domenica 28 aprile 2013

livingstone



Aeroporto di Edimburgo. Esco fuori e guardo il cielo, le nuvole sembrano stracci che pendono giù, più o meno scuri, forse incerti, e non so perché mi viene da ridere.
C'è che l'aria di quell'isola, soprattutto al nord di quell'isola, punge come il vento volubile d'alta quota. C'è che la vegetazione in riva al mare qui è quella di un passo alpino.
Ecco il fuoristrada. E' lui. Ha la solita aria indaffarata-outdoor. E' sempre indaffarato, ma sempre outdoor-style, mica in chat con iPhone, iPad, niente passo svelto con 24 ore in mano: ha su un Bergen e un paio di wellie's incrostati di fango. E va di fretta.

Io, come al solito non so perché sono lì. So soltanto che prima o poi scoprirò il motivo profondo della mia visita.
Esattamente 10 anni fa mi consegnava le chiavi di casa sua a Sharm el Sheikh. Io ero appena tornato dall'Indonesia. Fuggivo dalla SARS, o meglio cercavo di anticipare le restrizioni e le quarantene prima che il mondo impazzisse di nuovo, per l'epidemia, per la terza guerra appena scoppiata nel Golfo. Lui partiva per trasferirsi a Edimburgo. Erano passati esattamente 10 anni. Allora, due anni prima c'eravamo spinti ai confini col Sudan. Cheerokee, mappe e GPS. Quella zona adesso tutti i tour operators la chiamano Berenice. Non è Berenice. Berenice è a sud di Ras Banas.

Lui mi chiede dell'Indonesia e mi consegna le chiavi di una casa vuota ma in un stato migliore di come la ricordavo. Era stata la casa di Lars. Poi sua. Adesso è casa mia.

la 'nostra casa' di sharm

Cinque anni dopo ritorna da me con due casse di alluminio al seguito. Il resto l'aveva lasciato su, a guardare il cielo perennemente incerto e straccione dalle finestre al posto suo, ad intristire per la mancanza di sole, ma senza di lui. No, non parlo del sole pallidino che spunta tra gli alberi durante una mezza bella giornata: non ce ne frega niente di chiamare sole quel disco pallido che appare nei cimiteri gotici. Ci piace il sole nucleare, quello da eritema solare, che brucia le retine, quello dei tropici. Il tempo di organizzarsi. Spedizione archeologica ungherese. E sulle tracce del 'paziente' inglese, che inglese non era, sparisce nel Western Desert, cioè su Marte.















Nel 2011 le cose andarono più o meno nello stesso modo. Io dovevo andare in Giappone, ma uno
Tsunami ed un nocciolo d'uranio in crisi isterica m'avevano dirottato su Bali.

"Sembra che vi diate appuntamento, voi due. Lui sarà qui dopodomani, di ritorno da tre mesi di esplorazioni a Papua." mi comunica Raul, il nostro comune amico. Roba da nulla. Solo tre mesi in mezzo agli Asmat. Cannibali che dormono sui teschi degli antenati. Niente, però, in confronto ai due anni in Congo coi pigmei.
No, non cerca il petrolio, cerca i falchi. Al massimo insetti e tassi. Spesso caproni del deserto. A volte cetacei e squali. Stavolta erano i falchi.


Proprio in mezzo al Royal Mile qualcuno sta cercando di farsi male con un ciccione ed un letto di chiodi, chiodi che sembrano coltelli. Ha anche detto che se vogliamo vederlo sanguinare, o crepare, dobbiamo pagare 5 sterline a cranio e che più giù c'è un bancomat. E' scozzese. Noi invece ci siamo quasi. Fa freddo e non c'importa di un pazzo che vuol farsi davvero male per una manciata di sterline. Non ce ne frega niente se il ciccione che camminerà su di lui lo trafiggerà e si trafiggerà i piedi ciccioni a sua volta. Noi andiamo, siamo in missione.
A casa sua mi ha mostrato qualcosa che io non avevo mai osato chiedere. I suoi taccuini. Dentro c'era il resoconto di esplorazioni ed esperienze che pochi uomini al mondo.
"La nostra scorta fornitaci dall'esercito regolare comincia a comportarsi in modo strano: hanno fame, la loro razione di riso è finita, c'è il rischio che uccidano qualche specie protetta..."


C'è un palazzo che sembra una torre, ma anche un elmo medievale. Di quelli con la feritoia per guardare fuori. da quelle parti non si sa mai.
Ci siamo.
Ecco perché sono lì.
Dovevamo esserci tutti e due, è questo l'evento.
Sì.

Entriamo.