martedì 7 luglio 2020

C'erano una volta Morricone e la vera musica per il cinema




Cannes, 1984. Alla fine della proiezione di C'era una volta in America, il pubblico si alza in piedi ed applaude per 20 minuti. Venti minuti di fila, un record nella storia del cinema. Il film chiude su un primo piano di De Niro in una fumeria d'oppio.
Il brano è Deborah's Theme, autore: Ennio Morricone.

Quel tema sembra la risposta moderna, sensuale, all'Adagietto di Mahler, dalla quinta sinfonia, che fu a sua volta colonna sonora di Morte a Venezia, di Visconti. Qualcosa di indimenticabile. La gente usciva dal cinema con delle melodie in testa.

C'erano una volta le colonne sonore.
Quando le colonne sonore non erano un semplice commento, ma parte attiva, musiche con la dignità di attore. Oggi la tendenza è opposta, ma quando c'era un cinema al massimo della sua espressione, si ricorreva a epici flash-back, a lunghe meditazioni. Kubrik faceva danzare astronavi e astronauti per delle eternità e senza un dialogo perché in quel momento parlavano Strauss o Ligeti.

Le immagini erano montate sul pezzo perché la musica non era 'solo' un commento: poteva decidere il successo al botteghino. Ho visto Giù la testa, uno dei film di Sergio Leone che mi hanno entusiasmato meno, solo per la colonna sonora. E quando parte il tema di Sean, con il flash-back che inserisce una storia nella storia, quello vale quasi tutto il film. La storia del cinema è piena di clip prima ancora di MTV.

Hans Zimmer ha firmato colonne sonore pazzesche, ma si guarda bene dall'introdurre melodie trascinanti. Morricone lo faceva. Lo faceva sempre. Era agli antipodi del minimalismo teorizzato da Brian Eno: la musica non deve prevalere sulle immagini, ma creare un paesaggio, uno sfondo.

Sarà, ma ho saputo molto dopo aver visto  Heat che nella colonna sonora c'era Brian Eno, mentre con i film di Tornatore te ne accorgi subito di chi è la mano sullo spartito.
E' noto che Leone chiedesse a Morricone di scrivere la musica basandosi solo sulla sceneggiatura e che la facesse ascoltare sul set, durante le riprese, per aiutare il cast a entrare nello stato d'animo. Un'abitudine adottata in seguita da altri registi, come Terrence Malick.

Sarò cresciuto guardando film dove Morricone, Ortolani, e John Barry pianificavano su uno spartito le nostre reazioni emotive prima ancora delle immagini. E i registi li rispettavano, con lunghi piani sequenza, vere meditazioni, i tempi adattati alla musica.
In quegli anni italiani e francesi si assomigliavano, nella cinematografia, nella musica, e in un sacco di altre cose... mentre facevano man bassa di premi e s'imponevano nella cultura mondiale.
Oggi le produzioni americane da mega-budget e mega-merchandising ci propinano personaggi dei comics e film che assomigliano sempre di più a dei videogame.

Quel cinema lì sceglie come colonna sonora l'ultimo successo, non conta se punk, dance o grunge, l'importante è che sia il pezzo del momento. I registi più intellettuali preferiscono lunghe suite - drammaticissime - di tre note tre.
Non te ne ricorderai neanche una di quelle tre note, una volta uscito dal cinema.

Addio Maestro.

Il saluto più bello è di Vasco Rossi:

"Il privilegio dell'artista è morire sapendo che la sua arte non morirà mai..W il Maestro Ennio Morricone!"






















lunedì 1 giugno 2020

Quale normalità? Il mondo prima del COVID-19 non era per niente normale




Si parla di ritorno alla normalità, ma cosa intendiamo per normalità?
La pandemia ha evidenziato drammaticamente le criticità di un sistema mondiale inadeguato, un sistema mai così vicino al collasso.

L'intero pianeta, salvo pochissime eccezioni, un giorno si è accorto di essere rimasto senza le mascherine perché le fabbriche erano tutte in Cina, e che i posti in terapia intensiva e i letti negli ospedali non erano sufficienti perché in nome dell'austerity si era andati sulla sanità con la scure. Oppure ci si era affidati all'iniziativa privata, che si adegua solo alle leggi della domanda e dell'offerta.

Illuminante Noam Chomsky da una recente intervista sulla crisi COVID-19 :
“Non possiamo aspettarci che le farmaceutiche investano miliardi in un piano di prevenzione delle pandemie, semplicemente perché non rende”.
Volendo controbattere Chomsky si potrebbe obiettare che il ruolo di prevenzione in un sistema liberale basato sull'efficienza del privato spetterebbe alle assicurazioni.
Ci sono riuscite? Anzi: ci hanno mai provato?

La 'normalità' è ancora il mondo del 2008, quello dei Lehmann Brothers, e delle banche che hanno continuato a giocare coi derivati. E' il mondo dei vari Moody’s e Standard & Poors, emeriti privati, che recensiscono il debito pubblico di nazioni, influenzandone le scelte di bilancio.
Questo, non facciamo finta di niente, è il mondo che dovrebbe dare una risposta all'emergenza economica, è il mondo in cui la maggior parte dei paesi non è riuscita, o non ha voluto, dare risposte adeguate all'emergenza sanitaria. 


Non era un mondo normale 

quello che a poco a poco ci ha inculcato diffidenza, se non disprezzo, verso la 'cosa pubblica', un mondo che ha lentamente eroso concetti come 'Stato e Collettività' (chiamatelo come volete questo concetto) per consegnare all'iniziativa privata il destino e la salute dei cittadini. E' il mondo che ha confutato il riscaldamento globale, pagato scienziati per negarlo, incentivato la deforestazione.
E' il mondo che ha scatenato guerre ventennali totalmente inconcludenti (Iraq, Afghanistan, Siria, Libia) intorno al petrolio e agli oleodotti.

Non era un mondo normale quello che ha arricchito a dismisura l’1% della popolazione mondiale a discapito del restante 99% , un mondo che ha sempre favorito l'approvvigionamento energetico da fonti non rinnovabili o altamente inquinanti, con massicci aiuti di stato anche dove convenivano le energie alternative.

Non era un mondo normale quello delle tasse stratosferiche sui combustibili, che hanno reso i governi tossicodipendenti dai fossili abituandoli a introiti fiscali che arrivavano al 5% dell'intero gettito.

Non era un mondo normale quello dove i colossi del web hanno di fatto imposto monopoli, distrutto piccole e medie economie, messo in pericolo l'editoria mondiale (e quindi la libertà di stampa) azzerando mestieri, eludendo tasse e diritti d'autore.

Non era un mondo normale quello che ha ignorato i ripetuti allarmi lanciati dalla scienza su emergenza climatica e su una imminente pandemia.
A Washington, nella tipica narrazione 'binaria' presa in prestito da Hollywood, l'hanno risolta così: il COVID-19 è scappato da un laboratorio. Nella logica semplificata, quella adatta a soggetti affetti da deficit dell'attenzione, deve esserci sempre un nemico.
Rigorosamente straniero.
Oggi fronteggiano una rivolta interna.

Illuminante, per chi l'ha letto o abbia voglia di farlo, è anche il saggio di Jared DiamondArmi acciaio e malattie. Tutte le pandemie della storia umana sono state innescate dalle nostre convivenze con specie animali, selvatiche e/o addomesticate. Nel passato il morbillo, il vaiolo, la peste e gli orecchioni sono stati il prezzo pagato per la domesticazione dei bovini o per la convivenza con i ratti e le loro pulci. Oggi abbiamo AIDS, ebola, SARS, MERS, suina, aviaria… e COVID-19. Non credo ci sia bisogno di elencare le specie serbatoio.


