lunedì 8 ottobre 2018

nakata sulla spiaggia



Avrà avuto tra i sessanta o i settant'anni, ma è difficile indovinare l'età di un giapponese. Non parlava coi gatti, contava in silenzio le uova di tartaruga su una spiaggia di Yakushima. Solo due anni dopo, cioè adesso, ho capito chi era.
Ero rimasto sveglio per tutta la notte. C'era stata la luna piena e le tartarughe avevano risalito faticosamente la spiaggia per depositare le uova davanti al nostro lodge. Avevo azzeccato la luna giusta. All'alba la spiaggia era piena di nidi, di tracce che venivano e tornavano al mare. Il vento era così forte che la sabbia grossa sembrava ferire come mille rasoi attraverso la camicia in poliestere. Il cielo era una coltre grigia e le onde si abbattevano come lenzuoli agitati.




Nakata era lì, in una tutina impermeabile azzurro cielo. Mi apparve nel binocolo quando lo smeriglio smise di minacciare le lenti. Scavava  i nidi a mani nude, pensai che fosse un bracconiere. Indossai la cerata e andai da lui. Quando fui abbastanza vicino vidi che era assorto in un formulario. Era seduto e aveva i capelli bianchi. Anche se c'era vento faceva caldo, il caldo umido di giugno. Immaginai che stesse scoppiando, in quella sottile cerata che lo copriva da capo a piedi. Lo salutai e lui annuì. Continuò a riempire moduli, grattandosi ogni tanto il capo con la penna. Dopo un po' che ero lì con lui capii che era muto. Pensai anche che non si può mai dire, i giapponesi spesso sono molto timidi nel parlare con gli stranieri, pensai. La mia presenza non sembrava infastidirlo, anzi sembrava felice che ci fosse qualcuno lì accanto, come lo sono a volte i gatti anche quando non danno confidenza. Si muoveva con una certa lentezza. Prima di riempire una casella si imbambolava ogni volta, come se ci dovesse pensare su parecchio. Tutto in lui sembrava accadere con un certo ritardo. Prese le uova che aveva appena contato e le mise in un sacco di plastica, poi le rovesciò in un buco più a monte, entro la zona recintata della spiaggia, dove né i turisti né l'erosione potevano minacciarle. Lo aiutai a scavare un altro nido. a un certo punto prese delle uova e me le mise in mano. Me le affidò come si affidano i propri piccoli. Erano grandi come palline da golf e altrettanto pesanti. Quando furono tutte in superficie le divise in piccoli mucchi per contarle. Le contò più volte, poi con estrema attenzione scrisse il numero per me sulla sabbia, una cifra per volta.




Fino ad allora non avevamo mai incrociato lo sguardo, l'aveva tenuto basso o verso il mare a lungo, per tutto il tempo. Nei suoi occhi c'era una malinconia mite, ma densa. Era chiuso in un mondo innocente, basico, irraggiungibile. Lo salutai pensando che quel lavoro metodico e solitario era forse l'unico che potesse svolgere. Uno dei tanti piani governativi che inseriscono le persone che hanno delle difficoltà. Forse era soltanto muto, ma quello sguardo.




Per circa due anni mi sono chiesto chi fosse davvero. Sentivo solo che era stato un incontro importante, così importante che non puoi approfondire. Sembrava uscito da un sogno dopo la tempesta di sabbia. Per circa due anni ho pensato che nel profondo, avrei voluto essere lui.

Poi è spuntato in un libro di Murakami, Kafka sulla spiaggia.

Era Nakata.





martedì 7 agosto 2018

BlacKkKlansman di spike lee al festival di locarno - standing ovation per i diritti umani


Sotto la pioggia consistente in Piazza Grande, malgrado le previsioni, tutti attendono il film di Spike Lee, vincitore del premio della giuria a Cannes, e che uscirà nelle sale americani il 10 agosto, a fine settembre nelle sale Italiane. Kate Gilmore alta commissaria dell'ONU per i diritti umani, prende la parola e infiamma la piazza. Qui il video del suo intervento.

"We have to stand for our rights!"
"Alla nascita siamo tutti uguali - dice Kate Gilmore - nei nostri diritti e nella nostra dignità. Ma ora più che mai dobbiamo alzarci in piedi per i nostri diritti, levare il pugno e gridare: We stand for our rights! Perché vogliamo amare, ed essere amati!"
Si alzano tutti, chiusi nelle mantelline di cellophane. Alcuni levano il pugno, altri si alzano e applaudono. L'emozione è spessa, da tagliare con il coltello. Se un alto commissario delle Nazioni Unite come Kate Gilmore interviene alla presentazione di un film con un discorso dal piglio rivoluzionario, e per certi versi un po' incazzato, il film che sta per essere proiettato è di grande spessore.

 BlacKkKlansman comincia come una commedia, con un footage in bianco e nero di un senatore repubblicano che illustra il 'piano giudaico' di corruzione della purezza bianco-americana a favore degli inferiori neri. Ridiamo amaro, perché ci ricorda qualcosa, che molto in comune ha l'accanimento di certe frange verso Soros. Il finto filmato in BN è datato: 1957.

Passiamo agli anni'70, quando l'unico poliziotto nero, Ron Stallworth, viene assunto dalla polizia di Colorado Springs. Scopro su internet che è una storia vera. Ron Stallworth viene dapprima impiegato come agente 'undercover' per spiare il movimento Black Power, ma poi s'infiltra, grazie alla sua capacità di imitare slang e frasi fatte dei bianchi, nel Ku Klux Klan. Tra le frasi fatte: 'Dio benedica l'America bianca', 'sono un vero Americano' e, a un certo punto, l'attesissimo: 'America first'.

