venerdì 6 luglio 2018

perchè il cry-out sui diritti d'autore non mi ha convinto




Parliamo tutti di evoluzione, di un ‘nuovo ambiente’ cui i media tradizionali devono adattarsi. Il nuovo ambiente in realtà è composto di due sistemi diversi. Uno è quello dei social, che possiamo paragonare a un buco nero, con la loro struttura centripeta. L’altro è quello dei motori di ricerca, che ha dinamiche centrifughe, cioè l’esatto contrario.
Gli utenti dei social sono prevalentemente utenti da 150 caratteri, meme e foto del micio, gli utenti di Google sono quelli che scartabellano a fondo Wikipedia e i vari contenuti su altri siti d’informazione. Ci trasformiamo in una delle due forme di utenza quando decidiamo di rivolgerci all’uno o all’altro di questi due sistemi. Equipararli legislativamente imponendo a entrambi i sistemi una tassa sui link (quando poi il vero topic sarebbero gli estratti) è un errore grossolano. Significa che  non si è capito bene cosa è il web.

Dall’altra parte c’è il disprezzo dei social media e di Google nei confronti dei diritti d’autore, che va frenato. I diritti d’autore non sono una bieca espressione del capitalismo, come mi pare di cogliere a volte, ma costituiscono il sostentamento di milioni di persone per niente capitaliste (come me per esempio) che campano di copie vendute, o di un passaggio radio o TV in più di un loro ‘prodotto intellettuale’. Nell’intrattenimento e nei media non ci sono molte altre forme di remunerazione. Quando (se) passa, o vende (se vende), prendi i soldi. Punto. Oppure prendi i soldi da una testata d’informazione, che a sua volta ha il diritto di tutelarsi, visto che paga per i contenuti e cerca di sopravvivere con la pubblicità e gli abbonamenti. The Guardian un paio d’anni fa ha provato (pubblicizzandosi su se stesso) che Google trattiene più dell’80% degli introiti pubblicitari. Su ogni sterlina investita dalla testata sulle sue stesse pagine, ha avuto indietro solo 20 pence. 

Il piano di  Big Data è evidente: sostituirsi agli editori e intascare utili spaventosi gestendo il monopolio della pubblicità, e dato che c'è, anche delle informazioni. Per darvi una idea: con un blog da 100.000 visite all’anno da Google intaschereste al massimo 100 Euro. È giusto che sopravvivano solo quelli capaci di milioni click, magari su un solo post, o un solo video diventato virale? Sparirebbero tutte le testate autorevoli, tutte le informazioni in una lingua minoritaria, tutto ciò che è di nicchia per far posto ai tabloid e alla fuffa, agli acchiappa-click. Avremmo un’informazione fatta esclusivamente di annunci pubblicitari mascherati, di pitoni che mangiano poveri contadini, o di Belen che girano nude davanti al (povero) bambino. O notizie non verificate. Con il mito del citizen-journalism, il gratis e le tariffeoffensive che vengono erogate ai freelance, l’informazione è giàin serio pericolo. Complici, va detto, anche gli editori.

Ma sotto la bandiera ‘no-copyright’ e ‘libertà di informazione’ può nascondersi una realtà molto più insidiosa di un semplice sogno utopico. Sono convinto che molti ci siano cascati in buona fede, ma per favore, non confondiamo le royalties percepite da certe farmaceutiche o da gente come Schkreli, con i diritti d’autore sull’informazione o sull’intrattenimento: questo è vero fumo negli occhi. Non  possiamo non vedere che i governi, a grande richiesta popolare, sono sempre meno disposti a investire in questi campi. Troppi sprechi! Troppa lottizzazione dei partiti! Via i sostegni alla cultura, all’informazione, tanto i giovani guardano youtube… a che serve una TV di stato? Vi suona familiare il ritornello? Bene, vi state abituando a ciò che ci aspetta: il monopolio totale di Big Data, dove la gente produce contenuti gratis pur di farsi un nome, o semplicemente apparire. È già in atto.

Per quanto maldestri, approvo i tentativi dell’Unione Europea di mettere un freno allo strapotere di Big Data, tra l’altro: corporate americane che eludono sistematicamente le tasse. L’Europa è probabilmente l’unica entità politica al mondo che può opporsi con successo, anche se disapprovo questo approccio che mi è parso più lobbistico che ben intenzionato. Ma nessuno degli stati membri potrebbe vincere da solo, contro mostri capaci del bilancio di una o più nazioni europee insieme. Poi  ci sono l’Iran, l’Egitto, la Cina… anche loro mettono paletti. Ma per altri motivi. Adesso sì, possiamo parlare di censura.




Seguendo un sempre valido suggerimento di Noam Chomsky, 
riporto il link di un giornale finanziario: alla finanza (sostiene Chomsky) interessano i fatti, non le emozioni.