Ma il COVID-19, come ogni crisi, è un banco di prova che porta insegnamenti.

Ci insegna che la produzione e lo stoccaggio di beni fondamentali non può dipendere dalla domanda commerciale del momento, né dalle convenienze economiche della globalizzazione.
Ci insegna che non è possibile superare crisi del genere senza un apparato statale forte, ben organizzato, assistenziale e presente sul territorio.
Ci insegna che l’eroe solitario, tanto caro a quel mito neoliberal che liberamente si ispira a Darwin (sopravvive il più adatto al cambiamento) non è in grado di sconfiggere una pandemia:
solo una società coesa può reggere l'impatto.

Ci insegna che l’unica via d’uscita da una crisi come questa sta nell'affetto, nel rispetto tra le persone, e nella solidarietà tra stato e cittadinanza. Ce lo stanno dimostrando tutte le nazioni che lentamente si stanno riprendendo grazie alla forte coesione sociale e a interventi normativi e legislativi mirati alla tutela dei cittadini.
Cito l'Art. 32 della Costituzione. In Italia si sarà anche fatto casino, ma quest'articolo non potrà mai essere eluso:
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti."

Un mondo da rifare.

S'è strillato sull'Europa, da abbandonare o da rifare e non senza ragioni, perché in molti, tra detrattori e stati membri, hanno dimenticato che l'Unione è stata fondata su un unico principio: la solidarietà. Ma nell'euforia del nuovo modello finanziario qualcuno si è dimenticato che solidarietà e neoliberalismo sono in perfetta antitesi. Oggi gli Stati Uniti stanno pagando a caro prezzo la mancanza di solidarietà nel sistema sociale. Stanno pagando a caro prezzo le divisioni razziali, economiche, ideologiche. Il sogno americano s'è rivelato inconsistente.

Starà a noi decidere se puntellare recenti schemi fallimentari ispirati da oltreoceano, o da est, o intraprendere strade che già conosciamo, ma che abbiamo dismesso in fretta, come l’economia Keynesiana e certi modelli socialdemocratici, abbandonati perché imbrigliavano troppo la spettacolare agilità del settore privato. Abbiamo abbandonato il sogno che quel brav'uomo di Bernie Sanders - sistematicamente affondato dai suoi - stava cercando di recuperare. Sarebbe stata una fortuna per il mondo se proprio gli Stati Uniti l'avessero ripristinato per primi.
L'eredità di quel percorso dismesso è ancora visibile: è ciò che ha reso l' Europa centrale e del nord l’unica zona dove il benessere è ancora diffuso, con paesi in cima agli standard di 'felicità interna lorda'. L'unica zona in Europa che non ha subito apocalissi sanitarie, malgrado le alte percentuali di contagi.
Ma per superare quella che si profila come una catastrofe finanziaria ci vorrebbe un punto di ri-partenza innovativo.

Un piccolo genio della lampada ce l'abbiamo. Si chiama  Green Economy.
Come ogni nuova frontiera contiene grandi opportunità di crescita, in termini di profitti e di occupazione. Non è solo un'idea 'bella e pulita': Scientific American l'ha definita: più pertinente che mai. La pandemia ha fermato molte delle nostre attività concedendo un attimo di respiro alla natura.
Chi non ne è stato felice? Perché tornare indietro?

In un momento in cui le industrie 'tradizionali' sono già al collasso è ridicolo continuare a sostenerle se perseverano su vecchi obiettivi tossici e perdenti. Situazioni come questa richiedono un cambio di paradigma, una riconversione che ci metta in armonia col pianeta e abbandoni le vecchie - e tossiche - strategie energetiche.

C'è un grosso problema:

il barile di petrolio a prezzi stracciati non è una buona notizia: rende meno competitive le rinnovabili e taglia le ali all'economia con le maggiori prospettive di crescita.
Capovolgere la situazione basata sul profitto richiede un forte intervento normativo e di investimenti da parte dei governi, richiede la forza di scommettere sulla gallina domani e non sull'uovo oggi.
Starà a noi scegliere se vogliamo un sistema che continua a percorre vecchie strade fallimentari o investire in qualcosa di nuovo e di etico, in società fatte da persone, e non da aziende, da persone che rinunciando alle libertà personali e comportandosi civilmente hanno già dimostrato di poter mettere a bada il coronavirus.

In mare esiste uno strano fenomeno chiamato il paradosso del plancton. Quando certe popolazioni di plancton rischiano di diventare infestanti entrano in gioco diversi fattori di contenimento. Tra questi fattori ci sono i virus

Cominciamo ad attrezzarci da adesso, affinché non ci sia un paradosso del 'Sapiens


Dato che non amo l'avvanvera...


Nature: l’inefficienza dell’Impero Americano  
https://www.nature.com/articles/d41586-020-01068-3
Intervista a Noam Chomsky: pandemia, società, economia.



giovedì 22 agosto 2019

L'apprendistato: un magistrale ritratto del cammino verso l'età adulta.


Il film comincia con un lungo piano sequenza notturno in una stalla. La camera è molto fluida e sono in primissima fila davanti a uno schermo gigantesco. Il primo pensiero è: se la camera è quella di Lars Von Trier, da questa distanza mi verrà la nausea. Non è questo il caso: dopo pochi secondi comincio ad avvertire gli odori della stalla. Sono lì dentro, sono nell’oscurità, dietro al ragazzo con la lampada. Poi il temporale.

Unghie sporche. Ci mette poco, il primo dettaglio significante, a bucare. Quel primissimo piano delle mani di un adolescente, un ragazzo di montagna iscrittosi ad una prestigiosa scuola alberghiera, ci annuncia subito un percorso rigorosamente in salita. E un film quasi pittorico.

Il contesto, esistente (si tratta del vero Istituto Rosmini) ci ricorda un’accademia militare storica, per le divise, per le sue vecchie mura, per la sua biblioteca, per la disciplina quasi spartana. La crescita del nuovo cadetto matura tra dure regole e frequenti colloqui, dove il protagonista, introverso e disastroso, tace e sogna il bosco, con le sue leggi come territorio di riferimento e di fuga.

La camera indugia spesso sui dettagli, sugli sguardi dei ragazzi, ma soprattutto su quello che ci raccontano le cose, sulla loro cura. Un vassoio in bilico affollato di calici, una scala dimenticata in biblioteca, un vecchio telefono su una pila di guide telefoniche. Come stendere le tovaglie e servire del vino in guanti bianchi. Come pulire i bicchieri. Spuntano continuamente oggetti quasi in disuso provenienti da un'altra epoca, indizi di decadimento che un architetto mio amico definirebbe ‘italico amore per la muffa’, spuntano quasi a confliggere con la continua richiesta di perfezione, nei gesti e nelle routine, da parte dei docenti-sistema nei confronti degli allievi.

Un film a bassissimo costo, girato nel vero collegio storico, con veri allievi e professori reali. Ma più vicino alla fiction che al documentario.
Il regista, Davide Maldi, riesce a coinvolgere e mantenere alta la tensione con piccoli stratagemmi azzeccati, alcuni dall'effetto comico, spostando la competizione sul piano interiore. Ci suggerisce che la vera lotta non è tra noi e uno sfidante in carne e ossa, ma tra noi e gli ambienti estranei, tra la realtà e il sogno, tra ciò cui aspiriamo e ciò che diverremo. L’Apprendistato non sembra neanche indulgere al ‘romanzo di formazione’. Nei romanzi di formazione compaiono dei deus-ex-machina, entità rivelatrici che inducono al cambiamento. Qui invece il percorso di crescita si gioca faticosamente, passo dopo passo, tra claustrofobia e senso di inadeguatezza, tra perfezione e decadenza, illuminato da sprazzi di estrema bellezza degni di un Luchino Visconti, nei gesti, negli sguardi e negli oggetti. Sprazzi che ci sorprendono ad ogni angolo del film.