Le telefonate dal commissariato, dove Ron Stallworth parla da bianco suprematista, e dichiara di odiare a morte i neri, sono semplicemente da Oscar. Ovviamente non può andare alle riunioni del KKK, mandano al suo posto un altro agente, Zimmermann, un collega ebreo, al quale Ron insegnerà a parlare da suprematista. Questa parte è stata sicuramente la più grande sfida per i doppiatori italiani. Sono curioso di vedere come hanno risolto battute e frasi idiomatiche che in italiano non hanno alcun senso.

Tutto si svolge a metà tra la commedia e il thriller, in un film popolato da stereotipi dei quali spesso snobbiamo la forza e l'utilità ai nostri tempi. Il KKK si riunisce in un poligono di tiro dove il culto delle armi ed il loro uso ci ricorda l'altra tristerrima lobby che è il National Rifle Association. 

In una Hollywood che dichiara che la grandezza del 'villain', il cattivo, fa il film, Spike Lee non cede all'esaltazione dell'antagonista nella sua grande, irrinunciabile vocazione al male. Penso che nessuno abbia mai descritto meglio i membri del KKK, almeno come li immagino io: una fauna umana che va dall' infighettato David Duke, Gran Maestro degli Incappucciati, allo psicopatico border-line, dall'alcolizzato all'idiota, all'efficientista nevrotico in stile Himmler. 
Essenzialmente ridicoli e imbecilli, ma mai abbastanza da cadere nella 'macchietta' innocua. La loro pericolosità latente si attiva dove il film dalla commedia vira verso il thriller. 
Con un tocco che solo un grande regista può permettersi senza inciampi.

/div>

Dalla scena in discoteca che sembra un video dei Boney-M, alla dissertazione sui film della 'Blaxploitation', fino a Henry Belafonte che interpreta un anziano testimone delle violenze del 1915 su una sedia di vimini alla 'Emmanuelle', le chicche e i cameo sono innumerevoli.
Tra vestiti, colonna sonora e automobili d'epoca, BlacKkKlansman ci sembra un viaggio indietro negli anni '70.

E invece non lo è.
Questo viaggio che inizia con il video del senatore del '57 si conclude con la crudezza shoccante delle immagini di Charlottesville, lo scorso agosto (sessant'anni dopo) e con le dichiarazioni di Trump. Immagini che dovrebbero scuotere ogni abitante degno di vivere su questo pianeta. Basta andare su Youtube e digitare 'police brutality' o 'black lives matter'  per capire cosa sta succedendo negli USA. 
Questo salto di stile narrativo lascia più arrabbiati che 'pieni di domande'. Ma ci sta, ci sta tutto. Il film uscirà nelle sale americane due giorni prima degli incidenti di Charlottesville, dove una ragazza (bianca) Heather Heyer, di 32 anni perse la vita il 12 agosto 2017 per colpa di un suprematista bianco che lanciò la sua auto sulla folla. A lei è dedicato il film.
Non c'è niente di così illegittimo e ingiustificabile come il movimento dei suprematisti bianchi. Vittime rabbiose più o meno consapevoli di ideologie assurde ma velenose, del 'Divide et impera'.
Mai come ora c'è stato bisogno di un film godibile, magnifico e duro, come questo di Spike Lee.


venerdì 6 luglio 2018

perchè il cry-out sui diritti d'autore non mi ha convinto




Parliamo tutti di evoluzione, di un ‘nuovo ambiente’ cui i media tradizionali devono adattarsi. Il nuovo ambiente in realtà è composto di due sistemi diversi. Uno è quello dei social, che possiamo paragonare a un buco nero, con la loro struttura centripeta. L’altro è quello dei motori di ricerca, che ha dinamiche centrifughe, cioè l’esatto contrario.
Gli utenti dei social sono prevalentemente utenti da 150 caratteri, meme e foto del micio, gli utenti di Google sono quelli che scartabellano a fondo Wikipedia e i vari contenuti su altri siti d’informazione. Ci trasformiamo in una delle due forme di utenza quando decidiamo di rivolgerci all’uno o all’altro di questi due sistemi. Equipararli legislativamente imponendo a entrambi i sistemi una tassa sui link (quando poi il vero topic sarebbero gli estratti) è un errore grossolano. Significa che  non si è capito bene cosa è il web.

Dall’altra parte c’è il disprezzo dei social media e di Google nei confronti dei diritti d’autore, che va frenato. I diritti d’autore non sono una bieca espressione del capitalismo, come mi pare di cogliere a volte, ma costituiscono il sostentamento di milioni di persone per niente capitaliste (come me per esempio) che campano di copie vendute, o di un passaggio radio o TV in più di un loro ‘prodotto intellettuale’. Nell’intrattenimento e nei media non ci sono molte altre forme di remunerazione. Quando (se) passa, o vende (se vende), prendi i soldi. Punto. Oppure prendi i soldi da una testata d’informazione, che a sua volta ha il diritto di tutelarsi, visto che paga per i contenuti e cerca di sopravvivere con la pubblicità e gli abbonamenti. The Guardian un paio d’anni fa ha provato (pubblicizzandosi su se stesso) che Google trattiene più dell’80% degli introiti pubblicitari. Su ogni sterlina investita dalla testata sulle sue stesse pagine, ha avuto indietro solo 20 pence. 

