate. Già il 't-clack' sommesso-vintage della reflex mi disturba.
Benedetta pioggia, che cancella i pensieri, che cancella i rumori, le voci. Che cancella il tempo. Per il Zazen il ciclo incessante dell'acqua potrebbe essere uno spunto, ma non certo l'obiettivo.
Vietato rimuginare.
Tutto è qui, adesso.





lunedì 30 maggio 2016

Mañana


Turisti ancora più disorientati di noi si muovono sul set impeccabile, probabilmente chiedendosi se è già partito il ciak. I nomi dei bar, dei negozi e dei ristoranti, della scuola di congas sono scritti a pennello sui muri, sul legno, a mano sul cartoncino. Le insegne al neon sono solo due, tentativi dell’universo parallelo di scassinare lo spazio-tempo.  Leggi tutto >>>




venerdì 19 febbraio 2016

come ha fatto il gratis a uccidere cultura e libertà d'informazione?


Una volta a fare gli editori c’erano gli editori, e prima ancora gli editori erano dei librai, gente del mestiere che ci capiva. Oggi ci sono le super-holding, i petrolieri, gli imbonitori on-line, i costruttori. Ma anche i presidenti del consiglio. Il popolo internet s’è schierato tutto contro i contenuti a pagamento, ha fatto una scelta è caduto nella trappola già sperimentata: gratis: che male c'è?
La strategia dello spacciatore sotto tutte le scuole. Tutte tranne la mia. 

Ma che figata una televisione gratis! Ma che figata un magazine gratis! Una figata epocale, roba mai vista prima di Canale 5! Perché pagare per dei contenuti?
Da quando sono nato di gratis per me non c’è mai stato niente: se ti offrono una cosa gratis o sono in vena di beneficenza, o ti stanno veicolando qualcosa. Un prodotto? Un messaggio politico? In questo il prete è il super-genio: ha capito che sono ateo, ma col suo gesto umano, responsabile e disinteressato... quasi si merita una mia presenza a messa. Bravo.

L'editoria gratis e indipendente merita rispetto: c'è Wikipedia, ci sono organizzazioni che si fondano su donazioni, sulla forza dei volontari, su investitori lungimiranti, magazine fatti da gente che si batte per informare in modo indipendente, per fornire un libero accesso alla cultura, all'informazione. Ma quanti credete ce ne siano di così duri e puri? Sopravvivere in questo mondo è da topi, non da giaguari. Quando le regole vacillano, o non ci sono, vincono i balordi. In un attimo sei un centro di riciclaggio, un punto vendita, una rivista di annunci.

Vince sempre la mafia. Vince innalzando di poco il tuo tenore di vita. 
La mafia non ti da grosse cifre, non ti risolve mai il problema in una botta sola - se no ti perde, non ti ha più in pugno - la mafia ti permette di mandare i figli alla scuola dei preti, di comprare l'auto nuova, di accedere al mutuo per una casetta al mare, di diventare una persona rispettabile. Impeccabile. Insospettabile. Ti abitua ad un introito minuscolo, come la pubblicità sporadica, o sui piccoli indici d'ascolto.
La pubblicità è un introito che non potrà mai sostenere il bilancio una Rete di Stato, ma è sufficiente ad infliggerle dei diktat sull'indice di ascolto, sui mi piace, ad imporle di seguire i dogmi della bibbia liberal-darwiniana: per esistere devi essere competitivo. 
Va da sé che questa strategia esclude educazione, cultura e libera informazione in quanto non redditizie, non renderanno mai, è vero che la gente vuole tette e culi. 


Barabba o Gesù?
L'indice d'ascolto è il motivo per cui donne nude, decapitazioni, incesti, corna, bambini bruciati, intolleranze alimentari, gatti, UFO e scie chimiche arrivano in prima pagina sui tabloid e sulle testate che tutti cercano di far diventare tabloid, arrivano prima delle notizie vere, quelle che ci servono, quelle che dobbiamo conoscere come cittadini. E ti dicono pure che è colpa tua.
“ Sei tu, omino o donnetta, a digitare queste parole chiave! Noi ci adeguiamo alle tue scelte! Tu hai scelto Barabba!"
Più democrazia di così.

E così, 
quando vedo gratis apparire subito dopo la parola appena digitata su google capisco come la web-democracy nel suo folle sogno buonista abbia fatto un casino.
Fa niente i miei diritti d'autore, posso ancora fare su e giù per i palazzi senza ascensore coi sacchi di cemento (quelli piccoli, farò più viaggi) ma... la libertà? 
Quella è di tutti a meno che non si creda che l’informazione sia instagram, blogspot, facebook and so on. E forse avete ragione voi che guardate solo youtube e leggete solo facebook e qualche blog che vi piace, come il mio, e quelli per cui scrivo. Spero. Io tutto sommato scrivo da una sediola da due lire e mi ritengo ben pagato. Mi pagano un decimo di quando portavo su e giù il cemento, la metà di quando portavo su e giù i subacquei, ma va bene così.