Il racconto, lineare e ben pesato nei tempi, regge perfettamente senza cedere al facile gancio dei soliti sentimenti nazional-popolari, restando concentrato sui protagonisti, sulle loro sfide e le ribellioni, sulla perdita dei sogni. Un film crudo, dove non c’è spazio per mamme e fidanzatine.

L’apprendistato è un magistrale ritratto del cammino verso l’età adulta, di un faticoso ingresso in una società che ci accetterà solo dopo una completa spersonalizzazione. O di drastica revisione di noi stessi, dipende dai punti di vista. La cura nel montaggio, nella fotografia e soprattutto nel sonoro (una pecca purtroppo cronica nelle produzioni italiane che invece qui è stato curato al massimo) lo mette sullo stesso piano di una produzione internazionale di alto budget. Un film senza sbavature, senza errori. Un piccolo capolavoro di perfezione.

Al festival di Locarno ha avuto più repliche e sono state aperte più sale per far fronte alla generosa affluenza del pubblico. Discutibili, anche se il loro giudizio è stato molto positivo, le chiavi di lettura da parte dei conduttori del festival. Lunghissimi gli applausi dal pubblico, a prescindere dalle interpretazioni.

lunedì 12 agosto 2019

C'era una volta a Hollywood - L'ultimo Quentin Tarantino


L'ultimo film di Tarantino, c'era una volta a Hollywood, è un film d'amore.
Per il cinema, hollywoodiano e italiano, per il mestiere dell'attore.
Siamo nel 1969: una tempesta di freschezza sta rivoluzionando Hollywood. La fabbrica di sogni si trasforma in laboratorio e bandiera di un cambiamento epocale.
La nuova visione del mondo e la gioia di viverla sono incarnate da Sharon Tate (Margot Robbie). Fa da contraltare il declino del western che, come una specie che ha esaurito il suo territorio, trova altrove (in Italia) un nuovo sbocco e una nuova spinta evolutiva.

Nella capsula del tempo allestita da Tarantino la parte del leone spetta alla colonna sonora. Come d'abitudine, anche in C'era una volta a Hollywood il regista riesuma almeno una decina di vecchie hits oggi dimenticate, come Treat Her Right, un pezzo del 1965 di Roy Head and the Traits, che usa in apertura del film e The Circle Game, di Buffy Sainte Marie. Immancabili i vecchi successi ancora in onda, come California Dreaming, per cui ha scelto una versione più intimista di José Feliciano, e You Keep Me Hanging On, dei Vanilla Fudge, rimaneggiata da Tarantino stesso. I brani, tra rarità e vecchie glorie, sono ben 32. Tutti prelevati da un rigoroso frame temporale.
Tarantino li lascia galoppare volentieri lungo estesi piano-sequenza, spesso a bordo di auto, sulle strade di culto della California. Le citazioni spaziano da Easy Rider a Il Sorpasso, forse il primo tra i film on the road nella storia del cinema.


C'era una volta a Hollywood è un film divertentissimo dove però la tragedia trapela già dai primi minuti. Non è un'ombra a suggerirla, ma una presenza femminile, serena, semplice, solare.
Tutti sappiamo cosa è successo a Sharon Tate, ai suoi ospiti e al figlio che aspettava la notte dell'8 agosto del 1969, e ci basta vederla in una cabrio a fianco di Roman Polansky, o ballare ad una festa nella Playboy Mansion per avere una stretta al cuore.
Sotto il racconto principale, quello di un attore dalla carriera in bilico (Di Caprio) e dell'inseparabile controfigura che non ha paura di nulla (Brad Pitt), sotto le loro esilaranti performance, una stupenda Margot Robbie incarna il migliore dei sogni americani.

Un film che per l'uso del b/n all'inizio e l'ambientazione rigorosa affianca il magnifico Blackkklansman, di Spike Lee, ma esplorando altro. Dietro le vicende della coppia (l'attore e il suo stuntman) Tarantino ci sbatte in faccia ciò che abbiamo perso e ciò che possiamo perdere ancora, per mano di una manciata di sfigati, di falliti in preda all'esaltazione.

Ho letto che è stato giudicato lento, soprattutto all'inizio. Ma ho il sospetto che Tarantino con la lentezza abbia voluto sottolineare le sue distanze dalla Hollywood odierna, che ci bombarda con effetti speciali e montaggi veloci, una Hollywood che non vuole più pensare, che assomiglia sempre di più ai fumetti e ai videogames. E sempre meno a sé stessa.
Un film forse diverso, per certi versi amaro e commovente, ma solo quanto può esserlo un Tarantino, un autore fedele a sé stesso, alle sue bizzarre manie, alle sue trovate dissacranti, e sempre capace di stupirci. Uno che non è mai scivolato per più di un gradino sotto il capolavoro.
Forse il suo miglior film, folle e profondo.

Sei minuti di standing ovation a Cannes.
Vice campione d'incassi in USA.


lunedì 12 novembre 2018

il primo uomo - lasciatevi annoiare



Lasciatevi annoiare, da un film decisamente lento e claustrofobico, da una rilettura personale del regista faticosa da condividere. Chazelle, nel portare First Man nel suo contesto c’è riuscito solo nei dettagli maniacali su rivetti, tubi e interruttori a levetta, cioè nel ricostruire un’astronautica da medioevo agli occhi moderni. È vero: l’uomo sulla luna c’è andato con computer che avevano la metà della potenza di quelli che oggi monta una mediocre auto di serie, e quei costosi gingilli spaziali erano anche pericolosi. Buoni anche l’effetto sgranato-vintage delle immagini e qualche chicca d'archivio.

Fine delle cose azzeccate.

Il Neil Armostrong dipinto da Chazelle ci ricorda più l’astronauta imbambolato e spaesato di un famoso video di Moby che un eroe riluttante: Neil Armstrong. Il ritratto che ne esce fuori è quello di un individuo freddo, introverso e introspettivo. 
Sarà perché gli americani moderni, come del resto i francesi e gli italiani, faticano a comprendere la sobria virtù dell’understatment, confondendola per qualcos’altro?




Un film che nelle mani di Clint Eastwood, così bravo a dipingere eroi riluttanti, avrebbe guadagnato la standing ovation di un pubblico commosso. E probabilmente una sfilza di Oscar. Invece abbiamo una lenta, scialba melensaggine difficile da seguire sul grande schermo anche per l’uso smodato di immagini mosse, estenuanti primi piani, e una camera a mano che ricorda i peggiori Von Trier. Un film che sembra più adatto all’iPhone che al cinema.
Innumerevoli i tentativi di introspezione sognante alla Terrence Malick, ma senza quelle profondità di campo vertiginose, neanche nelle scene sulla luna, che appaiono piatte e didascaliche, come nelle serie TV di fantascienza degli anni ’70. Spazio 1999, per intenderci.

Leggo che il regista è nato nel 1985. Mi rendo conto che non ha mai gattonato sulle immagini di Epoca e Life, che pur è riuscito a riprodurre egregiamente nella fotografia, ma manca un intero pathos. Quando cadde il muro di Berlino lui aveva 6 anni. Non ha vissuto la guerra fredda, con l’incubo, e talvolta la speranza, di vedere distrutto il pianeta da un momento all’altro, quel senso di precarietà che ha marcato la nostra generazione, la X, per intenderci. E probabilmente non ha sognato da piccolo, come molti di noi,  di diventare astronauta. Così ne esce fuori un film claustrofobico, da luci artificiali e da spazio sempre scuro, l'antitesi della libertà assoluta e di conquista che esso rappresenta.