Il piano di  Big Data è evidente: sostituirsi agli editori e intascare utili spaventosi gestendo il monopolio della pubblicità, e dato che c'è, anche delle informazioni. Per darvi una idea: con un blog da 100.000 visite all’anno da Google intaschereste al massimo 100 Euro. È giusto che sopravvivano solo quelli capaci di milioni click, magari su un solo post, o un solo video diventato virale? Sparirebbero tutte le testate autorevoli, tutte le informazioni in una lingua minoritaria, tutto ciò che è di nicchia per far posto ai tabloid e alla fuffa, agli acchiappa-click. Avremmo un’informazione fatta esclusivamente di annunci pubblicitari mascherati, di pitoni che mangiano poveri contadini, o di Belen che girano nude davanti al (povero) bambino. O notizie non verificate. Con il mito del citizen-journalism, il gratis e le tariffeoffensive che vengono erogate ai freelance, l’informazione è giàin serio pericolo. Complici, va detto, anche gli editori.

Ma sotto la bandiera ‘no-copyright’ e ‘libertà di informazione’ può nascondersi una realtà molto più insidiosa di un semplice sogno utopico. Sono convinto che molti ci siano cascati in buona fede, ma per favore, non confondiamo le royalties percepite da certe farmaceutiche o da gente come Schkreli, con i diritti d’autore sull’informazione o sull’intrattenimento: questo è vero fumo negli occhi. Non  possiamo non vedere che i governi, a grande richiesta popolare, sono sempre meno disposti a investire in questi campi. Troppi sprechi! Troppa lottizzazione dei partiti! Via i sostegni alla cultura, all’informazione, tanto i giovani guardano youtube… a che serve una TV di stato? Vi suona familiare il ritornello? Bene, vi state abituando a ciò che ci aspetta: il monopolio totale di Big Data, dove la gente produce contenuti gratis pur di farsi un nome, o semplicemente apparire. È già in atto.

Per quanto maldestri, approvo i tentativi dell’Unione Europea di mettere un freno allo strapotere di Big Data, tra l’altro: corporate americane che eludono sistematicamente le tasse. L’Europa è probabilmente l’unica entità politica al mondo che può opporsi con successo, anche se disapprovo questo approccio che mi è parso più lobbistico che ben intenzionato. Ma nessuno degli stati membri potrebbe vincere da solo, contro mostri capaci del bilancio di una o più nazioni europee insieme. Poi  ci sono l’Iran, l’Egitto, la Cina… anche loro mettono paletti. Ma per altri motivi. Adesso sì, possiamo parlare di censura.




Seguendo un sempre valido suggerimento di Noam Chomsky, 
riporto il link di un giornale finanziario: alla finanza (sostiene Chomsky) interessano i fatti, non le emozioni.







mercoledì 20 giugno 2018

il senso della bellezza - recensione



Una delle più grandi meraviglie del mondo è a 100 metri sottoterra. E' un anello di 27km, composto da magneti superconduttori e da due acceleratori di particelle. Si chiama LHC, Large Hadron Collider ed è gestito dal CERN di Ginevra.

LHC è più di un viaggio spaziale, è un viaggio nei segreti più profondi dell’universo. E nella mente umana. La camera si cala nelle viscere di questo Leviatano che quando viene risvegliato per un esperimento (della durata di poche frazioni di secondo) assorbe più energia di quanta ne consumi l’intera città di Ginevra in un giorno. Lì dentro gli scienziati fanno scontrare le particelle per scrutare le pieghe infinitesimali della materia. Le collisionni avvengono a velocità prossima a quella della luce, dentro tubi che operano in sottovuoto, a temperature vicino allo zero assoluto: -271°C. 




Il senso della bellezza, attraverso LHC, ci porta nel regno dell’intangibile, indietro nel tempo fino allo stato della materia pochi milionesimi di secondo dopo il Big-Bang. Lì la mente umana entra nel inimmaginabile. Lo fa con calcoli, teorie. Osserva l’inosservabile con stratagemmi tecnologici che sanno di empirismo. Guai a chiamare l'immagine di una collisione 'fotografia'. Se c’è qualcosa di veramente astratto nell'esperienza umana, è la fisica delle particelle.

Allora la camera indugia sugli scienziati, poi sugli artisti, ispirati dalla fisica delle particelle e dalle immagini prodotte dalle macchine che registrano l’insondabile. Una camera sempre neutrale, che con inquadrature ravvicinate e senza sfondo sposta il punto di vista sul pensiero del soggetto. Ciò che accomuna artisti e scienziati sono le loro domande e la loro immaginazione. Scorrono le immagini di LHC, un monumento alla curiosità umana, ma anche di altre opere d’arte.



Il quadro di Gauguin ‘Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?’ (che ci sta tutto) innesca però una deriva narrativa un po’ metafisica, che non mi aspettavo. Il regista ha indagato le macchine, il pensiero scientifico e le opere ispirate a quel pensiero, evitando sapientemente le sabbie mobili di una fisica delle micro-particelle ‘for dummies.’ Ma non è riuscito a tenersi lontano, anche se ci è scivolato per pochissimi minuti, da considerazioni sulla trascendenza con una voce fuori campo, considerazioni che stanno così bene nei film di Malick, che basa tutto sulla trascendenza. Tutti gli altri faticano un po’. 

Questa deriva m’è sembrata un mezzo agguato teso dal Bosone di Dio. Così i non addetti ai lavori (ma forse fa eccezione Zichichi) hanno battezzato il bosone di Higgs, rilevato per la prima volta proprio al CERN, nel 2012. Forse le immagini di sfondo a queste considerazioni, immagini della natura, non erano all’altezza delle altre immagini. E al posto dell’iconografia cattolica mi sarei aspettato una profusione di mandala. Ho avuto la sensazione di qualcosa di 'esterno' e non di 'eterno', e vista la qualità... di ‘aggiunto’. Ad ogni modo la deriva che proprio non m’ha convinto prende pochissimi minuti, su un lavoro per tutto il resto breath-taking. Alla fine al centro ci sono le domande, e non le risposte.
Un film che rivedrei molto volentieri. Una gran bella indagine.