Avete idea di quale miseria pagano una corrispondente di guerra (donna, professionista, coraggiosa, capace) in Siria? Non di quanto costa, ma quanto pagano lei? 
Leggi di mercato. Ti rispondono. E' la cultura del gratis, del basso costo, degli sponsor. Testate storiche, autorevoli che chiudono, che non stampano più.
Danni collaterali?
Non vi agitate, sono i governi di tutto il mondo a pensare così: liberalizzare.
Ma poi è meglio salvare le banche che le reti televisive nazionali, no? dove mal che vada sono i partiti e gli incapaci ad esercitare il loro potere (e non le multinazionali, le farmaceutiche o petrolifere che tanto prima o poi decentralizzano in India), danni che si risolvono a un costo che è neanche un millesimo di quello prodotto da banche e compagnie di bandiera belle che falliscono sempre a carico delle comunità intera. Governi e banche centrali: grazie.



Ogni riferimento a Brazil di Terry Gilliam (e quindi1984 di Orwell), è da considerasi pura citazione artistica: oggi, 2016, siamo messi molto, molto peggio: nell'era dello sponsor riusciamo a bannare le pubblicità divertenti.







lunedì 8 febbraio 2016

il giro del mondo con l'energia del sole


Il Solar Impulse 2, un aereo concepito per effettuare il giro del mondo usando unicamente l'energia del sole è il primo grande passo di una aeronautica senza petrolio, senza emissioni. E' la Storia a dimostrarci che senza i sogni, e senza i folli che si mettono in testa di realizzarli, senza salti nel buio… l’umanità resta ferma al palo. Non è certo seguendo indagini di mercato che l’uomo iniziò a volare. Nessuno finanziò i fratelli Wright, fabbricanti di biciclette che il 17 dicembre del 1903 riuscirono a far volare il primo aereo nella Storia. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo su Cessna, un agricoltore che voleva irrorare i suoi campi dall’alto, senza parlare di Sikorsky, che sognò elicotteri...
«Noi vogliamo dimostrare l’importanza dello spirito pionieristico, vogliamo incoraggiare le persone a mettere in dubbio quello che hanno sempre dato per scontato. » 
Bertrand Piccard

venerdì 16 ottobre 2015

Windows 10 - sei ore all'inferno

Vi siete mai commossi davanti al riapparire dell'iconcina di Windows 7? Se un viaggio agli inferi dura solo sei ore, sono sei ore dense, perché fino all'ultimo non sai se hai perduto tutto davvero o c'è ancora qualche speranza.

Colpa mia: il web me l'aveva detto in tutti i modi: non installare Windows 10. Non farlo, nasce come ricatto, etc. etc. etc. Non solo me l'aveva detto il web, sono uno di quei malfidati scettici e terricoli che vedono negli aggiornamenti la porta dell'obsolescenza programmata.
Io scrivo e al massimo disegno una copertina. Al massimo devo montare un filmino dell'aifòn, Non mi servono i programmi prestanti, mi serve una tastiera comoda, con Word che gira bene. Basta.

Purtroppo fanno di tutto perché tu non riesca ad essere felice con quello che hai, devi avere l'astronave. Se no sei fuori.

Windows 10: un incubo dantesco
Un magone infinito. Appena parte capisco che è lentissimo, sono nelle sabbie mobili. Inizio a buttare doppioni, video che non m'interessano più, programmi che impiastrano, che ti rallentano l'apertura e la chiusura del sistema, tipo Adobe Cloud, Prova Paperino Gratis e Skype.
Va in palla, e ci vogliono 20 minuti prima che si riprende dal coma.
Questo accade una decina di volte.
Provo a ripristinare. La pubblicità di Windows 10 diceva che era facile. Al passaggio numero tre il primo avvertimento mafioso:
'Windows 10 non agisce sui file, ma sarebbe meglio fare un back up prima di continuare'...

Faccio il back-up sul disco esterno? 
Riuscirà Windows 10 a riconoscere ed installare il solito programmino di collegamento del disco esterno?
Va in crash se apri Word... figurati.

Esco a comprare una chiavetta USB da 64 G.
Giuro che sul vitale è più che sufficiente, è anzi troppo grande.
Il mio impatto sulla memoria globale è bassissimo.
Riesco a salvare solo la metà dei files che vorrei.
Tra crash e blocchi ci voglio altre due ore.