Certamente quell’avventura sulla luna, dopo gli entusiasmi, ha lasciato perplessa anche la nostra generazione. C’era da sfidare la Russia a livello d’immagine, mostrando a tutti la tecnologia. Più tardi c’era da sviare l’opinione pubblica sulla guerra in Vietnam. Tutto ciò nel film viene reso decentemente con spezzoni d’archivio. Si parla di Vietnam, di miseria nelle città americane, Ma l’uomo bianco è sulla luna, canta Gil Scott-Heron, forse l’unica trovata geniale del film insieme a una intervista a Kurt Vonnegut. In una lettura del genere salta all'occhio l’assenza di atmosfera da guerra fredda quel pane quotidiano che arrivava dalle TV e da capolavori come Il dottor Stranamore e A prova di errore.

La situazione negletta delle mogli degli eroi, di quegli anni e non solo, è resa solo parzialmente da una pur magnifica Claire Foy. La cui unica colpa nel non aver convinto come personaggio (neanche sull’adagio avvilente ‘accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna) è solo in una sceneggiatura scialba.
Un film velleitario, insomma, con in testa la notte degli Oscar 2019, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna. Un tentativo di replica dell’oscar, quando già il primo, di Chazelle, ci ha lasciati perplessi.

Un film forse fatto in fretta. Un film narrato dalla prospettiva dell'incubo claustrofobico e scuro, più che da quella del folle sogno maledettamente umano. 
Ma non me la prendo con Chazelle, che può avere tutte le letture che vuole, anche di un fatto storico, usando tutti gli stili farlocchi che vuole. 
Me la prendo con Hollywood. 
Clint Eastwood, coetaneo di Neil Armstrong, ha ormai 88 anni. Ma mi chiedo: con tutti i registi della nostra generazione X ancora vivi e prestanti, pieni d'energia, perché proprio Chazelle su un film così importante?

Qui un'intervista al figlio di Neil Armstrong sul film










lunedì 8 ottobre 2018

nakata sulla spiaggia



Avrà avuto tra i sessanta o i settant'anni, ma è difficile indovinare l'età di un giapponese. Non parlava coi gatti, contava in silenzio le uova di tartaruga su una spiaggia di Yakushima. Solo due anni dopo, cioè adesso, ho capito chi era.
Ero rimasto sveglio per tutta la notte. C'era stata la luna piena e le tartarughe avevano risalito faticosamente la spiaggia per depositare le uova davanti al nostro lodge. Avevo azzeccato la luna giusta. All'alba la spiaggia era piena di nidi, di tracce che venivano e tornavano al mare. Il vento era così forte che la sabbia grossa sembrava ferire come mille rasoi attraverso la camicia in poliestere. Il cielo era una coltre grigia e le onde si abbattevano come lenzuoli agitati.




Nakata era lì, in una tutina impermeabile azzurro cielo. Mi apparve nel binocolo quando lo smeriglio smise di minacciare le lenti. Scavava  i nidi a mani nude, pensai che fosse un bracconiere. Indossai la cerata e andai da lui. Quando fui abbastanza vicino vidi che era assorto in un formulario. Era seduto e aveva i capelli bianchi. Anche se c'era vento faceva caldo, il caldo umido di giugno. Immaginai che stesse scoppiando, in quella sottile cerata che lo copriva da capo a piedi. Lo salutai e lui annuì. Continuò a riempire moduli, grattandosi ogni tanto il capo con la penna. Dopo un po' che ero lì con lui capii che era muto. Pensai anche che non si può mai dire, i giapponesi spesso sono molto timidi nel parlare con gli stranieri, pensai. La mia presenza non sembrava infastidirlo, anzi sembrava felice che ci fosse qualcuno lì accanto, come lo sono a volte i gatti anche quando non danno confidenza. Si muoveva con una certa lentezza. Prima di riempire una casella si imbambolava ogni volta, come se ci dovesse pensare su parecchio. Tutto in lui sembrava accadere con un certo ritardo. Prese le uova che aveva appena contato e le mise in un sacco di plastica, poi le rovesciò in un buco più a monte, entro la zona recintata della spiaggia, dove né i turisti né l'erosione potevano minacciarle. Lo aiutai a scavare un altro nido. a un certo punto prese delle uova e me le mise in mano. Me le affidò come si affidano i propri piccoli. Erano grandi come palline da golf e altrettanto pesanti. Quando furono tutte in superficie le divise in piccoli mucchi per contarle. Le contò più volte, poi con estrema attenzione scrisse il numero per me sulla sabbia, una cifra per volta.




Fino ad allora non avevamo mai incrociato lo sguardo, l'aveva tenuto basso o verso il mare a lungo, per tutto il tempo. Nei suoi occhi c'era una malinconia mite, ma densa. Era chiuso in un mondo innocente, basico, irraggiungibile. Lo salutai pensando che quel lavoro metodico e solitario era forse l'unico che potesse svolgere. Uno dei tanti piani governativi che inseriscono le persone che hanno delle difficoltà. Forse era soltanto muto, ma quello sguardo.




Per circa due anni mi sono chiesto chi fosse davvero. Sentivo solo che era stato un incontro importante, così importante che non puoi approfondire. Sembrava uscito da un sogno dopo la tempesta di sabbia. Per circa due anni ho pensato che nel profondo, avrei voluto essere lui.

Poi è spuntato in un libro di Murakami, Kafka sulla spiaggia.

Era Nakata.





martedì 7 agosto 2018

BlacKkKlansman di Spike Lee - standing ovation per i diritti umani


Sotto la pioggia battentein Piazza Grande, malgrado le previsioni, tutti attendono il film di Spike Lee, vincitore del premio della giuria a Cannes, e che uscirà nelle sale americane il 10 agosto, e a fine settembre nelle sale Italiane. Kate Gilmore alta commissaria dell'ONU per i diritti umani, prende la parola e infiamma la piazza. Qui il video del suo intervento.

"We have to stand for our rights!"
"Alla nascita siamo tutti uguali - dice Kate Gilmore - nei nostri diritti e nella nostra dignità. Ma ora più che mai dobbiamo alzarci in piedi per i nostri diritti, levare il pugno e gridare: We stand for our rights! Perché vogliamo amare, ed essere amati!"
Si alzano tutti, chiusi nelle mantelline di cellophane. Alcuni levano il pugno, altri applaudono e basta. L'emozione è spessa, da tagliare con il coltello. Se un alto commissario delle Nazioni Unite come Kate Gilmore interviene alla presentazione di un film con un discorso forte, rivoluzionario, il film che sta per essere proiettato è di grande spessore.

 BlacKkKlansman comincia come una commedia, con un footage in bianco e nero di un senatore repubblicano che illustra il 'piano giudaico' di corruzione della purezza bianco-americana a favore degli inferiori neri. Ridiamo amaro, perché ci ricorda l'accanimento ridicolo di certe frange verso Soros e le famigerate lobby ebraiche. Il finto filmato in BN è datato: 1957.

Passiamo agli anni'70, quando l'unico poliziotto nero, Ron Stallworth, viene assunto dalla polizia di Colorado Springs. Scopro su internet che è una storia vera. Ron Stallworth viene dapprima impiegato come agente 'undercover' per spiare il movimento Black Power, ma poi s'infiltra, grazie alla sua capacità di imitare slang e frasi fatte dei bianchi, nel Ku Klux Klan. Tra le frasi fatte: 'Dio benedica l'America bianca', 'sono un vero Americano' e, a un certo punto, l'attesissimo: 'America first'.