Ecco cosa stanno cercando adesso al CERN. Sono sicuro che qualcuno ci leggerà il Fiat Lux.





giovedì 3 maggio 2018

sono angelica voglio vendetta




Diceva Pasolini che per decidere se leggere un libro o meno gli bastava aprire una pagina a caso. Se applichiamo la massima al cinema, un buon film lo riconosci da una sola inquadratura. Le due tecniche insegnano un’arte rara e utile in questa breve vita, quella di non perdere tempo con la fuffa.

Questo per dirvi che di ‘Sono Angelica voglio vendetta’ non c’è una immagine che non lasci a bocca aperta, che non voglia farsi seguire. Il film, tra i vari intenti, sembra voler esplorare l’altra Grande Bellezza che è Firenze. Anche se trailer e materiale postato online non rendono giustizia a questo tipo di contenuti, per molti versi il film è capace della stessa opulenza del film di Sorrentino. Con meno del 5% di budget. Qui la Grande Bellezza sullo sfondo fa da contraltare a una narrativa dark, psichedelica, crudissima. Genuinamente underground.


 Il soggetto del film ha una tempistica da social, ma nella testa dell’autore, sceneggiatore e regista, e cioè Andrea Zingoni, nasce almeno un decennio prima dell’hashtag #Me Too. Angelica è una giovanissima DJ che subisce una violenza sessuale d’una brutalità irrivelabile. Così indicibile che il ricordo verrà visualizzato in pieno solo quando Angelica, in via di guarigione, riuscirà a farci i conti. Ci riuscirà attraverso uno sciamano. Ma la sua guarigione corrisponderà alla vendetta.

‘Angelica’ non è un film ordinario. La narrazione si serve spesso di simboli e di allegorie che per certi versi mi ricordano il vecchio Bergman, ma anche alcuni lavori dell'ultimo Von Trier, con inquadrature e immagini che sono vere e proprie installazioni dal gusto rinascimentale e/o psichedelico. Con il tocco di un rinomato cartoonist, il regista. I richiami a Castaneda, Aleister Crowley, Campbell e McKenna sono innumerevoli, ma non sono lì  per il sollucchero degli intellettuali (credo che quelli in sala non se ne siano nemmeno accorti) ma per il pubblico, che non ha bisogno di esegesi, ma di immagini belle e potenti.
 Notevole anche la colonna sonora, azzeccata e up-to-date, una bella sorpresa alla quale il cinema italiano ci aveva ormai disabituati.
Se proprio devo cercare una pecca in un film stilisticamente straordinario, la troverei nella reiterazione del ricordo (all’inizio frammentato) dello stupro, che toglie un po' allo shock finale, e nella lentezza di alcune scene del recupero di Angelica, dove la camera indulge compiaciuta sulla bellezza dello sfondo, gli angoli magici di Firenze dietro una Angelica zoppicante. Ma in fondo Sorrentino ha fatto la stessa cosa con Roma. E ha vinto un Oscar.


Ciò che invece mi ha lasciato basito è stata l’attenzione delle critiche sulla vendetta in sé. Non so cosa sia successo alla gente, saranno i film americani a lieto fine, o gli osannati romanzi di formazione? La vendetta abita da sempre le fondamenta della drammaturgia. La punizione degli dei alla yhbris umana era vendetta. Dal teatro greco a Shakespeare la vendetta (come del resto il Fato) è nell’immaginario umano, è necessità di una giustizia divina della quale siamo sempre più orfani. Che la vendetta sia diseducativa ci può stare, ma cosa resterebbe di noi senza il Macbeth, o l’Odissea?

https://it.wikipedia.org/wiki/Sono_Angelica,_voglio_vendetta

http://www.controradio.it/sono-angelica-voglio-vendetta/

http://www.sonoangelicavogliovendetta.it/

sabato 24 marzo 2018

povere faccine


“Dumb fucks.” That’s how Mark Zuckerberg described users of Facebook for trusting him with their personal data back in 2004. If the last week is anything to go by, he was right. (The Guardian) 

Ve lo traduco io: 'Poveri coglioni. Così Mark Zuckerberg apostrofava gli utenti di Facebook per avergli affidato i loro dati personali già nel 2004. Da quanto emerge dall’ultima settimana, aveva ragione.' Lo trovo scritto oggi su The Guardian.

 Non troppi mesi fa, a settembre 2017, Internazionale titolava: “Facebook: la merce sei tu”
Lo scandalo di facebook (se è uno scandalo il fatto che qualcuno ti offre un sacco di trappole e di giochini gratis e poi si prende qualcosina da te) ha assunto queste dimensioni perché stavolta ci sono di mezzo le più controverse elezioni del più controverso presidente degli Stati Uniti. Se l’utente finale fosse stato Zara o la Chicco non ci sarebbe stato tutto questo casino.

E di nuovo l’attenzione verte sulla privacy mentre il problema grave è un altro, è la manipolazione dell'utente, qualcosa che ha stravolto le abitudini dell’umanità, cioè... del povero coglione.
Facebook, grazie ai suoi osannati studi di grande valore sociale per l'umanità (come quelli condotti da Cambridge Analytica per intenderci) ci ha fatto scoprire i sei gradi di separazione quarant'anni dopo Milgram, e si è insinuato non come un link, ma come un filtro tra le vite delle persone. Nelle vostre vite. Non ha mai avuto nessuna intenzione di unire, ma di dividere. Tutti coloro che ci hanno lavorato su per farlo diventare il mostro che è hanno fatto un pubblico mea culpa, sputtanando le sue vere intenzioni manipolatorie.

