"Abbiamo trattato il cambiamento climatico come 'fiction', come se il problema non fosse stato reale."
E ancora: "Il problema è andato oltre ogni nostro piccola azione di cittadini."
Poi: rivolgendosi ai politici nel mondo:
"Io recito per lavoro. Voi no."
un giorno la tecnologia cestinerà noi umani. tutti i nostri più amati device, dall'auto allo smart phone, sono stati concepiti per durare (o diventare antieconomici per le manutenzioni) dai due ai cinque anni. lo sapevate? noooooo?!
Il concetto di obsolescenza umana è ora in musica.
significativa la celebrazione del primo telstar, satellite per le comunicazioni.
yae/nay - recount supersonic bridge un brano da un album capolavoro
Non ne sbaglia una, Tom Hanks.
Con quella faccia da americano medio, da eroe senza fanfare, è il capitano Phillips, che mentre va all'aeroporto per volare verso l'Oman, si lamenta con la moglie di quanto sia sempre più difficile ottenere un lavoro nella marina mercantile: solo uno su cinquanta candidati riesce.
Si cambia di scena e scenari. Le immagini sono mosse e sgranate, da documentario degli anni settanta. La pellicola sembra a tratti bruciata. La messa a fuoco diventa difficile, come a sottolineare lo sbalzo di tempo.
Siamo nell'odierna Somalia, ma in un mondo arido, feroce e polveroso, come nella preistoria. Le bande si radunano nei villaggi di pescatori smitragliando da nuovissimi fuoristrada. Gli ex signori della guerra ora sono caporali della pirateria. Reclutano gente nei villaggi. I pescatori pagano, implorano i loro caporali: vogliono far parte dell'equipaggio di disperati che assalterà un cargo in mare aperto.
Due mondi si scontrano e si tendono agguati. Ma si capisce subito che il coraggio non può che risiedere in gran parte presso chi non ha nulla da perdere. Le riprese in mare tolgono il fiato.
Non è un videogame
Un film dalle riprese magnifiche, mai esagerate. Il mare coi suoi spazi, il bulbo di una prua che taglia il pelo dell'acqua, lance scalcinate che affrontano le onde, riprese aeree e notturne: qui è la forza delle immagini. Una forza realistica, ben diversa dai video games ai quali ci hanno abituati anche gli ultimi Bond.
Greengrass, il regista, non cede neanche alla tentazione dell'enfasi . 'nostri' non arrivano annunciati da squilli di tromba né al suono di marce trionfali: un incrociatore portaelicotteri della Marina degli Stati Uniti, visto da una piccola imbarcazione è terrificante anche per il capitano Phillips. Gli uomini sono piccoli piccoli, anche se ingegnosi o coraggiosi. I meccanismi in moto e che li controllano soverchianti.
Il finale è scioccante, degno di Cuore di Tenebra
Dimenticavo: è tratto da una storia vera, realmente accaduta nel 2009. La realtà supera sempre la fantasia.
Nel film 'Zombi'del 1978, quello di Romero (a sua volta quasi-remake della 'Notte dei morti
viventi', sempre di Romero) gli zombie erano lenti, pallidi, ciondolanti,
insomma, degli zombie.
Ma di zombie rapidi e incazzati come in World War Zed, al cinema non se n'erano mai visti.
Cose piccole per persone che non contano nulla: i tibetani sono essere umani trascurabili e fare affari con la Cina è meglio che occuparsi di diritti umani e di Tibet.
Nella luce bianca
del mattino il dr. Livingstone mi propone di andare a visitare una scogliera. E’ una di quelle
mattine da cielo bianco e da caffè che fuma davanti una finestra sopra
il lavabo. La vista fuori è improbabile ma vera. “Prima c’era un teatro qui.” dice Livingstone indicando il cantiere. Sì, la scogliera
C'è una intera generazione che non sa cos'è un super-8: èquella che non sa cos'è un Hi-Fi.