Le telefonate dal commissariato, dove Ron Stallworth parla da bianco suprematista, e dichiara di odiare a morte i neri, sono semplicemente da Oscar. Ovviamente, non può andare alle riunioni del KKK. Mandano al suo posto un altro agente, Zimmermann, un collega ebreo, al quale Ron insegnerà a parlare da suprematista. Questa parte è stata sicuramente la più grande sfida per i doppiatori italiani. Sono curioso di vedere come hanno risolto battute e frasi idiomatiche che in italiano non hanno alcun senso.

Tutto si svolge a metà tra la commedia e il thriller, in un film popolato da stereotipi dei quali spesso snobbiamo la forza e l'utilità ai nostri tempi. Il KKK si riunisce in un poligono di tiro dove il culto delle armi ed il loro uso ci ricorda l'altra tristerrima lobby che è il National Rifle Association. 

In una Hollywood che dichiara che la grandezza del 'villain', il cattivo, fa il film, Spike Lee non cede. Non cede all'esaltazione dell'antagonista nella sua grande, irrinunciabile vocazione al male. Penso che nessuno abbia mai descritto meglio i membri del KKK, almeno come li immagino io: una fauna umana che va dall' infighettato David Duke, Gran Maestro degli Incappucciati, al border-line, dall'alcolizzato all'idiota, all'efficientista nevrotico in stile Himmler. 
Essenzialmente ridicoli, imbecilli, ma mai abbastanza da cadere nella 'macchietta' che fa tanto innocuo. La loro pericolosità latente si attiva dove il film dalla commedia vira verso il thriller. 
Con un tocco che solo un grande regista può permettersi senza inciampi.

/div>

Dalla scena in discoteca che sembra un video dei Boney-M, alla dissertazione sui film della 'Blaxploitation', fino a Henry Belafonte che interpreta un anziano testimone delle violenze del 1915 su una sedia di vimini alla 'Emmanuelle', le chicche e i cameo sono innumerevoli.
Tra abiti, colonna sonora e automobili d'epoca, BlacKkKlansman ci sembra un viaggio indietro negli anni '70.

E invece non lo è.
Questo viaggio che inizia con il video del senatore del '57 si conclude con la crudezza scioccante delle immagini di Charlottesville, lo scorso agosto, e con le dichiarazioni di Trump. Immagini che dovrebbero scuotere ogni abitante degno di vivere su questo pianeta. Basta andare su Youtube e digitare 'police brutality' o 'black lives matter'  per capire cosa sta succedendo negli USA. 
Questo salto di stile narrativo lascia più arrabbiati che 'pieni di domande'. Ma ci sta, ci sta tutto. Il film uscirà nelle sale americane due giorni prima degli incidenti di Charlottesville, dove una ragazza (bianca) Heather Heyer, di 32 anni perse la vita il 12 agosto 2017 per colpa di un suprematista bianco che lanciò la sua auto sulla folla.
A lei è dedicato il film.
Non c'è niente di così illegittimo e ingiustificabile come il movimento dei suprematisti bianchi. Vittime rabbiose, più o meno consapevoli, di ideologie assurde, antiscientifiche. Soprattutto velenose, manipolati dal 'Divide et impera'.
Mai come ora c'è stato bisogno di un film godibile, magnifico e duro, come questo di Spike Lee.
La piazza ha rinnovato l'ovazione anche al regista.


venerdì 6 luglio 2018

perchè il cry-out sui diritti d'autore non mi ha convinto




Parliamo tutti di evoluzione, di un ‘nuovo ambiente’ cui i media tradizionali devono adattarsi. Il nuovo ambiente in realtà è composto di due sistemi diversi. Uno è quello dei social, che possiamo paragonare a un buco nero, con la loro struttura centripeta. L’altro è quello dei motori di ricerca, che ha dinamiche centrifughe, cioè l’esatto contrario.
Gli utenti dei social sono prevalentemente utenti da 150 caratteri, meme e foto del micio, gli utenti di Google sono quelli che scartabellano a fondo Wikipedia e i vari contenuti su altri siti d’informazione. Ci trasformiamo in una delle due forme di utenza quando decidiamo di rivolgerci all’uno o all’altro di questi due sistemi. Equipararli legislativamente imponendo a entrambi i sistemi una tassa sui link (quando poi il vero topic sarebbero gli estratti) è un errore grossolano. Significa che  non si è capito bene cosa è il web.

Dall’altra parte c’è il disprezzo dei social media e di Google nei confronti dei diritti d’autore, che va frenato. I diritti d’autore non sono una bieca espressione del capitalismo, come mi pare di cogliere a volte, ma costituiscono il sostentamento di milioni di persone per niente capitaliste (come me per esempio) che campano di copie vendute, o di un passaggio radio o TV in più di un loro ‘prodotto intellettuale’. Nell’intrattenimento e nei media non ci sono molte altre forme di remunerazione. Quando (se) passa, o vende (se vende), prendi i soldi. Punto. Oppure prendi i soldi da una testata d’informazione, che a sua volta ha il diritto di tutelarsi, visto che paga per i contenuti e cerca di sopravvivere con la pubblicità e gli abbonamenti. The Guardian un paio d’anni fa ha provato (pubblicizzandosi su se stesso) che Google trattiene più dell’80% degli introiti pubblicitari. Su ogni sterlina investita dalla testata sulle sue stesse pagine, ha avuto indietro solo 20 pence. 

Il piano di  Big Data è evidente: sostituirsi agli editori e intascare utili spaventosi gestendo il monopolio della pubblicità, e dato che c'è, anche delle informazioni. Per darvi una idea: con un blog da 100.000 visite all’anno da Google intaschereste al massimo 100 Euro. È giusto che sopravvivano solo quelli capaci di milioni click, magari su un solo post, o un solo video diventato virale? Sparirebbero tutte le testate autorevoli, tutte le informazioni in una lingua minoritaria, tutto ciò che è di nicchia per far posto ai tabloid e alla fuffa, agli acchiappa-click. Avremmo un’informazione fatta esclusivamente di annunci pubblicitari mascherati, di pitoni che mangiano poveri contadini, o di Belen che girano nude davanti al (povero) bambino. O notizie non verificate. Con il mito del citizen-journalism, il gratis e le tariffeoffensive che vengono erogate ai freelance, l’informazione è giàin serio pericolo. Complici, va detto, anche gli editori.

Ma sotto la bandiera ‘no-copyright’ e ‘libertà di informazione’ può nascondersi una realtà molto più insidiosa di un semplice sogno utopico. Sono convinto che molti ci siano cascati in buona fede, ma per favore, non confondiamo le royalties percepite da certe farmaceutiche o da gente come Schkreli, con i diritti d’autore sull’informazione o sull’intrattenimento: questo è vero fumo negli occhi. Non  possiamo non vedere che i governi, a grande richiesta popolare, sono sempre meno disposti a investire in questi campi. Troppi sprechi! Troppa lottizzazione dei partiti! Via i sostegni alla cultura, all’informazione, tanto i giovani guardano youtube… a che serve una TV di stato? Vi suona familiare il ritornello? Bene, vi state abituando a ciò che ci aspetta: il monopolio totale di Big Data, dove la gente produce contenuti gratis pur di farsi un nome, o semplicemente apparire. È già in atto.

Per quanto maldestri, approvo i tentativi dell’Unione Europea di mettere un freno allo strapotere di Big Data, tra l’altro: corporate americane che eludono sistematicamente le tasse. L’Europa è probabilmente l’unica entità politica al mondo che può opporsi con successo, anche se disapprovo questo approccio che mi è parso più lobbistico che ben intenzionato. Ma nessuno degli stati membri potrebbe vincere da solo, contro mostri capaci del bilancio di una o più nazioni europee insieme. Poi  ci sono l’Iran, l’Egitto, la Cina… anche loro mettono paletti. Ma per altri motivi. Adesso sì, possiamo parlare di censura.