Facebook ha scientemente distolto l’attenzione del pubblico dall’Informazione degna di questo nome per spartirsi con Google l’80% del mercato pubblicitario, con ricavi sulle inserzioni che vanno oltre l'80%. Cioè, se tu inserzionista paghi per la pubblicità un Euro, quello che la ospita riceve 20 centesimi. Nessuna agenzia pubblicitaria sul pianeta ha mai guadagnato tanto. In un attimo hanno spazzato via tutti i piccoli e medi magazine, i blog, i giornali, insieme a tutto ciò che non raggiunge il milione di click. Ma non solo, ha fatto sparire le altre comunità, come appunto i Forum, che ora languono per mancanza di utenti e di contenuti con introiti pubblicitari ridotti alla loro radice quadra. Con la cultura del gratis si uccide a poco a poco la libertà d'informazione.

L’ho sempre percepito come un buco nero, facebook, un buco nero che fagocita tutto, capace di un’attrazione tale da non far uscire più nulla. Nel buco nero un intero universo si rimpicciolisce e quotidiani come La Repubblica o La Stampa hanno la stessa statura di un Pippo Terrapiatta. E c'è pure chi la chiama democrazia. 

Per anni gli amici esperti di marketing mi hanno rivolto facce allibite, non avrebbero guardato in quel modo neanche un eschimese vegano, neanche Theresa May se gli fosse entrata dalla finestra del bagno in sottana di Swarovsky e tirabaffi. 

“Facebook è un grande strumento, devi solo usarlo” 
Un coro. Come se quel buco nero, frutto di 'studi psicometrici' e arte manipolatoria fosse stato un innocuo aggeggio costruito apposta per me, per noi, da quel compagnone di Zuckerberg che voleva solo vederci tutti contenti a salutare gli amichetti della 1a B. 
Andy Warhol e i suoi 15 minuti di celebrità per tutti ci sorridevano dal cielo.

E intanto l’editoria crollava, collassava insieme all’autorevolezza delle opinioni, della veridicità delle fonti, sommersa dagli strilli, dagli allarmi rettiliani, dalle foto dei cani, dei gatti e dei piatti nel ristorante chic, dalla cultura del gratis, dalle labbra a canotto delle selfiste, dai maschi tatuati con la barba rada, dalla forza organizzata dei troll. Sommersa dalla fuffa. 
L'editoria s'è suicidata entrando nel buco nero per ‘usarlo a suo vantaggio’.

Sull'onda di Facebook i social si sono inseriti come filtro tra noi e il mondo esterno, tutto deve passare attraverso loro. Ora la gente gira immersa in un telefonino. In viaggio nessuno guarda più niente, tutti fotografano. E postano foto. Nessuno legge più niente, tutti scorrono velocemente, ma soprattutto scrivono. Scrivono e mettono faccine. Una volta c’era il bar, o il circolo. C’erano il telefono e le email. E se uno non usava il deodorante lo sapevi da subito.

Ma lo scandalo, a quanto pare, è solo nella gestione dei nostri dati e della nostra privacy. Bello, comunque, vedere le facce di quelli che comprano i vostri dati, guardarli su Channel4 mentre offrono a un giornalista sotto copertura di mettere nel letto degli avversari politici le prostitute, di lanciare campagne a suon di trollate, insulti urlati e dossieraggio. 

Ho detto vostri dati perché in questa settimana, non solo Zuckerberg ha dimostrato di avere ragione, nell’aver considerato i suoi utenti ‘dumb fucks’ poveri coglioni, ma anche io, e tutti quelli come me che su facebook non ci sono e non ci saranno mai. Senza mai aver dato del coglione a quelli che c'erano.

https://www.theguardian.com/technology/2018/mar/24/cambridge-analytica-week-that-shattered-facebook-privacy

http://www.businessinsider.com/well-these-new-zuckerberg-ims-wont-help-facebooks-privacy-problems-2010-5