Frank Zappa, come il super-8 dello sbarco sulla luna, l'ho visto dopo. E Frank era decisamente
un tipo Hi-Fi.
Che c'entra Zappa con l'apollo 11?
Intanto fai in modo che nessuno ti mandi a dormire quando stanno succedendo cose importanti.
La realtà supera sempre la fantasia, e spero proprio di non smettere mai di constatarlo.
Quando però esce un nuovo film su una delle tante crisi mediorientali, quelli come me temono sempre un altro Delta Force, o qualcosa di peggio, con Silvestro o van Damme, che vendicano l'Occidente spedendo all'inferno decine di rag-heads: le inturbantate incarnazioni del male.
Ma già il trailer suggerisce tutt'altro tono. L'intro, inizia con l'elencare degli errori commessi, soprusi da vera potenza coloniale. Ecco come la vendetta, quando trova un'ideologia che la giustifica, che la cavalca per affermarsi, diventa rabbia esplosiva.
Le masse che urlano davanti all'ambasciata non sono i soliti cammellieri sdentati e vestiti di stracci della iconografia rambista, ma gente normale. Sono incazzatissimi e determinati, sono consapevoli di aver subito anni di torti con la complice regia degli USA.
Tutto iniziò per via del petrolio e questo film non ha evitato di mettere il petrolio dove va messo: all'origine delle cattive azioni.
La narrazione vola. Non c'è un secondo morto, non c'è un attimo in cui ti viene in mente che devi fare una telefonata. Non ci sono buchi, nè lentezze nè incongruenze: ogni scena, ogni inquadratura è dove deve essere, lunga quanto serve, precisa e senza intoppi, senza cadute e senza esagerazioni.
La tensione è fortissima e senza sparatorie, senza il solito ricorso eccessivo alla crudeltà. In altri film ti aspetteresti che un pasdaran strappi la camicia di dosso ad una americana in ostaggio, e che una massa di sdentati rida istericamente con l'occhio porcino puntato sulla tetta che ammicca.
(quella che da Hollywood a Mediaset ammicca al pubblico bue )
Nessun trucco scontato.
Qui la massa fa paura, non uccide ma sembra pronta a farlo. La giustizia sommaria è amministrata abbondantemente dai pasdaran, il braccio armato della folla.
Hollywood ci aveva abituati alla paranoia, qui invece la visione è puramente agorafobica.
Lo è perchè il contrasto tra la 'gabbia dorata' degli asilanti ed una situazione esterna ostile e pericolosissima contiene una dualità dalle dinamiche impeccabili. Regista e sceneggiatori non potevano fare di meglio nel darci la misura delle forze in gioco, della paura.
Una paura che prende lo stomaco senza una esplosione,
senza effeti speciale (di quelli visibili)
senza il feticismo dei primi piani sulle armi, posti di blocco sfondati.
Non è certo un film per chi è in astinenza da sparatorie. Non ce ne sono, ma si è tesi all'inverosimile.
La fotografia è bella, piena, ma mai sontuosa: ha l'understatment da documentario e la grana grossa da National Geographic magazine anni settanta.
Non la fotografia innervante da interno di discoteca, quella, per intenderci, dove il soggetto ha la faccia metà rossa e metà blu anche in casa sua.
Non ci sono panoramiche improbaili, dove scendi dallo spazio, fai 360 gradi e atterri in un campo da baseball in mezzo a una sparatoria. I corridoi sono corridoi normali: non vomitano fiamme, non ingoiano nè espellono velocissimi stronzi. Anche i corridoi fanno i corridoi. Il bazar fa il bazar, e non ci sono neanche i gli odiosi freez o ralenti da videogame.
E' il cinema cui mi aveva riabituato per un po' il Clint Eastwood regista.
Invece questo regista qui è giovane.
C'è un solo neo, una scena cui Hollywood proprio non poteva, non ce la faceva senza... ma non vi dico dov'è.
Beh, il film esce in un momento in cui molti vorrebbero una soluzione militare in Iran e lo fa con una gran bella metafora.
Anzi, due.