Seguendo un sempre valido suggerimento di Noam Chomsky, 
riporto il link di un giornale finanziario: alla finanza (sostiene Chomsky) interessano i fatti, non le emozioni.







mercoledì 20 giugno 2018

il senso della bellezza - recensione



Una delle più grandi meraviglie del mondo è a 100 metri sottoterra. E' un anello di 27km, composto da magneti superconduttori e da due acceleratori di particelle. Si chiama LHC, Large Hadron Collider ed è gestito dal CERN di Ginevra.

LHC è più di un viaggio spaziale, è un viaggio nei segreti più profondi dell’universo. E nella mente umana. La camera si cala nelle viscere di questo Leviatano che quando viene risvegliato per un esperimento (della durata di poche frazioni di secondo) assorbe più energia di quanta ne consumi l’intera città di Ginevra in un giorno. Lì dentro gli scienziati fanno scontrare le particelle per scrutare le pieghe infinitesimali della materia. Le collisionni avvengono a velocità prossima a quella della luce, dentro tubi che operano in sottovuoto, a temperature vicino allo zero assoluto: -271°C. 




Il senso della bellezza, attraverso LHC, ci porta nel regno dell’intangibile, indietro nel tempo fino allo stato della materia pochi milionesimi di secondo dopo il Big-Bang. Lì la mente umana entra nel inimmaginabile. Lo fa con calcoli, teorie. Osserva l’inosservabile con stratagemmi tecnologici che sanno di empirismo. Guai a chiamare l'immagine di una collisione 'fotografia'. Se c’è qualcosa di veramente astratto nell'esperienza umana, è la fisica delle particelle.

Allora la camera indugia sugli scienziati, poi sugli artisti, ispirati dalla fisica delle particelle e dalle immagini prodotte dalle macchine che registrano l’insondabile. Una camera sempre neutrale, che con inquadrature ravvicinate e senza sfondo sposta il punto di vista sul pensiero del soggetto. Ciò che accomuna artisti e scienziati sono le loro domande e la loro immaginazione. Scorrono le immagini di LHC, un monumento alla curiosità umana, ma anche di altre opere d’arte.



Il quadro di Gauguin ‘Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?’ (che ci sta tutto) innesca però una deriva narrativa un po’ metafisica, che non mi aspettavo. Il regista ha indagato le macchine, il pensiero scientifico e le opere ispirate a quel pensiero, evitando sapientemente le sabbie mobili di una fisica delle micro-particelle ‘for dummies.’ Ma non è riuscito a tenersi lontano, anche se ci è scivolato per pochissimi minuti, da considerazioni sulla trascendenza con una voce fuori campo, considerazioni che stanno così bene nei film di Malick, che basa tutto sulla trascendenza. Tutti gli altri faticano un po’. 

Questa deriva m’è sembrata un mezzo agguato teso dal Bosone di Dio. Così i non addetti ai lavori (ma forse fa eccezione Zichichi) hanno battezzato il bosone di Higgs, rilevato per la prima volta proprio al CERN, nel 2012. Forse le immagini di sfondo a queste considerazioni, immagini della natura, non erano all’altezza delle altre immagini. E al posto dell’iconografia cattolica mi sarei aspettato una profusione di mandala. Ho avuto la sensazione di qualcosa di 'esterno' e non di 'eterno', e vista la qualità... di ‘aggiunto’. Ad ogni modo la deriva che proprio non m’ha convinto prende pochissimi minuti, su un lavoro per tutto il resto breath-taking. Alla fine al centro ci sono le domande, e non le risposte.
Un film che rivedrei molto volentieri. Una gran bella indagine.

Ecco cosa stanno cercando adesso al CERN. Sono sicuro che qualcuno ci leggerà il Fiat Lux.





giovedì 3 maggio 2018

sono angelica voglio vendetta




Diceva Pasolini che per decidere se leggere un libro o meno gli bastava aprire una pagina a caso. Se applichiamo la massima al cinema, un buon film lo riconosci da una sola inquadratura. Le due tecniche insegnano un’arte rara e utile in questa breve vita, quella di non perdere tempo con la fuffa.

Questo per dirvi che di ‘Sono Angelica voglio vendetta’ non c’è una immagine che non lasci a bocca aperta, che non voglia farsi seguire. Il film, tra i vari intenti, sembra voler esplorare l’altra Grande Bellezza che è Firenze. Anche se trailer e materiale postato online non rendono giustizia a questo tipo di contenuti, per molti versi il film è capace della stessa opulenza del film di Sorrentino. Con meno del 5% di budget. Qui la Grande Bellezza sullo sfondo fa da contraltare a una narrativa dark, psichedelica, crudissima. Genuinamente underground.


 Il soggetto del film ha una tempistica da social, ma nella testa dell’autore, sceneggiatore e regista, e cioè Andrea Zingoni, nasce almeno un decennio prima dell’hashtag #Me Too. Angelica è una giovanissima DJ che subisce una violenza sessuale d’una brutalità irrivelabile. Così indicibile che il ricordo verrà visualizzato in pieno solo quando Angelica, in via di guarigione, riuscirà a farci i conti. Ci riuscirà attraverso uno sciamano. Ma la sua guarigione corrisponderà alla vendetta.

‘Angelica’ non è un film ordinario. La narrazione si serve spesso di simboli e di allegorie che per certi versi mi ricordano il vecchio Bergman, ma anche alcuni lavori dell'ultimo Von Trier, con inquadrature e immagini che sono vere e proprie installazioni dal gusto rinascimentale e/o psichedelico. Con il tocco di un rinomato cartoonist, il regista. I richiami a Castaneda, Aleister Crowley, Campbell e McKenna sono innumerevoli, ma non sono lì  per il sollucchero degli intellettuali (credo che quelli in sala non se ne siano nemmeno accorti) ma per il pubblico, che non ha bisogno di esegesi, ma di immagini belle e potenti.
 Notevole anche la colonna sonora, azzeccata e up-to-date, una bella sorpresa alla quale il cinema italiano ci aveva ormai disabituati.
Se proprio devo cercare una pecca in un film stilisticamente straordinario, la troverei nella reiterazione del ricordo (all’inizio frammentato) dello stupro, che toglie un po' allo shock finale, e nella lentezza di alcune scene del recupero di Angelica, dove la camera indulge compiaciuta sulla bellezza dello sfondo, gli angoli magici di Firenze dietro una Angelica zoppicante. Ma in fondo Sorrentino ha fatto la stessa cosa con Roma. E ha vinto un Oscar.


Ciò che invece mi ha lasciato basito è stata l’attenzione delle critiche sulla vendetta in sé. Non so cosa sia successo alla gente, saranno i film americani a lieto fine, o gli osannati romanzi di formazione? La vendetta abita da sempre le fondamenta della drammaturgia. La punizione degli dei alla yhbris umana era vendetta. Dal teatro greco a Shakespeare la vendetta (come del resto il Fato) è nell’immaginario umano, è necessità di una giustizia divina della quale siamo sempre più orfani. Che la vendetta sia diseducativa ci può stare, ma cosa resterebbe di noi senza il Macbeth, o l’Odissea?

https://it.wikipedia.org/wiki/Sono_Angelica,_voglio_vendetta

http://www.controradio.it/sono-angelica-voglio-vendetta/

http://www.sonoangelicavogliovendetta.it/

sabato 24 marzo 2018

povere faccine


“Dumb fucks.” That’s how Mark Zuckerberg described users of Facebook for trusting him with their personal data back in 2004. If the last week is anything to go by, he was right. (The Guardian) 

Ve lo traduco io: 'Poveri coglioni. Così Mark Zuckerberg apostrofava gli utenti di Facebook per avergli affidato i loro dati personali già nel 2004. Da quanto emerge dall’ultima settimana, aveva ragione.' Lo trovo scritto oggi su The Guardian.