martedì 20 febbraio 2018

caro papà

Caro papà, 
il giorno del tuo funerale sono stato brevissimo, due frasi. Erano tutti impegnati a brindare al tuo ricordo e non ho voluto essere autoritario. In fondo tu volevi un party, senza lacrime, senza troppi discorsi: un party. 
Ci siamo riusciti. 
Mamma era mezza friulana e la parola focolai, il focolare, aveva per noi un senso profondo. Ma per noi forse quel fuoco è stato un pianoforte. Adesso lo strimpella Matilde. Marisa, tua nipote, s’è messa al piano, il pianoforte di tua madre, nonna Aurora, a suonare pezzi che eseguiva con a te a quattro mani. Abbiamo ballato. Mancavi tu.
Per anni io e Marco ci siamo sentiti spiazzati dal tuo stile quasi dimesso. Invece era il tuo insegnamento più profondo: essere ciò che si è, al massimo ciò che si fa, senza tante storie. Ti sei sempre fatto in quattro per le persone che avevano bisogno e un intero quartiere te ne è ancora grato. Non so di nessuno che possa sentirsi offeso da un tuo comportamento. Questa tua eredità è spiazzante.
L’altra eredità è che ci hai insegnato a ridere. Ero già grandicello, portavo già moto di grossa cilindrata e tu, trentasei anni più di me, ti sei messo a fare il fantasma sui tetti del castello di Santa Severa, con dei lenzuoli bianchi e catene sui coppi per spaventare una coppia di amici che avevate già terrorizzato, tu e Angelo, con storie da voi artatamente inventate sui fantasmi residenti. 
In fondo in Amici Miei, uno dei tuoi film preferiti, ti avevo intravisto. Ma io non ero quello che gridava ‘Papà!’ alla stazione, ero uno di quelli che davano schiaffi alla gente affacciata dai vagoni. Ero un amico tuo. E anche Marco. Non siamo per niente gente che si fa problemi a ridere. Il riso che abbonda sulla bocca degli stolti… in casa, era una bestemmia. Tu ci hai insegnato il Mare, che per te era un elemento naturale.  
Ci sentivamo per telefono o via email e vorrei ancora dirti tante cose. Vorrei discutere con te un nuovo film o un libro, o guardare insieme il catalogo di una mostra d’arte, commentare uno strano andazzo nel mondo. Tranquillo papà, io continuerò a farlo. Ho portato con me la tua libreria e l’enciclopedia di storia universale. Parlavamo tanto di cinema e di libri, e questo dialogo mi manca da un pezzo. Ho capito che volevi andartene da quando hai smesso di leggere. Eri troppo stanco per leggere, mi avevi detto.
Quel giorno hai chiesto a Cristina di cambiare la data, perché quel giorno lì, oggi, non ti piaceva. Lei ti rispose che solo il padreterno poteva farlo e tu hai pensato bene di andare a parlare con lui, o con chiunque fosse il manager del tempo.
Non credo che ci rivedremo in qualche aldilà. Sono scettico, come te. I preti e la religione ci hanno dato una buona educazione e tanto conforto umano, pratico, ma tant’è… lo sanno anche loro. Per ricordarti resta la letteratura, come questa epigrafe digitale. Poi c’è la letteratura che è nei geni. Lì ci ha pensato Marco. L’espressione del tuo ricordo genetico c’è, si chiama Matilde.

domenica 20 agosto 2017

il giro del mondo a idrogeno con energy observer


Si chiama Energy Observer, ed è un maxi-catamarano a motore partito per il giro del mondo in completa autonomia. In 6 anni toccherà 50 paesi e più di 100 porti senza produrre una molecola di CO₂ che non provenga dagli aliti del suo equipaggio. Un grande passo per le rinnovabili, ma che riaccende perplessità sul mito dell’idrogeno... LEGGI L'ARTICOLO


mercoledì 21 dicembre 2016

Idee regalo: 10 migliori libri letti quest'anno.


Quale regalo migliore? Tra il libri letti quest'anno in Italiano 10 hanno lasciato un segno.
Ecco dieci spunti per un regalo di Natale:

1- Il respiro degli abissi - James Nestor

Un viaggio interiore intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso dei mammiferi marini, uno 'switch' fisiologico dell'umano in immersione. Inseguendo questo misterioso retaggio contatta ricercatori convinti di poter decifrare le complesse chiacchierate dei capodogli. Uno dei più grandi inni al mare che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi....
di più  >>>

2 - Pensa, mangia agisci 
Raffaella Tolicetti -Sea Shepherd

Lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella, in un libro di cucina, ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo....
di più >>>

3 - Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli

Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo... di più >>>

4 - Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un percorso nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare... di più >>>

5 Never Never Diego Cabras 

Mi dicevano gli editori anni fa: i racconti non si vendono! Forse è cambiato qualcosa, forse no, non ne ho idea, ma io adoro i racconti. I racconti non hanno la prepotenza del libro, hanno la discrezione di una finestra che si apre, o si chiude, su prospettive che più sono balorde e meglio è.
Le mie opere preferite sono racconti. Diego Cabras ti ingaggia con una serie di storie che fanno quello che devono fare: funzionano e ti acchiappano. >>>


6 - Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins

Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media.
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," ... >>>

7 - I Segreti del Mar Rosso, - Henry de Monfreid 

L'ultimo dei pirati romantici compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. 
Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.” 
>>>
8 - Norwegian Wood - Haruki Murakami 

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio tra l'aereo ancora in movimento e quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere. La nostalgia lo assale con violenza:
"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli.">>> 

9 - Villa Incognito - Tom Robbins

Ve la ricordate la brutta faccenda dei MIA, i Missing In Action, militari americani dispersi, forse prigionieri/ostaggi in un Laos? Avete presente Rambo 2'?
Villa Incognito è un esilarante ribaltamento della faccenda: i membri dell'equipaggio di un B-52, precipitato durante una missione sul Laos, il paese al mondo più bombardato nella Storia (leggere Wiki per credere) decidono di restare lì, in Laos... di più >>>

10- Congo - David Van Reybrouck

Ci sono dei libri che dopo averli letti non sei più lo stesso; le prospettive si sono reimpostate, le conoscenze espanse, e quando li hai finiti ti sembra di emergere da una profonda vertigine. Questo poderoso romanzo del Congo ti risucchia dentro l'enorme bacino fluviale fin dalle prime pagine con l'immagine del suo immenso estuario:
"Ti trovi a centinaia di miglia dalla costa, ma già lo sai: qui comincia la terra. Il fiume Congo si getta nell'Oceano Atlantico con una forza tale da cambiare il colore dell'acqua per centinaia di chilometri."
di più >>> 



mercoledì 9 novembre 2016

donald trump e il ritorno al medioevo


Non è un gioco e neanche un film, è la piega che sta prendendo il mondo. Trump lo hanno votato in tanti.  Il votare l'incredibile, il credere alle panzane non è affatto un problema solo americano, l'Europa in questo ha fatto scuola. Noi tutti stiamo lentamente e con il voto mandando in fumo cinque secoli di scienza, almeno due di conquiste sociali, quasi uno di lotte per l'ambiente, mezzo secolo e passa di diritti umani, per metterci nelle mani degli odiatori, dei negazionisti (in questo caso del riscaldamento globale) dei troll di Facebook, dei manipolatori professionali che fanno leva sul sentimento umano più antico e più forte: la paura.