Poi il blocco totale.
Dopo una serie di schermi blu con le girandole e schermi neri senza una fava di niente, da circa 20 minuti a sessione, clicco su 'impostazioni di sistema'. Crash
20 minuti di nero
Ricomincia
Crash
Stavolta prende il comando! Si apre una finestra!disinstalla, cazzo, disinstalla! E' una missione difficile.
L'ultimo avvertimento mafioso è l'ultimo avvertimento:
"Ti ci vorrà la password, per tornare al tuo vecchio Windows 7. Sei pronto?"

ebbene fottiti.
Non ti sopporto più.
Tra avere te e non avere un computer non c'è nessuna differenza.

aspetto 30 minuti.

Musichina...

E ritornammo a veder le stelle.

mercoledì 5 agosto 2015

diario d'africa - etosha: il grande luogo bianco


Un giorno un fiume cambiò idea sul suo percorso e il lago si prosciugò. E dove una volta c’era acqua per centotrenta chilometri da est a ovest adesso c’è un deserto bianco e scricchiolante. Si riempie a volte quando piove, ma l’acqua a poco a poco evapora e si ritira in poche pozze. Tutto intorno restano delle sorgenti naturali. L’Etosha, il Grande Luogo Bianco in lingua Ndonga, è uno spazio immenso avaro di acqua e di suoni... >>>

lunedì 27 luglio 2015

martedì 14 luglio 2015

diario d'africa - namibia 1

foto: claudio di manao 2015
L’aria del mattino è fresca e limpida. La luce non sembra quella degli altipiani, ma quella del deserto d’inverno. Una forte dominante color miele spande al suolo, il sole scalda a poco a poco salendo nel blu senza nuvole del cielo di Windhoek. Ancora intontiti dal viaggio ci sottoponiamo a una vecchia consuetudine: la consegna dei fuoristrada

Windhoek, capitale della Namibia, è una città ordinata, che però non intriga. Forse non mi attirano più le città in genere, ma il fascino non migliora neanche guardandola dalla terrazza dell’Hilton. Siamo a millesettecento metri di quota, sul tropico del Capricorno a fine giugno, e la temperatura al calar del sole scende in caduta libera. Compriamo taniche d’acqua e accessori, organizziamo zaini, kit e bagagli, testiamo i walkie talkie. Eccoci di nuovo con le mappe aperte sul tavolo del bar, stimando tempi e distanze, a sognare con in mano una Hansa, o una Windhoek Draught.
“Ecco una terra dove le sue creature non avevano ancora conosciuto i crimini dell’uomo contro la natura…”
scriveva Mark Owens negli anni settanta su ‘The Cry of Kalahari’

kalahari, intu africa game reserve, foto: claudio di manao
Gli orici sono il simbolo di questo immenso paese grande come Francia e Germania insieme ma abitato da poco più di due milioni di individui. In Namibia incontri più orici che esseri umani. Senza parlare delle gazzelle, che non si contano. Ci avviciniamo alla riserva, in pieno Kalahari. In alcune riserve puoi circolare solo con i ranger, e non ci dispiace lasciarci condurre. 
Le guide nei parchi e nelle riserve sono spesso zoologi, professionisti che dedicano la loro vita all'osservazione degli animali selvatici. Conoscono le loro abitudini, sanno dove trovarli, cosa raccontare su di loro. 



E' notte e al lodge hanno acceso un fuoco per noi. A mille metri di quota la temperatura notturna è rigida. Lo Scorpione e la Croce del Sud, due costellazioni che non vedi alle nostre latitudini, nel cielo australe splendono magnifiche, gigantesche.  Due grossi orici si avvicinano alla pozza del lodge timidi e solenni.


Se guardi l'Africa australe su Google Earth ti accorgi che il Kalahari è un'area rossiccia di lunghi filamenti quasi pettinati. Qui le dune millenarie scorrono rosse da nord ovest a sud est secondo l'umore dei venti. E' il territorio del popolo San, i boscimani, o bushmen, gli antichi abitanti di quest'area, tra le meno accomodanti del pianeta, per l'uomo.

2015 claudio di manao

Il deserto del Namib, invece, quello che si stende lungo tutta la costa del paese, al sud è dune barcane e dune a stella. Altissime. Sussuvlei vista dall'altro è una lingua sottile, una precaria intrusione, una specie di sonda insinuata nel cuore di un deserto di grandi dune; qua e là laghi fossili, saline, chiazze bianche, acacie e cespugli ai piedi di montagne di sabbia incombenti.

Chi pensa che il deserto sia monotono non è mai stato nel deserto per più di due ore, oppure l'ha visto con il cuore spento. E' un mare che cambia ogni ora, ogni chilometro. Un mare aspro, avaro di vita, abitato da rare creature caparbie, straordinarie. Un mare psichedelico, un mare ai confini di Orione.


Inizia così un viaggio di 3600 kilometri dei quali meno di un terzo percorsi su strade asfaltate, attraverso Kalahari, Namib, Damaraland, Skeleton Coast, Etosha Pan...



- prima parte

testi e immagini di claudio di manao
vietata la riproduzione