 Non troppi mesi fa, a settembre 2017, Internazionale titolava: “Facebook: la merce sei tu”
Lo scandalo di facebook (se è uno scandalo il fatto che qualcuno ti offre un sacco di trappole e di giochini gratis e poi si prende qualcosina da te) ha assunto queste dimensioni perché stavolta ci sono di mezzo le più controverse elezioni del più controverso presidente degli Stati Uniti. Se l’utente finale fosse stato Zara o la Chicco non ci sarebbe stato tutto questo casino.

E di nuovo l’attenzione verte sulla privacy mentre il problema grave è un altro, è la manipolazione dell'utente, qualcosa che ha stravolto le abitudini dell’umanità, cioè... del povero coglione.
Facebook, grazie ai suoi osannati studi di grande valore sociale per l'umanità (come quelli condotti da Cambridge Analytica per intenderci) ci ha fatto scoprire i sei gradi di separazione quarant'anni dopo Milgram, e si è insinuato non come un link, ma come un filtro tra le vite delle persone. Nelle vostre vite. Non ha mai avuto nessuna intenzione di unire, ma di dividere. Tutti coloro che ci hanno lavorato su per farlo diventare il mostro che è hanno fatto un pubblico mea culpa, sputtanando le sue vere intenzioni manipolatorie.

Facebook ha scientemente distolto l’attenzione del pubblico dall’Informazione degna di questo nome per spartirsi con Google l’80% del mercato pubblicitario, con ricavi sulle inserzioni che vanno oltre l'80%. Cioè, se tu inserzionista paghi per la pubblicità un Euro, quello che la ospita riceve 20 centesimi. Nessuna agenzia pubblicitaria sul pianeta ha mai guadagnato tanto. In un attimo hanno spazzato via tutti i piccoli e medi magazine, i blog, i giornali, insieme a tutto ciò che non raggiunge il milione di click. Ma non solo, ha fatto sparire le altre comunità, come appunto i Forum, che ora languono per mancanza di utenti e di contenuti con introiti pubblicitari ridotti alla loro radice quadra. Con la cultura del gratis si uccide a poco a poco la libertà d'informazione.

L’ho sempre percepito come un buco nero, facebook, un buco nero che fagocita tutto, capace di un’attrazione tale da non far uscire più nulla. Nel buco nero un intero universo si rimpicciolisce e quotidiani come La Repubblica o La Stampa hanno la stessa statura di un Pippo Terrapiatta. E c'è pure chi la chiama democrazia. 

Per anni gli amici esperti di marketing mi hanno rivolto facce allibite, non avrebbero guardato in quel modo neanche un eschimese vegano, neanche Theresa May se gli fosse entrata dalla finestra del bagno in sottana di Swarovsky e tirabaffi. 

“Facebook è un grande strumento, devi solo usarlo” 
Un coro. Come se quel buco nero, frutto di 'studi psicometrici' e arte manipolatoria fosse stato un innocuo aggeggio costruito apposta per me, per noi, da quel compagnone di Zuckerberg che voleva solo vederci tutti contenti a salutare gli amichetti della 1a B. 
Andy Warhol e i suoi 15 minuti di celebrità per tutti ci sorridevano dal cielo.

E intanto l’editoria crollava, collassava insieme all’autorevolezza delle opinioni, della veridicità delle fonti, sommersa dagli strilli, dagli allarmi rettiliani, dalle foto dei cani, dei gatti e dei piatti nel ristorante chic, dalla cultura del gratis, dalle labbra a canotto delle selfiste, dai maschi tatuati con la barba rada, dalla forza organizzata dei troll. Sommersa dalla fuffa. 
L'editoria s'è suicidata entrando nel buco nero per ‘usarlo a suo vantaggio’.

Sull'onda di Facebook i social si sono inseriti come filtro tra noi e il mondo esterno, tutto deve passare attraverso loro. Ora la gente gira immersa in un telefonino. In viaggio nessuno guarda più niente, tutti fotografano. E postano foto. Nessuno legge più niente, tutti scorrono velocemente, ma soprattutto scrivono. Scrivono e mettono faccine. Una volta c’era il bar, o il circolo. C’erano il telefono e le email. E se uno non usava il deodorante lo sapevi da subito.

Ma lo scandalo, a quanto pare, è solo nella gestione dei nostri dati e della nostra privacy. Bello, comunque, vedere le facce di quelli che comprano i vostri dati, guardarli su Channel4 mentre offrono a un giornalista sotto copertura di mettere nel letto degli avversari politici le prostitute, di lanciare campagne a suon di trollate, insulti urlati e dossieraggio. 

Ho detto vostri dati perché in questa settimana, non solo Zuckerberg ha dimostrato di avere ragione, nell’aver considerato i suoi utenti ‘dumb fucks’ poveri coglioni, ma anche io, e tutti quelli come me che su facebook non ci sono e non ci saranno mai. Senza mai aver dato del coglione a quelli che c'erano.

https://www.theguardian.com/technology/2018/mar/24/cambridge-analytica-week-that-shattered-facebook-privacy

http://www.businessinsider.com/well-these-new-zuckerberg-ims-wont-help-facebooks-privacy-problems-2010-5



martedì 20 febbraio 2018

caro papà

Caro papà, 
il giorno del tuo funerale sono stato brevissimo, due frasi. Erano tutti impegnati a brindare al tuo ricordo e non ho voluto essere autoritario. In fondo tu volevi un party, senza lacrime, senza troppi discorsi: un party. 
Ci siamo riusciti. 
Mamma era mezza friulana e la parola focolai, il focolare, aveva per noi un senso profondo. Ma per noi forse quel fuoco è stato un pianoforte. Adesso lo strimpella Matilde. Marisa, tua nipote, s’è messa al piano, il pianoforte di tua madre, nonna Aurora, a suonare pezzi che eseguiva con a te a quattro mani. Abbiamo ballato. Mancavi tu.
Per anni io e Marco ci siamo sentiti spiazzati dal tuo stile quasi dimesso. Invece era il tuo insegnamento più profondo: essere ciò che si è, al massimo ciò che si fa, senza tante storie. Ti sei sempre fatto in quattro per le persone che avevano bisogno e un intero quartiere te ne è ancora grato. Non so di nessuno che possa sentirsi offeso da un tuo comportamento. Questa tua eredità è spiazzante.
L’altra eredità è che ci hai insegnato a ridere. Ero già grandicello, portavo già moto di grossa cilindrata e tu, trentasei anni più di me, ti sei messo a fare il fantasma sui tetti del castello di Santa Severa, con dei lenzuoli bianchi e catene sui coppi per spaventare una coppia di amici che avevate già terrorizzato, tu e Angelo, con storie da voi artatamente inventate sui fantasmi residenti. 
In fondo in Amici Miei, uno dei tuoi film preferiti, ti avevo intravisto. Ma io non ero quello che gridava ‘Papà!’ alla stazione, ero uno di quelli che davano schiaffi alla gente affacciata dai vagoni. Ero un amico tuo. E anche Marco. Non siamo per niente gente che si fa problemi a ridere. Il riso che abbonda sulla bocca degli stolti… in casa, era una bestemmia. Tu ci hai insegnato il Mare, che per te era un elemento naturale.  
Ci sentivamo per telefono o via email e vorrei ancora dirti tante cose. Vorrei discutere con te un nuovo film o un libro, o guardare insieme il catalogo di una mostra d’arte, commentare uno strano andazzo nel mondo. Tranquillo papà, io continuerò a farlo. Ho portato con me la tua libreria e l’enciclopedia di storia universale. Parlavamo tanto di cinema e di libri, e questo dialogo mi manca da un pezzo. Ho capito che volevi andartene da quando hai smesso di leggere. Eri troppo stanco per leggere, mi avevi detto.
Quel giorno hai chiesto a Cristina di cambiare la data, perché quel giorno lì, oggi, non ti piaceva. Lei ti rispose che solo il padreterno poteva farlo e tu hai pensato bene di andare a parlare con lui, o con chiunque fosse il manager del tempo.
Non credo che ci rivedremo in qualche aldilà. Sono scettico, come te. I preti e la religione ci hanno dato una buona educazione e tanto conforto umano, pratico, ma tant’è… lo sanno anche loro. Per ricordarti resta la letteratura, come questa epigrafe digitale. Poi c’è la letteratura che è nei geni. Lì ci ha pensato Marco. L’espressione del tuo ricordo genetico c’è, si chiama Matilde.