Chissà, forse l'umanità se lo merita proprio.
Internet è stata forse la più grande conquista tecnologica dei nostri giorni: lo scibile umano e le notizie 'vere' a portata di click, ma la gente l'ha usata per postare le foto delle lasagne, dei peperoni al forno, dei gatti e per farsi prendere all'amo dalle più grosse trollate messe in orbita dai migliori psicopatici e dai più grandi mistificatori del pianeta,
'Tanto i giornali scrivono solo balle!' 
Meglio il blog del Ku-Klux-Klan.


Complimenti umanità, il medio evo oscurantista in perfetto stile fantasy avanza. E noi per difenderci dai medioevali 'esterni', i tagliagole vestiti di nero, eleggiamo gli oscurantisti in casa nostra, che faranno di tutto per rendere la gente ancora più ignorante e più buzzurra di quello che è già, tagliando i fondi alla cultura, eleggendo il genere 'cafo' come modello sociale. Grandioso.
E se questo era il contro-complotto segreto degli Illuminati...  cazzo se ha funzionato!


Sarà che l'America ha una nostalgia da 'replicante' per un medio evo che non ha mai avuto, ma intanto ci stiamo per meritare tutti il Darwin Award per l'auto-estinzione di una specie stupida. Tanto il riscaldamentro globale è una balla... o no?

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/nov/09/donald-trump-us-president-nightmare

http://www.darwinawards.com/

lunedì 10 ottobre 2016

cyberpunk now - un futuro qui adesso

Dimmi che non è vero.
Dimmi che il cielo sopra il porto non è
'del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.'
No, no... non ci siamo ancora rassegnati:
il pianeta non è ancora un ambiente così ostile ed io non sto vivendo in quello che la mia gatta definirebbe:

'un canile dove piove sempre'.

Un dato di fatto:

'alla gente non frega un emerita cippa della natura.'

Ma tutti vivono con serena rassegnazione il fatto di essere spiati e dominati. Eppure... dài, ci sarà qualcuno, qualcuno che conta e che mette un freno!
O no?

Il cyberpunk è genere letterario magnifico, ma dimmi che è ancora una forma di allarme, forse di sadismo, di masochismo! Dimmi che non è la realtà, ma letteratura di fantascienza!

Ma no, non possiamo rassegnarci a combattere in sotterranei virtuali! Quelle sono pippe mentali per chi ha perso tutto, anche l'identità, e noi non l'abbiamo persa! Acquisita, semmai, attraverso i nostri profili facebook!

Multinazionali mafiose.

Multinazionali mafiose padrone dell'universo e il pianeta così inquinato da far vomitare un ratto?
Non è ammissibile.
Gibson ha torto!


Eppure.



mercoledì 10 agosto 2016

miliardari nello spazio


“Ci avevate promesso le auto che volano, ci avevate promesso i viaggi spaziali!” protestava un tizio nero, girandosi continuamente verso il traffico alle sue spalle su un viadotto da incubo. Era una pubblicità tipica da fine millennio.
Quel ‘bro’ ero io. Mi sentivo tradito. Tutta la mia generazione è cresciuta con i viaggi spaziali nella testa. Sognavamo splendide città del futuro ad energia pulita, stazioni spaziali come basi di partenza verso colonie su altri mondi. Le serie TV si postdatavano coerentemente con lo sviluppo: la serie UFO era ambientata nel 1984, e c’era Spazio 1999, con la data nel titolo. Senza parlare dei film. Lo spazio aveva rubato la scena alle immagini subacquee, che negli anni sessanta erano la vera novità cinematografica, il primo palcoscenico a tre dimensioni. Lo spazio te lo ritrovavi dappertutto, nei Lego e nelle patatine...

sabato 23 luglio 2016

cartoline dal giappone - segnali da una civiltà avanzata

Kyoto - Shimogyo Ward
Ti assale subito: in una città d'Oriente, soprattutto se modernissima, la sua stratificazione ti toglie il respiro; una stazione ferroviaria o della metro può avere 15 livelli. La seconda cosa che noti, perché ti perdi, o ti trovi a sorpresa davanti alla stanza degli armadietti dello staff mentre t'aspettavi la lobby di un albergo, è la capillarità caotica. L'interno delle città diventa una struttura organica, viscerale.

Tokyo - Shinjuku Underground Station (la più trafficata del mondo)
Le città canadesi, come Toronto, per esempio, cercano di assomigliare a Tokyo, ma è una battaglia persa: solo le città orientali riescono ad essere labirintiche alla soglia della dimensione onirica.
Più semplice orientarsi nella città vecchia: c'è il fiume, ci sono i ristoranti che si affacciano sul fiume, alle spalle dei ristoranti c'è una strada, spesso un vicolo, parallelo al fiume.
Oppure: c'è un quadrato, costituito dal fossato intorno al castello imperiale. Da lì partono le arterie principali, che restano diritte per un po'.
Nelle stazioni ferroviarie (più grandi, più efficienti e più pulite di qualsiasi nostro aeroporto) trovi l'espressione architettonica forse più intensa del Giappone moderno.
Non a caso.

Kyoto - Stazione
Da quando i giapponesi scoprirono i treni nell'Inghilterra del XIX secolo, essi divennero per loro il simbolo stesso della civiltà moderna. Il Giappone era all'epoca un paese medievale che non conosceva nulla dell'industria, ma con un artigianato spaventosamente evoluto. Soprattutto nella lavorazione dell'acciaio. Poco dopo, nel 1905, vinse la guerra contro la Russia grazie ad una flotta minuscola, ma tecnologicamente efficace.

