lunedì 12 novembre 2018

il primo uomo - lasciatevi annoiare



Lasciatevi annoiare, da un film decisamente lento e claustrofobico, da una rilettura personale del regista faticosa da condividere. Chazelle, nel portare First Man nel suo contesto c’è riuscito solo nei dettagli maniacali su rivetti, tubi e interruttori a levetta, cioè nel ricostruire un’astronautica da medioevo agli occhi moderni. È vero: l’uomo sulla luna c’è andato con computer che avevano la metà della potenza di quelli che oggi monta una mediocre auto di serie, e quei costosi gingilli spaziali erano anche pericolosi. Buoni anche l’effetto sgranato-vintage delle immagini e qualche chicca d'archivio.

Fine delle cose azzeccate.

Il Neil Armostrong dipinto da Chazelle ci ricorda più l’astronauta imbambolato e spaesato di un famoso video di Moby che un eroe riluttante: Neil Armstrong. Il ritratto che ne esce fuori è quello di un individuo freddo, introverso e introspettivo. 
Sarà perché gli americani moderni, come del resto i francesi e gli italiani, faticano a comprendere la sobria virtù dell’understatment, confondendola per qualcos’altro?




Un film che nelle mani di Clint Eastwood, così bravo a dipingere eroi riluttanti, avrebbe guadagnato la standing ovation di un pubblico commosso. E probabilmente una sfilza di Oscar. Invece abbiamo una lenta, scialba melensaggine difficile da seguire sul grande schermo anche per l’uso smodato di immagini mosse, estenuanti primi piani, e una camera a mano che ricorda i peggiori Von Trier. Un film che sembra più adatto all’iPhone che al cinema.
Innumerevoli i tentativi di introspezione sognante alla Terrence Malick, ma senza quelle profondità di campo vertiginose, neanche nelle scene sulla luna, che appaiono piatte e didascaliche, come nelle serie TV di fantascienza degli anni ’70. Spazio 1999, per intenderci.

Leggo che il regista è nato nel 1985. Mi rendo conto che non ha mai gattonato sulle immagini di Epoca e Life, che pur è riuscito a riprodurre egregiamente nella fotografia, ma manca un intero pathos. Quando cadde il muro di Berlino lui aveva 6 anni. Non ha vissuto la guerra fredda, con l’incubo, e talvolta la speranza, di vedere distrutto il pianeta da un momento all’altro, quel senso di precarietà che ha marcato la nostra generazione, la X, per intenderci. E probabilmente non ha sognato da piccolo, come molti di noi,  di diventare astronauta. Così ne esce fuori un film claustrofobico, da luci artificiali e da spazio sempre scuro, l'antitesi della libertà assoluta e di conquista che esso rappresenta.

Certamente quell’avventura sulla luna, dopo gli entusiasmi, ha lasciato perplessa anche la nostra generazione. C’era da sfidare la Russia a livello d’immagine, mostrando a tutti la tecnologia. Più tardi c’era da sviare l’opinione pubblica sulla guerra in Vietnam. Tutto ciò nel film viene reso decentemente con spezzoni d’archivio. Si parla di Vietnam, di miseria nelle città americane, Ma l’uomo bianco è sulla luna, canta Gil Scott-Heron, forse l’unica trovata geniale del film insieme a una intervista a Kurt Vonnegut. In una lettura del genere salta all'occhio l’assenza di atmosfera da guerra fredda quel pane quotidiano che arrivava dalle TV e da capolavori come Il dottor Stranamore e A prova di errore.

La situazione negletta delle mogli degli eroi, di quegli anni e non solo, è resa solo parzialmente da una pur magnifica Claire Foy. La cui unica colpa nel non aver convinto come personaggio (neanche sull’adagio avvilente ‘accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna) è solo in una sceneggiatura scialba.
Un film velleitario, insomma, con in testa la notte degli Oscar 2019, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna. Un tentativo di replica dell’oscar, quando già il primo, di Chazelle, ci ha lasciati perplessi.

Un film forse fatto in fretta. Un film narrato dalla prospettiva dell'incubo claustrofobico e scuro, più che da quella del folle sogno maledettamente umano. 
Ma non me la prendo con Chazelle, che può avere tutte le letture che vuole, anche di un fatto storico, usando tutti gli stili farlocchi che vuole. 
Me la prendo con Hollywood. 
Clint Eastwood, coetaneo di Neil Armstrong, ha ormai 88 anni. Ma mi chiedo: con tutti i registi della nostra generazione X ancora vivi e prestanti, pieni d'energia, perché proprio Chazelle su un film così importante?

Qui un'intervista al figlio di Neil Armstrong sul film