domenica 20 agosto 2017

il giro del mondo a idrogeno con energy observer


Si chiama Energy Observer, ed è un maxi-catamarano a motore partito per il giro del mondo in completa autonomia. In 6 anni toccherà 50 paesi e più di 100 porti senza produrre una molecola di CO₂ che non provenga dagli aliti del suo equipaggio. Un grande passo per le rinnovabili, ma che riaccende perplessità sul mito dell’idrogeno... LEGGI L'ARTICOLO


mercoledì 21 dicembre 2016

Idee regalo: 10 migliori libri letti quest'anno.


Quale regalo migliore? Tra il libri letti quest'anno in Italiano 10 hanno lasciato un segno.
Ecco dieci spunti per un regalo di Natale:

1- Il respiro degli abissi - James Nestor

Un viaggio interiore intorno al mondo dove James Nestor insegue quello che gli scienziati chiamano il riflesso dei mammiferi marini, uno 'switch' fisiologico dell'umano in immersione. Inseguendo questo misterioso retaggio contatta ricercatori convinti di poter decifrare le complesse chiacchierate dei capodogli. Uno dei più grandi inni al mare che va dagli squali bianchi in Sudafrica alle Ama, le elusive, mitiche, pescatrici giapponesi....
di più  >>>

2 - Pensa, mangia agisci 
Raffaella Tolicetti -Sea Shepherd

Lei è una capo cuoca che ha combattuto nelle acque glaciali dell’Oceano Meridionale contro le navi baleniere giapponesi. Era ai fornelli quando la Nishin Maru, la nave mattatoio, speronò la Sam Simon, nave di Sea Shepherd quasi un decimo più piccola. Raffaella, in un libro di cucina, ci racconta della battaglia navale tra gli iceberg, un rimpiattino alla fine del mondo....
di più >>>

3 - Kiribati - Cronache illustrate da una terra (s)perduta - Alice Piciocchi, Andrea Angeli

Kiribati sta affondando. Tra pochi anni la nazione arcipelago fatta di isole e vite sparse per 5000km da Est a Ovest nel Pacifico, non esisterà più. L’Oceano sale inesorabilmente. E' il riscaldamento globale.Kiribati è il sogno di ogni naturalista. Eric Sala, ecologista marino ed Explorer-in-Residence del National Geographic. Vedere Kiribati prima che sparisca è il sogno forse un po’ amaro di un esploratore del nostro secolo... di più >>>

4 - Kobane Calling - Zerocalcare

Un viaggio, il secondo, in Siria di un fumettista esilarante, geniale, ma profondamente agganciato ai temi più caldi.
L'utopìa curda e l'olocausto mediorientale tra ingerenze e indifferenze mondiali, narrati a fumetti da chi c'è stato veramente come volontario.
Un reportage a matite e inchiostro di un percorso nel cuore e nell'anima ferita del pianeta, un Salgado senza morte, ma che all'occasione sdrammatizza con irresistibili battute in romanesco.
Un inviato di guerra capace di farci piangere e ridere come solo uno che vive a Roma sa fare... di più >>>

5 Never Never Diego Cabras 

Mi dicevano gli editori anni fa: i racconti non si vendono! Forse è cambiato qualcosa, forse no, non ne ho idea, ma io adoro i racconti. I racconti non hanno la prepotenza del libro, hanno la discrezione di una finestra che si apre, o si chiude, su prospettive che più sono balorde e meglio è.
Le mie opere preferite sono racconti. Diego Cabras ti ingaggia con una serie di storie che fanno quello che devono fare: funzionano e ti acchiappano. >>>


6 - Le anatre selvatiche volano al contrario - Tom Robbins

Questa raccolta di articoli e racconti è stata per me una fantastica occasione per sbirciare un po’ dentro la vita di Tom Robbins, elusiva rock star della letteratura, autore cult capace di riempire interi stadi, ma poco incline ad apparire in TV e social media.
E scopro che, come me, nutre una passione sfrenata per i luoghi selvaggi, per le spedizioni avventurose e un amore smodato per l’Africa.
Se un giorno mi perderò in canoa nel delta dell’Okavango… sappiatelo, sarà anche colpa sua.
Quando Tom Robbins ti descrive l’Amazzonia, o il deserto siriano, puoi esser certo che c’è stato davvero, e non con una lussuosa spedizione VIP, nè con un reality, stai certo che c'è andato al seguito di un gruppo di ricerca o di un operatore turistico che titola "Qui viaggi estremi," ... >>>

7 - I Segreti del Mar Rosso, - Henry de Monfreid 

L'ultimo dei pirati romantici compra un sambuco e diventa pescatore di perle. Incontra ‘capetti’ che sfruttano altri pescatori legandoli a loro col debito, e veri e propri mercanti di schiavi che regnano su remote insenature e sceicchi che dominano su isole verdissime e lingue di sabbia sperdute. 
Quello di Henry de Monfreid è un occhio colto, da fine antropologo e da curioso naturalista. I suoi resoconti, le sue avventure, hanno la stoffa del reportage:
“Ho l’impressione di essere su un pianeta in formazione - scrive a proposito delle isole Hanish - in una età in cui la vita non era ancora organizzata.” 
>>>
8 - Norwegian Wood - Haruki Murakami 

La nostalgia assale l'io narrante mentre ascolta una versione orchestrale 'piuttosto annacquata' di Norwegian Wood dagli altoparlanti nella cabina di un 747, in quel momento strano subito dopo l'atterraggio tra l'aereo ancora in movimento e quando tutti si alzano per trafficare nelle cappelliere. La nostalgia lo assale con violenza:
"...rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell'erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli.">>> 

9 - Villa Incognito - Tom Robbins

Ve la ricordate la brutta faccenda dei MIA, i Missing In Action, militari americani dispersi, forse prigionieri/ostaggi in un Laos? Avete presente Rambo 2'?
Villa Incognito è un esilarante ribaltamento della faccenda: i membri dell'equipaggio di un B-52, precipitato durante una missione sul Laos, il paese al mondo più bombardato nella Storia (leggere Wiki per credere) decidono di restare lì, in Laos... di più >>>

10- Congo - David Van Reybrouck

Ci sono dei libri che dopo averli letti non sei più lo stesso; le prospettive si sono reimpostate, le conoscenze espanse, e quando li hai finiti ti sembra di emergere da una profonda vertigine. Questo poderoso romanzo del Congo ti risucchia dentro l'enorme bacino fluviale fin dalle prime pagine con l'immagine del suo immenso estuario:
"Ti trovi a centinaia di miglia dalla costa, ma già lo sai: qui comincia la terra. Il fiume Congo si getta nell'Oceano Atlantico con una forza tale da cambiare il colore dell'acqua per centinaia di chilometri."
di più >>>