Kagoshima, Chuo Station
Il Giappone è il paese dove ti accorgi che stai fotografando anche i tombini. Di bambù nel giardino Zen, o di ghisa e con dei magnifici draghi stampati insieme ai simboli delle prefetture. Non c'è un dettaglio che non sia quello giusto nel posto giusto. Un po' come la rete dei trasporti, capillare e maniacalmente efficiente, il gusto e il disegno d'insieme nascono dalla cura del dettaglio, e dalla sua valorizzazione.


Lo stile minimalista europeo, a volte reinventato sul monasticismo cristiano quanto sul bassifondismo cementizio (e cocainomane), spesso finisce col contenere qualcosa di punitivo. Il minimalismo giapponese è sì, monastico e spartano, ma fatto di legni, stuoie e carta di riso.

Mi chiedo come sia possibile che questo popolo sia lo stesso del massacro dei delfini di Taiji e della caccia alle balene. C'è una incongruenza di fondo con quello che vedo. Ma immagino che la stessa incongruenza salti all'occhio dei turisti che visitano l'Italia nel notare lo scollamento tra la realtà quotidiana del paese e l'arte che ha prodotto e continua a produrre.
La discrepanza tra l'Italia e gli Italiani è qualcosa sulla quale ho smesso d'interrogarmi.

Kagoshima, Prefettura e Museo Reimeikan


Passeggio da solo per Kyoto nella Shimogyo Ward e non so perché lo faccio. Alla mia età non ne puoi davvero più di strade fitte di Gucci, Prada e Swarowsky... trovo più interessanti i benzinai, dopo un viaggio di diecimila chilometri. Eppure cammino su quella strada come appagato. Quella strada ha delle pensiline su tutt'e due i lati.
E va bene, lo trovo carino, anche perché pioviggina... No, c'è di più, da circa tre minuti sto ascoltando lo stesso brano musicale. Non viene dai negozi, la musica è la stessa per tutto il chilometro fino al fiume. Forse una colonna sonora di Hollywood probabilmente interpretata da James Galway.

Display di una strada di Kagoshima, fine '800 - Museo della Cultura
Cammino tra gli innumerevoli indizi di un amore viscerale per l'Occidente. Forse nessuno al di fuori dell'Occidente (e delle sue periferie) ha amato e ama l'Occidente come il popolo giapponese.

Hiroshima

cartoline-dal-giappone-la-psichedelia-e.html

cartoline-dal-giappone-kyoto-e.html





domenica 3 luglio 2016

cartoline dal giappone - kyoto e l'understatement radicale


La luce è quella di Vermeer. I pannelli di carta di riso, complice un cielo di pioggia, spandono una luce tenue. Solitari oggetti d'uso comune abitano stanze dal vuoto apparente, che le impreziosisce. Così l'imperatore usava ricevere cavalieri, notabili e vassalli: in un vuoto riempito dalla sua persona. Baldacchini e preziosismi soffocanti son roba da mondo barbaro. Il nostro. Kyoto è il trionfo dell'understatement.
Nell'antica capitale le residenze degli imperatori furono donate ai monaci e trasformate in monasteri Zen, da queste stanze e da questa pratica (Lo Zen è una pratica, non una fede) nasce quello stile minimalista che ancora influenza il Giappone. E il mondo.
Gli interni del Nanzen-ji sembrano disegnati ieri da un architetto svedese, invece i suoi legni hanno almeno cinque secoli, epoca dell'ultimo incendio. La prima pietra fu posata nel 1291.


Qui si insegna lo Zazen, che è qualcosa di diverso dalla meditazione.
La mente è svincolata da ogni forma di pensiero, visione, concettualizzazione, sacra o esaltante che sia, ed è indotta a uno stato di vacuità assoluta, dal quale un giorno potrà percepire da sé la sua vera natura, la natura dell'universo. 
Piove a dirotto e forse è un bene, c'è poca gente in giro per tutta la passeggiata dei filosofi e per i templi che vi si affacciano immersi nel verde da dietro un filare di case. Il primo giardino Zen mi appare sotto uno scroscio incessante. Un incontro covato da anni. Ora quel giardino è qui, adesso. Non c'è bisogno di pensare nulla, non c'è bisogno di dire nulla. Mi siedo ad ascoltare la poggia.


E' semplicemente fantastico. Sono vietati i flash e i telefonini, come nella maggior parte dei luoghi pubblici in Giappone. Come si può aver bisogno di mandare un uazzapp quando sei qui? Come puoi chiamare qualcuno dall'altra parte del mondo e urlare 'Amoreeee sono in un giardino Zeeen!'
Ho voglia di ricominciare a mandare cartoline affrancate. Già il 't-clack' sommesso-vintage della reflex mi disturba.
Benedetta pioggia, che cancella i pensieri, che cancella i rumori, le voci. Che cancella il tempo. Per il Zazen il ciclo incessante dell'acqua potrebbe essere uno spunto, ma non certo l'obiettivo.
Vietato rimuginare.
Tutto è qui, adesso.





lunedì 30 maggio 2016

Mañana


Turisti ancora più disorientati di noi si muovono sul set impeccabile, probabilmente chiedendosi se è già partito il ciak. I nomi dei bar, dei negozi e dei ristoranti, della scuola di congas sono scritti a pennello sui muri, sul legno, a mano sul cartoncino. Le insegne al neon sono solo due, tentativi dell’universo parallelo di scassinare lo spazio-tempo.  Leggi tutto >>>